Programmi, voti, registri: l’insegnante è un burocrate. Riscoprire la passione per questo mestiere, a partire dalla formazione

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L’ultimo rapporto Oms sul benessere degli adolescenti e dei preadolescenti europei ha considerato, oltre a stili di vita e abitudini alimentari, anche ciò che succede tra i banchi di scuola, fotografando nel nostro Paese un quadro non del tutto positivo, caratterizzato da insoddisfazione, stress, scarsa fiducia dei ragazzi proprio nei loro insegnanti.

L’ultimo rapporto Oms sul benessere degli adolescenti e dei preadolescenti europei ha considerato, oltre a stili di vita e abitudini alimentari, anche ciò che succede tra i banchi di scuola, fotografando nel nostro Paese un quadro non del tutto positivo, caratterizzato da insoddisfazione, stress, scarsa fiducia dei ragazzi proprio nei loro insegnanti.

Intervistato da Orizzontescuola la scorsa settimana, il Prof. Franco Cavallo dell’Università di Torino, curatore della parte italiana della ricerca, ha parlato di un vero e proprio problema di relazione tra alunni e docenti; abbiamo chiesto a Luisa Piarulli, docente e presidente dell’Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani, un commento alle sue parole.

Professoressa Piarulli, la ricerca dell’Oms ha messo in evidenza il fatto che nel prosieguo degli studi i ragazzi mostrano una frustrazione e un senso di insoddisfazione molto più accentuati rispetto ai primi anni di scuola. E’ vero che i docenti italiani, specie alle superiori, curano poco la relazione secondo lei?

“Pensiamo al primo giorno di scuola dei bambini, in prima elementare: gli scolaretti sono felici di andare a scuola, pronunciano frasi del tipo: “Finalmente imparo a leggere e a scrivere!”, hanno aspettative, sono motivati, hanno gli occhi che brillano di entusiasmo. È l'equivalente di un rito di passaggio: si va a scuola perché con orgoglio si pronunciano le parole: “Ormai sono grande”.

Poi… giorno dopo giorno, piano piano, essi perdono il sorriso, sbuffano, cominciano i mal di pancia e i mal di testa, più avanti si comincia a “tagliare” fino ad arrivare in quinta superiore (quando ci arrivano) contando i giorni che restano alla fine della scuola. Nelle aule compaiono i calendari autorealizzati con i giorni cancellati, uno per uno, con una X ben calcata. Tornano alla mente le tristi celle di un carcere.

Ebbene, qualche domanda finalmente dobbiamo farcela e non si tratta di trovare un colpevole, perché colpevole è la società tutta, dove gli adulti si fanno la guerra tra loro per delegarsi compiti educativi.

Non c'è fiducia l'uno nell'altro. Il motto I Care non è fatto proprio. I genitori sono invasi dall'ansia di individuare la scuola giusta, l'insegnante giusto, sacrificando se necessario, la predisposizione dei figli, e sceglie per sentito dire senza comprendere che ciascuna esperienza è personale, privata, a propria misura.

Dall'altra parte le scuole, diventate aziende, illustrano Pof strabilianti e ammalianti, presentati, possibilmente, da insegnanti bravi comunicatori.

In questo baillame ci sono loro: i bambini e i ragazzi che vogliono afFidarsi, ma non trovando robusti sostegni cercano di orientarsi da soli.

Eppure la scuola italiana ha conosciuto i migliori pedagogisti passati alla storia e modelli in Europa! Che cosa è cambiato allora? O meglio che cosa manca oggi?

Forse manca l'amore per un antico mestiere: l'insegnamento, forse la passione per un Sapere che deve andare oltre un pedante nozionismo, forse l'aver sacrificato la cultura umanistica a una conoscenza tecnicistica e asettica, che non fa innamorare della conoscenza, la quale invece richiede pensiero critico, capacità di conversare, confronto, solidarietà.

Non c'è tempo. Programmi, voti, registri: il docente diventa un burocrate e la burocrazia mal si sposa con l'amore per. E non c'è tempo per ascoltare, per comprendere, per fermarsi. Nella deriva generale, a volte si fa dello psicologismo con gli alunni, scatenando talora pericolosi meccanismi emotivi; o al contrario si fa solo lezione, perché questo è il compito dell'insegnante – si dice, aggiungendo: “Non sono mica uno psicologo!”. Non c'è tempo e non si dà tempo.

Finché la scuola sarà vissuta esclusivamente come percorso di acquisizione di contenuti ministeriali (quantità) seguiti aridamente dalla valutazione, dagli esami, prevarrà nell'alunno la logica del dare quel poco che basta per “passare l'anno”. Tristissimo!

Intanto le nuove tecnologie stanno googleizzando le giovani menti: sui media si trova tutto, c'è una risposta immediata ad ogni domanda! Ma nessuna tecnologia, nessun media potrà mai sostituire la relazione educativa. Sembra banale dirlo, sono parole spesso ripetute e i commenti di molti insegnanti in merito sono sconcertanti e stanchi. Eppure non c'è altra via se non la relazione. M. Buber sosteneva: “All'inizio è relazione…”. Se creo relazione, se creo legami, se contagio con la passione per ciò che trasmetto, farò innamorare anche loro.

Nel viaggio dell'apprendimento i ragazzi chiedono comprensione, attenzione, amore, che non significa permissivismo ma rispetto, attenzione e ascolto empatico, che vuol dire mettersi nei loro panni, porsi dal loro punto di vista. Educare è anche édere, nel senso di nutrire il soggetto che riceve l'educazione, e ciò è possibile solo nell'ambito di un contesto relazionale, di uno spazio dialogico che va creato anche a partire da Sé, nel riconoscimento della dignità l'uno dell'altro, nella reciprocità: principi squisitamente pedagogici”.

L’Oms parla di “una scuola tradizionale, un luogo in cui si richiedono e si confrontano prestazioni”, eppure i ragazzi la considerano il centro della loro vita. Le nostre politiche educative e scolastiche hanno focalizzato, secondo lei, questa distonia?

“I ragazzi, oggi, vivono la scuola come un dovere perché non c'è un'alternativa. Il tempo scuola si è protratto oltremodo, a partire dalla scuola dell'Infanzia, per sopperire principalmente a esigenze socio-familiari. I più grandi hanno perso anche il sogno del proprio futuro, consapevoli che il fenomeno della disoccupazione non consentirà loro di svolgere il mestiere per il quale studiare. Le politiche educative sono consapevoli della distonia ma impotenti perché è necessario un cambiamento complesso e complessivo, una rivoluzione socio-educativa di pensiero che coinvolga l'intero sistema sociale.

Inoltre, la nostra scuola rispecchia la società e diventa essa stessa luogo dell'efficientismo, delle competenze da misurare (in un tempo stabilito), secondo canoni legati al principio di prestazione. Abbiamo una scuola votocentrica (F. Cambi) ridotta a un esamificio. L'eros che animava il maestro Alberto Manzi quando annunciava “Non è mai troppo tardi!”, la curiosità e la spinta motivazionale delle persone a uscire dall'analfabetismo, non ci sono più! Prevale piuttosto una sorta di accanimento valutativo, che è un'arma eccellente per svilire il pensiero divergente. Abbiamo visto passare tante riforme che hanno investito prevalentemente la scuola primaria – peraltro la nostra eccellenza in Europa! Tante le ricerche docimologiche: voto sì, voto no, giudizio, lettere seguendo spesso pratiche esterofile. Ma ciò che occorre è una riforma del pensiero sul tema della valutazione, che continua a svolgersi secondo stereotipie consolidate (effetto alone, Pigmalione…), senza la consapevolezza che qualunque valutazione rischia di diventare giudizio sulla persona, condizionato da contenuti inconsci dello stesso valutatore. La scuola votocentrica inoltre, mette in atto dinamiche competitive spesso insane, non solo negli alunni, ma anche nei genitori, oltre ad innescare dinamiche ansiogene significative. Tutti ingredienti per far morire la motivazione e il piacere di andare a scuola”.

Nella sua esperienza, questi problemi di relazione sono diffusi o rappresentano delle eccezioni? In quali ordini di scuole? I docenti ne sono consapevoli o no?

“Nella scuola dell'Infanzia e nella scuola primaria ho osservato che c'è un'attenzione più accurata verso il bambino. Tuttavia è proprio in questa fascia d'età che prevalgono le segnalazioni di diagnosi di ADHD, che a mio parere sono sintomo di un disagio della civiltà, come direbbe Freud.

È inimmaginabile che un bambino possa contenere la sua naturale vivacità per otto ore al giorno (alle quali va sottratto un tempo limitatissimo per il pranzo e per il gioco libero), con l'aggiunta probabile di ore per il pre-post scuola svolto sempre tra le stesse mura! E il succedersi di insegnanti che “devono andare avanti con il programma”. Ma come sono possibili la scoperta, la ricerca delle risposte, il tempo per pensare nel rispetto del tempo di ciascuno? Feuerstein ammonisce: “Un momento, sto pensando!”. Negli altri ordini di scuola la situazione cambia. Gli scolaretti sono diventati allievi e… “Ora si studia sul serio!”.

La lezione cattedratica diventa il modus operandi dei più. Altri docenti sperimentano con spirito innovativo tecniche nuove e tecnologiche. Ma ritengo che i risultati nel rendimento e nello sviluppo di persone “educate”, nel senso di persone consapevoli delle proprie potenzialità, non indicano significativi cambiamenti (il numero di alunni bocciati nel primo biennio della scuola secondaria superiore non evidenzia grosse differenze).

Tuttavia i docenti difficilmente riconoscono la propria mancanza, anche perché la fatica di alcuni è davvero autentica. L'attenzione dei più si concentra sulle prestazioni, sulla mancanza di maturità (come se la maturità avesse tempi prestabiliti), sulle problematicità familiari degli alunni – ancora una volta la delega. D'altronde i docenti sono sempre più sotto pressione, stanchi, vivono la frustrazione di chi non è riconosciuto e nella stragrande maggioranza dei casi sono convinti di aver fatto il meglio possibile.

Qualcuno ha scritto che una classe è immaginabile come composta da due classi: quella degli alunni e quella degli insegnanti e se leggo il tabellone dei voti di fine quadrimestre e/o anno scolastico nei due sensi, orizzontale e verticale, si ottiene la valutazione degli uni e degli altri. Varrebbe la pena rifletterci!

È necessario eliminare (metaforicamente) la cattedra e stare dentro/tra/con loro, gli alunni, riscoprendo la preziosità della voce e dello sguardo. Ricordo che il 75% della comunicazione passa dalla comunicazione non verbale! È necessario ripartire dalle loro domande che nascondono curiosità, interrogativi, inquietudini… la scuola non può dare solo risposte, può educare all'incontro, allo scambio, alla relazione, alla scoperta, alla vita”.

Come può uno Stato appurare che i suoi docenti o aspiranti docenti abbiano una reale propensione a svolgere questo mestiere?

“È difficile valutare la propensione per l'insegnamento perciò ritengo che la formazione dei docenti debba diventare obbligatoria e debba vertere sul raggiungimento di competenze altamente e significativamente pedagogiche. Partire da ciò potrebbe aiutare i docenti a innamorarsi dell'arte della docenza. Attualmente invece vengono investite cifre esorbitanti perlopiù nell'utilizzo e nell'applicazione delle nuove tecnologie, che rischiano di creare puro tecnocratismo dominante (E. Morin), Conoscenza mutilata (ancora Morin), anoressia mentale (Recalcati) e deprimono ulteriormente la relazione.

Inoltre, le prassi diagnostiche degli alunni vanno arginate perché rischiano di diventare un alibi per abbassare gli obiettivi formativi nelle programmazioni.

Inoltre, nelle scuole manca il pensiero pedagogico a supporto dell'azione didattico-metodologica; si compie purtroppo l'errore, un luogo comune, di intendere il docente un pedagogista. Ma i docenti sono tecnici nel proprio sapere disciplinare e non bastano pochi crediti formativi nelle materie pedagogiche per potersi definire esperti di pedagogia. Il docente non è un pedagogista, così come un pedagogista non è docente di matematica: le formazioni sono diverse. Ma il pedagogista nella scuola non è previsto per ora. Prevalgono figure di esperti come psicologi e psicoterapeuti e si utilizza un lessico teso a evidenziare il dis-agio, le problematicità, le difficoltà, i disturbi, l'emergenza, il bisogno (indotto), la mancanza. Una scuola o una clinica? E il tesoro che c'è in ciascuno degli alunni? Quando verrà scoperto e considerato risorsa dalla quale partire per fare innamorare di quel sapere che la scuola dovrebbe garantire? Quando l'errore verrà considerato parte integrante della sfida e dell'avventura dell'apprendere? Quando tempo e spazio ritorneranno ad essere categorie imprescindibili per l'evoluzione di un bambino? Può apparire retorica, ma solo la relazione, che implica amore e passione, generosa propensione a RIpromuovere la Cultura, potranno salvare la scuola dal disamore e dalla dispersione non solo scolastica, ma di un patrimonio intellettuale prezioso e inestimabile”.

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