Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS): telecamere in classe e pericoli deframmentazione video. Un caso concreto

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Sempre più frequentemente mi giungono lettere da maestre finite, loro malgrado, alla ribalta delle cronache con l’accusa di Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS). Sarebbe un vero peccato non cogliere lo spunto da queste vicende per commentare i risvolti inediti che ciascuna storia offre, aldilà delle innumerevoli analogie tra le stesse.

Gentile dottore, mi chiamo Rosa ed ho 30 anni. Sono un’insegnante di scuola primaria con abilitazione al sostegno. Ho letto con attenzione i suoi articoli ed ho sempre più l’impressione che quella dei maltrattamenti è una storia di cui si conoscono fin dagli esordi, il prologo e l’epilogo.

Questa la mia vicenda. Alcuni mesi fa, alle 6.10 del mattino, fui svegliata da quattro carabinieri che, accertatisi della mia sede di lavoro, mi portarono in Questura per le varie procedure e mi rilasciarono avvertendomi che, da quel preciso momento, ero agli arresti domiciliari. Le lascio immaginare la mia incredulità e lo sconvolgimento. Dall’età di 16 anni fino alle prime supplenze nel mondo della scuola, mi sono occupata di bambini, di età diverse, con i quali sono riuscita sempre ad instaurare dei bellissimi rapporti, che perdurano ancora oggi. Quella mattina, nonostante fossi in una dimensione più di incubo che di realtà, consultai il fascicolo consegnatomi dai Carabinieri e vidi che, accanto al mio cognome, erano riportati quattro numeri, che si riferivano a quattro “frame” (fermo-immagine). Lessi le rispettive didascalie che riportavano le malefatte a me attribuite nelle quali non mi riconoscevo assolutamente: “…afferra l’alunna facendola rovinare a terra…”, “…le tira i capelli…”, “… minaccia l’allieva dicendole: muoviti o ti faccio vedere io…”. Pur sforzandomi di ricordare quegli episodi, non riuscivo a ricordarle come mie e soprattutto non riconoscevo il mio modo di fare. Avuta finalmente l’opportunità di visionare i filmati, realizzai che era stata effettuata dagli inquirenti una vera e propria drammatizzazione nella trascrizione dei video contestati. Col mio avvocato ci siamo così rivolti al Tribunale della Libertà e dopo 24 interminabili giorni di agonia, gli arresti sono stati revocati: non ero più accusata di maltrattamenti, ma “solamente” di abuso di mezzi di correzione.

Il giorno successivo fui obbligata a tornare subito a scuola, ma il Dirigente fu costretto ad adottare una sospensione impostagli dall’Ufficio Scolastico Regionale.

Col nuovo anno scolastico sono tornata a scuola, accettando un nuovo incarico fino al 30 giugno ma il calvario giuridico continua perché recentemente si è svolta l’udienza preliminare. L’avvocato difensore avrebbe voluto chiedere il rito abbreviato, ma abbiamo incontrato serie difficoltà nell’individuare un consulente tecnico di parte, competente, che potesse stilare una relazione ad hoc e supportasse l’avvocato nelle sue motivazioni, così abbiamo scelto di continuare col rito ordinario. La cosa, in realtà non mi dispiace, perché sarà l’occasione per “urlare” la mia verità e dimostrare che, all’interno di quei filmati, sono racchiusi tanti bei momenti di amore, empatia, gioco, premialità vissuti con i miei alunni che nessuno ha mai osservato. La ricerca del consulente tecnico di parte continua ancor oggi poiché la maggior parte degli psicologi risponde che “per codice etico non può accettare l’incarico”. Per questa ragione mi rivolgo a lei nella speranza che mi possa aiutare.

La ringrazio di cuore.

Rosa

Riflessioni

Certamente ogni maestra della Scuola dell’Infanzia e della Primaria si sente a posto con la propria coscienza professionale, al punto da non avere alcun timore di sorta in merito al proprio operato. Ecco però accadere all’improvviso quello che non ti saresti mai aspettato: le Forze dell’Ordine bussano a casa tua alle 6 del mattino svegliando marito, figli, vicini e chiunque altro vive sotto il tuo stesso tetto. In mezzo a quello che assume le sembianze di un vero e proprio incubo, ti viene notificato un capo d’accusa inatteso e infamante: sei infatti accusato di maltrattamenti ai danni dei bimbi a te affidati. Da quel momento ti ritrovi agli arresti domiciliari, e il mondo contro, faticando a capire il perché. Passano numerosi giorni di ansia prima di poter vedere i filmati che ti accusano. Guardandoli ti accorgi che grazie alla decontestualizzazione degli episodi, la selezione avversa delle scene e la drammatizzazione delle trascrizioni, gli inquirenti (non addetti ai lavori) sei trasformato in un mostro, grazie a un breve trailer ricavato da centinaia di ore di intercettazioni della tua attività professionale, effettuate a tua insaputa. A nulla serviranno – qui si vede tutta l’ingenuità della giovane e inesperta Rosa che li invoca – i video con carezze, coccole e premure nei confronti dei bambini assistiti perché non interessano e non saranno mai valorizzati da chi cerca esclusivamente il reato. Grazie al Tribunale del Riesame viene poi ridimensionato il reato inizialmente ipotizzato con derubricazione da maltrattamenti ad abuso dei mezzi di correzione. È evidente il fatto che – come sostiene il celebre magistrato Gherardo Colombo nell’intervista a Il Dubbio del 26.06.19 – viene privilegiata la ricerca della prova rispetto alla prevenzione di potenziali danni a carico degli alunni, altrimenti non si attenderebbero lunghi mesi anziché agire tempestivamente con la figura del dirigente scolastico che viene improvvidamente cortocircuitato. Curioso anche il fatto che l’accusa possa avvalersi delle intercettazioni anche quando i maltrattamenti (art. 572 c.p.) sono derubricati ad abuso dei mezzi di correzione (art. 571 c.p.): i primi sono infatti ritenuti reati gravi (perché il massimo edittale della pena supera i 5 anni) e danno diritto a chiedere al GIP le autorizzazioni a intercettare, mentre il secondo no. L’accusa di abuso dei mezzi di correzione viene a essere così “corroborata” da filmati che altrimenti l’accusa non avrebbe avuto a disposizione. Quanto sopra per dire che assai difficilmente una maestra potrà uscire indenne da una simile situazione.

Per completezza va anche ricordato che per il reato di abuso dei mezzi di correzione non è prevista alcuna misura sospensiva, ma ecco intervenire l’Ufficio Scolastico Regionale perché la gogna mediatica ha prodotto i suoi effetti e i genitori degli alunni non vogliono più aver nulla a che fare con la docente inquisita.

Della scelta del rito processuale ho già scritto e non mi dilungherò ulteriormente. Dopo i molti casi seguiti in prima persona, ritengo che il rito ordinario sia però quello da privilegiare in assoluto, rispetto al patteggiamento e all’abbreviato, perché consente di poter combattere per “urlare” – come scrive Rosa – la propria innocenza. In questo caso, considerata la giovane età della maestra e la sua ferma convinzione di aver professionalmente ben agito, vale veramente la pena lottare con unghie e denti per conseguire un’assoluzione con formula piena, nonostante un lungo e costoso cammino attraverso le aule giudiziarie.

L’ultima questione sollevata dalla missiva di Rosa riguarda la difficoltà a individuare un perito di parte che si presti a far valere le ragioni dell’imputato. Talvolta il professionista interpellato è però affetto dal pregiudizio di dover scrivere una perizia a difesa di una strega inseguita da orde forcaiole che hanno già acceso il rogo e avanza poco attendibili impedimenti di ordine etico. L’unico modo per fare recedere il potenziale perito dal suo diniego, consiste nell’illustrargli compiutamente la vicenda oppure più semplicemente rivolgersi a un altro.

Ritengo che, prima di entrare nel merito dei contenuti di un videoclip, occorre sempre elencare e dibattere i troppi punti di debolezza che presentano i metodi d’indagine adottati nella scuola. Resto ogni giorno più convinto che, proprio a fronte dei metodi d’indagine adottati, l’Autorità Giudiziaria, lungi dall’aver risolto un problema, stia trasformando la palla di neve in valanga: non è un caso se, dal 2014 a oggi, i PMS sono aumentati di 14 volte.

www.facebook.com/vittoriolodolo

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