Presunti maltrattamenti a scuola: l’abbecedario per comprendere un fenomeno distruttivo

di Vittorio Lodolo D'Oria
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Il più famoso cantautore genovese titolerebbe l’intera vicenda come una sua splendida canzone: “Una storia sbagliata”. Forse più che sbagliata è paradossale se non addirittura kafkiana: famiglia contro scuola, genitori contro insegnanti, ingiustizia per tutti.

Il seguente abbecedario vuole fornire alcuni elementi per comprendere appieno un fenomeno distruttivo che arreca danno all’intera società e a tutte le generazioni che la attraversano.

A come “abuso dei mezzi di correzione” (art. 571 cpp): è l’accusa mossa insieme ai “maltrattamenti” (art. 572 cpp) a carico delle maestre. Assai di frequente resta sul piatto solo l’art. 571 ma, talvolta, nemmeno quello. A come anzianità di servizio: le maestre incriminate ne vantano una invidiabile che spesso tocca o addirittura supera i 40 anni, ma nessuno sembra accorgersene nonostante il governo abbia riconosciuto come usurante la professione d’insegnante della Scuola dell’infanzia. A come alleanza, oramai estinta, Scuola-Famiglia. A come avvocati al loro primo giorno di scuola che assistono le incredule maestre nei processi-spettacolo. A come arresti domiciliari: la prima conseguenza di quell’incubo in cui le insegnanti si sono trovate all’improvviso senza darsene una ragione.

B come burnout: il nome anglosassone (perché nessuno ne capisca la portata) dell’usura psicofisica di una helping profession che può far perdere il controllo degli impulsi. B come bambini: le vere vittime del conflitto Scuola-Famiglia in cui la sconfitta è la società tutta.

C come Carabinieri: chiamati a indagare, filmare di nascosto e trascrivere denunce in un settore che non è il loro. C come colleghe che talvolta sporgono denuncia anziché aiutare la maestra vicina di aula. C come “correzione”: dopo il ’68 trattasi di termine desueto e impronunciabile alla stregua del vocabolo “disciplina”. Gli stessi avvocati diffidano le loro clienti dal ricorre ai suddetti sostantivi durante lo svolgimento del processo per timore di apparire troppo severe davanti al giudice.

D come dirigenti scolastici: coloro che dovrebbero tenere sotto controllo la loro scuola ma sono spesso all’oscuro dei fatti e, talvolta, arrivano loro stessi (incredibili dictu) a denunciare le maestre anziché convocarle, ascoltarle e guidarle. D come disabili: quelli gravi richiedono spesso un rapporto “fisico” di contenimento, ma il povero carabiniere che visiona i filmati lo interpreta come maltrattamento da perseguire.

E come enuresi: il tipico segno di un bimbo a disagio, sempre imputato alla scuola anche se magari la famiglia ne è la vera causa per esempio a seguito di una separazione. E come età: quella delle maestre indagate è sempre superiore ai 50 (la menopausa pesa) se non addirittura ai 60 (grazie alla recente riforma previdenziale “al buio” Monti-Fornero). E come elefante che entra nella cristalleria: così è stato l’intervento della giustizia nella Scuola. E come ergastolo: trattasi della pena minima che l’opinione pubblica (rigorosamente con la minuscola quando si intendono gli spettatori di programmi populisti alla Barbara D’Urso ).

F come famiglia: troppo lungo elencare le diverse tipologie di famiglia oggi esistenti. Probabilmente le maestre indagate sono ancora ferme allo “stereotipo”, oramai superato, di padre, madre e figlio. F come filmati ripresi dalle telecamere nascoste: sarebbero di una noia mortale se i trailer estratti da centinaia e centinaia di ore non venissero “arricchiti” nella trascrizione dalla fantasia noir dello sbobinatore o del PM che, per esempio, trasforma l’esclamazione della maestra ai bimbi da “Basta!” in “Bastardi!”. F come forca: pena decisamente più appropriata per tali maestre cui, secondo il tribunale del popolo, l’ergastolo sarebbe un regalo troppo generoso.

G come gogna mediatica: quella cui è sottoposta l’indagata con tutta la sua famiglia. Il processo di piazza si scatena subito nelle più disparate forme: valga per tutti la vicenda di Latina dove sono comparse scritte diffamatorie con tanto di nomi sui muri della scuola, su striscioni esposti allo stadio e su ponti autostradali. G come Guardia di Finanza: in alcuni episodi ha preso il posto dei Carabinieri nelle indagini. Forse si pensava che fossero più ferrati dei loro commilitoni in materia scolastica di educazione e formazione. G come giustizia: non è più tra noi perché scappata per la vergogna. G come garante per l’infanzia: non può che pretendere i giusti mezzi per tutelare i minori, ma sarebbe anche il caso che si chiedesse se tutte le accuse sono vere e soprattutto quale è la causa del fenomeno. G come GIP: particolare encomio a quello di Milano che, dopo aver visto i filmati e gli atti dell’inchiesta, ha concluso affermando che è compito del dirigente scolastico sbrigare simili questioni senza dover scomodare la giustizia. Intuendo la causa dei fatti, aggiungeva infine che sarebbe stato il caso di prepensionare la maestra sessantenne evidentemente usurata dalla professione.

H come horror: è la classificazione dei volumi risultanti dalle trascrizioni dei video ad opera degli agenti, ma non appena si vedono i filmati in prima persona ci si accorge che dovrebbero essere archiviati nella sezione Fantasy. Se mai qualcuno avesse la sfortuna di visionare il noiosissimo lungometraggio (centinaia e centinaia di ore) finirebbe col ritenere brillante “La corazzata Potemkin”.

I come infanzia: i molti paladini che si schierano per proteggerla combinano più disastri che mai nonostante le buone intenzioni. I come istituzioni: sono del tutto assenti, dal MIUR all’USR e UST come se la cosa non le riguardasse. Davvero la salute degli insegnanti e l’incolumità degli alunni è cosa loro? Speriamo che se lo stiano almeno chiedendo. I come infamia: è la moneta con la quale sono ripagate queste maestre dopo una vita trascorsa a insegnare. I come “inidoneità all’insegnamento”: nella migliore delle ipotesi è il provvedimento che verrà assunto nei confronti delle maestre inquisite, sempreché non vengano licenziate per giusta causa in caso di condanna.

L come “libertà personale violata”: secondo i Carabinieri di questo si tratta quando un insegnante di sostegno contiene un disabile grave e pericoloso per se stesso e per l’altrui sicurezza. L come lastrico: posto in cui finiranno numerose maestre condannate a risarcire famiglie cui hanno osato fare il torto di educare i figli. L come laurea: occorrerà possederne una anche per insegnare alla Scuola dell’infanzia, mentre continuerà a essere superflua per divenire titolare del dicastero dell’Istruzione. L come lavoro usurante: quale di fatto è l’insegnamento a qualsiasi livello e non solo nella Scuola dell’infanzia.

M come maltrattamenti, ma anche come maestre-nonne e mostri inventati ad arte dai mass media

N come “non addetti ai lavori”: di loro si è già parlato a proposito del personale cui l’Autorità Giudiziaria affida il compito di analizzare i filmati e trascriverli su carta pur non avendo alcuna esperienza di educazione in ambiente scolastica. Si spera almeno che i suddetti agenti abbiano dei figli e siano riusciti nell’intento di educarli bene.

O come organizzazione all’interno della scuola: siamo sicuri che occorra l’intervento della Giustizia? I genitori possono chiedere conto direttamente alle maestre e, qualora non soddisfatte, rivolgersi direttamente al dirigente che, qualora incapace di risolvere direttamente la questione, può richiedere l’avvio di una indagine ispettiva all’UST/USR. Inutile dire che questa via è decisamente più rapida ed economica rispetto alle indagini giudiziarie.

P come processi, ma anche come PM che cerca a testa bassa tutto il male possibile pur non conoscendo l’ambiente scolastico e le sue dinamiche. PM che vedendo il filmato di due maestre che comunicano in dialetto, ritiene di aver individuato la prova del concorso in improbabili piani criminosi a danno degli alunni. P come privacy: ancora più maltrattata delle stesse maestre, addirittura stuprata dai vergognosi processi sommari televisivi. P come pensione: oramai irraggiungibile grazie alle riforme previdenziali “al buio” (cioè senza valutazione di età anagrafica, anzianità di servizio e malattie professionali). P come pianto: come quello dei bimbi che il PM afferma di sentire nei filmati in cui la registrazione audio non è stata autorizzata.

Q come quaranta anni: l’anzianità di servizio necessaria per andare in pensione nonostante il lavoro usurante. Quaranta anni di traversata nel deserto al cui termine c’è la galera e non la Terra Promessa. Q come Quaresima che è periodo di contrizione ed espiazione per tutte la parti in causa poiché, a perdere, è la società intera che non sa più come fare a crescere ed educare le nuove generazioni.

R come rito processuale: può essere ordinario, abbreviato o patteggiato. Ciascun avvocato sceglie in base alle proprie convinzioni pur non conoscendo assolutamente l’ambiente scolastico e le sue dinamiche. Importante però ricordare che il patteggiamento, secondo una recente sentenza della Cassazione (N° 4170 del 02.02.16), non equivale ad ammissione di colpevolezza: pronunciamento fondamentale per evitare il licenziamento per giusta causa.

S come scoop giornalistico, ma anche come scappellotti che si trasformano in schiaffi e sberle negli articoli, quando non addirittura in percosse e violenze negli atti del PM (“la maestra percuoteva con fogli di carta”). S come sostegno: trattasi di settore particolarmente a rischio di denuncia a causa del “rapporto fisico” insegnante-alunno, di cui abbiamo già fatto cenno, che potrebbe essere equivocato per “maltrattamenti”.

T come telecamere che in molti credono essere la soluzione al problema. Tuttavia si tratta eventualmente di prevenzione secondaria che non evita ai bimbi gli abusi, ma anzi impone loro di sottoporsi a ulteriori angherie per i lunghi tempi di svolgimento delle indagini. T come trailer: l’attività lavorativa svolta in centinaia e centinaia di ore viene ridotta a pochi secondi che riproducono magari uno sporadico gesto di stizza, un urlo, uno scappellotto, a voler dimostrare che la maestra è di indole violenta. Trailer che viene riproposto ossessivamente in TV per consolidare la tesi accusatoria e generare il mostro da sbattere in prima pagina.

U come UST e USR che nella vicenda non profferiscono verbo anziché reagire energicamente all’invasione di campo della Giustizia nella Scuola. U come umiliazione subita da un’intera categoria professionale che impegna grande energia nel crescere le nuove generazioni.

V come violenza ma anche come verità: la presunta violenza si è trasformata in verità di comodo per fare notizia e allestire processi mediatici. V come valanga: in questo si è trasformata una palla di neve, divenuta slavina, che oramai non risparmia nessuno.

Z come zizzania: sta spesso alla base delle indagini che partono da dissapori tra docenti e genitori coi loro pericolosi gruppi WA, oppure da invidie tra le stesse maestre e le loro colleghe. Ma soprattutto Z come “zona franca”: così deve essere la Scuola rispetto alla Giustizia: la Scuola ha infatti tutti gli strumenti per gestire simili faccende senza l’intervento a gamba tesa di terzi e per giunta “non addetti ai lavori”. Dirigente scolastico e suoi collaboratori, così come UST e USR, facciano la loro parte senza indugiare perché la Giustizia italiana ha ben altro di cui occuparsi e in cui investire il denaro pubblico.

NB Questo abbecedario vale esclusivamente per la scuola pubblica e non per gli asili (nido) privati poiché la normativa che disciplina il funzionamento dei rispettivi ambiti è affatto differente in queste due realtà in termini di selezione e formazione del personale. Vedasi a tal proposito anche le età anagrafiche del personale inquisito: superiore ai 50 anni nel pubblico e inferiore ai 40 nel privato. Episodi noti alla cronaca come l’Asilo Cip & Ciop di Pistoia e di Viale Sarca a Milano non si sono infatti mai verificati nel pubblico.

A fugare infine i timori dei genitori per l’incolumità dei loro figli dovrebbero bastare due semplici constatazioni

  1. La Scuola è ambiente decisamente più sicuro della stessa famiglia, come dimostra ampiamente la cronaca nera. Questa spesso riporta incresciosi delitti di genitori nei confronti dei figli e viceversa mentre, altrettanto, non si è mai verificato tra insegnanti e alunni.
  2. L’incolumità della giovane utenza passa necessariamente attraverso la salute psicofisica degli insegnanti che deve essere garantita e tutelata dalle Istituzioni latitanti. Le famiglie possono dunque tornare ad allearsi con gli insegnanti per fare pressione sul MIUR affinché venga tutelata, come previsto dalle vigenti norme, la loro salute.

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