Presidente Mattarella, il nostro futuro non può dipendere da 80 domande in 80 minuti. Lettera

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Inviata da Ivano Bruni – Egregio Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, mi chiamo Ivano Bruni, sono un precario della scuola da molto tempo e sono tra quei “soggetti che si definiscono insegnanti”.

Anche se può sembrare una nota polemica, questa missiva è innanzitutto una riflessione sulla situazione attuale di tanti precari della scuola italiana.
Un buon insegnante si forma principalmente in classe con l’esperienza, il contatto con gli alunni è il più bel laboratorio di apprendimento che ci sia. Qualcuno ha già citato Freud che definiva il nostro come un “lavoro impossibile”, infatti dobbiamo psicanalizzare, governare ed educare; tutto vero, è quello che facciamo ogni giorno con i nostri ragazzi.

Nemmeno l’emergenza COVID-19 è riuscita a fermarci. Le nostre giornate sono scandite da video lezioni, preparazione di dispense e correzione compiti. Ma non finisce qui, molti alunni vanno personalmente supportati, andiamo ogni giorno a stanarli virtualmente nelle loro case, viviamo con loro i disagi dell’emergenza e la diffidenza nei confronti della Didattica a distanza. Abbiamo quotidianamente contatti telefonici con i loro genitori, insomma tutto fuorché normale routine. Anche noi precari abbiamo affrontato questa emergenza con la massima professionalità, imparando a gestire piattaforme e a inventarci nuovi linguaggi per trasmettere il
sapere, malgrado esclusi dal bonus docenti di €500, facendo ricorso unicamente alle nostre risorse personali e non solo: computer, tablet, connessione, registratori per audiolezioni ecc, strumenti più che mai necessari in questo momento.

Nonostante tutto, lavoriamo sodo per il bene dei nostri ragazzi, valutiamo le loro sensazioni attraverso elaborati su fogli Word, Excel, ci piace leggere i loro pensieri e i loro sogni, perché molte volte aiutano le nostre giornate. Facciamo tutto questo esattamente come farebbero gli insegnanti di ruolo, anche se non lo siamo.

Il nostro futuro infatti dipenderà da un test di 80 domande in 80 minuti che si è ritenuto essere lo strumento più adatto a valutare l’idoneità di un docente al proprio ruolo. Questo metodo non considera l’esperienza che molti insegnanti come me hanno maturato in questi anni di servizio e privilegia una preparazione di tipo nozionistico, non tenendo conto dell’aspetto umano alla base del rapporto docente-alunno. Mi chiedo a questo punto: a cosa è servito il lavoro svolto in classe sino ad
oggi?

Credo che non sia onesto valutare il merito di un docente attraverso il classico “test a crocette”, non lo è da un punto di vista etico. Credo che la prospettata soluzione del concorso straordinario sia offensiva per noi precari della scuola, lede fortemente il nostro impegno e svilisce la professione che ogni giorno portiamo avanti con passione, ma soprattutto danneggia la scuola stessa, e l’avvenire dei ragazzi che meritano insegnanti selezionati in base a criteri più umani.

L’idea di un percorso formativo universitario con esami in itinere e prova finale sarebbe stata sicuramente più plausibile, se non altro ci avrebbe permesso di completare e consolidare il nostro percorso di formazione che è già in atto all’interno della scuola. In tutti questi anni abbiamo già sostenuto esami e superato più test di quanto si possa immaginare: esami universitari, corsi di aggiornamento, corsi informatici, sulla sicurezza, sulla LIM. Abbiamo affrontato anche prove diverse legate a problematiche giovanili e di disagio sociale, imparando che spesso il nostro
ruolo va ben oltre la sfera della didattica. Non sono mancati i problemi logistici, organizzativi e personali, come quando, in un intero anno scolastico ho percorso più di 35000 km per andare a lavoro, senza dimenticare le volte in cui mi sono presentato in classe con la febbre alta, perché a noi precari è consentito ammalarsi per pochi giorni.

Per concludere, semplicemente ci aspettavamo un trattamento diverso, anche alla luce dell’emergenza che stiamo vivendo.
Ogni anno nel mese di aprile inizia lo scoramento: cominciamo a pensare alla fine della scuola, ai ragazzi che non rivedremo a settembre e alla possibilità di non essere riconvocati ad Ottobre. Non abbiamo anche a noi diritto ad avere un futuro? Se al fatidico concorso dovessimo sbagliare qualche crocetta di troppo, cosa ne sarebbe di noi e che fine farebbero i nostri sacrifici? Noi chiediamo che il buon senso si sostituisca all’arroganza verbale e agli atteggiamenti illiberali di una classe politica costantemente distante dalle nostre reali esigenze. Sono giorni in cui ognuno di noi
riflette sul proprio futuro e riconsidera le proprie abitudini, i propri spazi e la propria vita, ne usciremo più forti, dice qualcuno.

Signor Presidente, sono aspettative e non richieste.
Roberto Vecchioni, un nostro illustre collega direbbe “ci vergogniamo tanto di essere uomini” e alla luce di questo io Le dico che non pretendiamo il “6 politico”, ma il semplice riconoscimento del ruolo che tutti i giorni i nostri alunni ci riconoscono già.

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