Precaria assunta in ruolo dopo 5 anni di supplenze, le spetta anche un risarcimento danni pari a 7 mensilità? Sentenza

La Cassazione (Sezione Lavoro, Sentenza 26 febbraio 2020, n. 5243) sul tema della reiterazione di supplenze annuali, in continuità con i principi affermati dalle Sezioni Unite della stessa Corte (Sentenza n. 5072 del 2016), ha ribadito che l’avvenuta immissione in ruolo non esclude la proponibilità di domanda per risarcimento dei danni “ulteriori e diversi” rispetto a quelli esclusi dall’immissione in ruolo stessa, con la precisazione che l’onere di allegazione e di prova grava sul lavoratore.

Il risarcimento di 7 mensilità di stipendio lordo riconosciuto in appello. Una donna, assunta come assistente tecnico in supplenza, si rivolgeva al giudice d’appello, che le liquidava 7 mensilità di retribuzione (globale di fatto) a titolo di risarcimento del danno (ai sensi del D.Lgs. n. 165/ 2001, art. 36, c. II): in ragione della tipologia delle supplenze sottostanti ai contratti a termine stipulati dalla donna, tra le quali vi erano supplenze annuali su organico di diritto per 5 anni consecutivi (dal 2002/2003 al 2006/2007, e riconducibili all’ipotesi di cui alla L. n. 124/1999, art. 4, c. I), per il giudice doveva riconoscersi alla stessa il risarcimento del danno nella misura di 7 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

Per il Miur è lecita la reiterazione delle supplenze. Il MIUR adisce la Cassazione e, ribadita la specialità del sistema di reclutamento e di conferimento delle supplenze in ambito scolastico, ne sostiene la piena conformità alla normativa europea, evidenziando che tutte le tipologie di rapporti a tempo determinato rispondono a ragioni oggettive che giustificano il rinnovo del contratto, aggiungendo che le richiamate esigenze non possono essere garantite mediante la costituzione di una stabile riserva di personale scolastico in quanto l’amministrazione, per ragioni di contenimento della spesa pubblica e per garantire l’equilibrio del bilancio dello Stato, non può immettere in ruolo personale che potrebbe rivelarsi non necessario.

La vanificazione del risarcimento in Cassazione. La donna, in Cassazione, solleva la questione (rilevante nella fattispecie, in cui si discute di supplenze su organico di diritto di durata complessiva superiore a 36 mesi) della permanenza del diritto al risarcimento del danno anche in ipotesi di intervenuta stabilizzazione. Ma la Cassazione accoglie la tesi del MIUR, così vanificando il risarcimento già riconosciuto all’assistente tecnico.

I principi operanti in tema di risarcimento per reiterazione di supplenze annuali. Nell’accogliere il ricorso del MIUR, la Cassazione ha pronunciato due importanti principi:

  • Nelle ipotesi di reiterazione, realizzatesi dal 10.07.2001 e prima dell’entrata in vigore della L. 13 luglio 2015, n. 107, rispettivamente con il personale docente e con quello amministrativo, tecnico ed ausiliario, per la copertura di cattedre e posti vacanti e disponibili entro la data del 31 dicembre e che rimangano prevedibilmente tali per l’intero anno scolastico, deve essere qualificata misura proporzionata, effettiva, sufficientemente energica ed idonea a sanzionare debitamente l’abuso ed a “cancellare le conseguenze della violazione del diritto dell’Unione” la stabilizzazione acquisita dai docenti e dal personale ausiliario, tecnico ed amministrativo, attraverso l’operare dei pregressi strumenti selettivi- concorsuali”.
  • Nelle predette ipotesi di reiterazione, realizzatesi prima dell’entrata in vigore della L. 13 luglio 2015, n. 107, rispettivamente con il personale docente e con quello ausiliario, tecnico ed amministrativo, per la copertura di cattedre e posti vacanti e disponibili entro la data del 31 dicembre e che rimangano prevedibilmente tali per l’intero anno scolastico, deve affermarsi, in continuità con i principi affermati dalle SS.UU di questa Corte nella sentenza n. 5072 del 2016, che l’avvenuta immissione in ruolo non esclude la proponibilità di domanda per risarcimento dei danni ulteriori e diversi rispetto a quelli esclusi dall’immissione in ruolo stessa, con la precisazione che l’onere di allegazione e di prova grava sul lavoratore, in tal caso non beneficiato dalla agevolazione probatoria di cui alla menzionata sentenza”.

L’immissione in ruolo vale come risarcimento. Posto che la donna è stata assunta su posti di organico di diritto in virtù di ripetuti contratti a termine, che hanno avuto una durata superiore a trentasei mesi, nel corso della causa la stessa era stata immessa in ruolo. La docente, pertanto, ha ottenuto, per tale via, il “bene della vita” che aveva rivendicato in giudizio, formulando, in via principale, la domanda di conversione del rapporto, sicché, per la Cassazione, non ha rilievo la circostanza che la stabilizzazione sia avvenuta per mezzo di interventi diversi da quelli previsti nella L. n. 107 del 2015.

Il richiamo alle Sezioni Unite del 2016. Nel regime del lavoro pubblico contrattualizzato in caso di “abuso” del ricorso al contratto di lavoro a tempo determinato da parte di una pubblica amministrazione il dipendente, che abbia subito l’illegittima precarizzazione del rapporto di impiego, ha diritto al risarcimento del danno (art. 36, c. V, D.Lgs. n. 165/2001) nella misura pari ad un’indennità onnicomprensiva tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. In altre parole, nell’ambito del pubblico impiego privatizzato, il danno risarcibile, non deriva dalla mancata conversione del rapporto, legittimamente esclusa sia secondo i parametri costituzionali che per quelli europei, ma dalla prestazione in violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori da parte della P.A., ed è configurabile come perdita di “chance” di un’occupazione alternativa migliore, con onere della prova a carico del lavoratore.

Nel caso di specie non si configurano “danni” diversi da quelli risarciti con l’immissione in ruolo. In merito alla risarcibilità del danno nelle ipotesi di intervenuta stabilizzazione, non risulta dagli atti di causa che la donna abbia dimostrato l’esistenza di danni ulteriori e diversi rispetto a quelli “risarciti” dall’immissione in ruolo, la cui prova grava sulla stessa lavoratrice e che, nella specie, non potrebbero identificarsi con quelli “da mancata conversione e quindi da perdita del posto di lavoro”, poiché la stessa era stata stabilizzata, secondo quanto affermato nella predetta decisione delle SS.UU. n. 5072 del 2016. Pertanto, il risarcimento è stato vanificato.

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