Precari, l’esercito dei 25 mila che ha perso la speranza

di Lalla
ipsef

Franco Buccino – Sono ormai più di venticinquemila in Campania i precari della scuola che non hanno riavuto l’incarico, docenti in gran parte e poi amministrativi, tecnici e ausiliari. Oltre duecentomila in tutta Italia. È il risultato delle scelte dei governi degli ultimi quindici anni, che hanno messo in ginocchio le scuole e portato al macero tanta intelligenza, cultura ed esperienza.

Franco Buccino – Sono ormai più di venticinquemila in Campania i precari della scuola che non hanno riavuto l’incarico, docenti in gran parte e poi amministrativi, tecnici e ausiliari. Oltre duecentomila in tutta Italia. È il risultato delle scelte dei governi degli ultimi quindici anni, che hanno messo in ginocchio le scuole e portato al macero tanta intelligenza, cultura ed esperienza.

Si parla molto in questi giorni dei fatti di Pomigliano, dei diciannove operai: politici, sindacalisti e vescovi. E fanno bene, ma davanti a questo infinito processo di ristrutturazione del sistema dell’istruzione, qualche parola in più bisognerebbe spenderla e qualche decisione assumerla.

I precari della scuola si stanno convincendo ormai che nel sindacato esistano oligarchie di lavoratori a tempo indeterminato, e non gli riconoscono alcuna rappresentanza di sé e dei loro problemi. La classe politica, anche quella più illuminata e riformista, oggi è intenta a “salvare” il paese e, incapace di elaborare propri programmi, sceglie di sottomettersi a tecnici bravi e “maledetti”. I quali cercano di raggiungere l’obiettivo, poco badando agli effetti sociali dei loro sempre pesanti provvedimenti, e d’altra parte sono d’accordo su ogni cambiamento che venga loro proposto, purchè a “saldi invariati”. Perciò quando si è deciso di non toccare l’orario di lavoro dei docenti, hanno esultato gli insegnanti di ruolo, continuano a tremare i precari sopravvissuti, ancora in servizio.

La scuola rimane il bersaglio preferito ormai da troppi anni. Purtroppo anche chi tra i politici dice che si deve fermare questa furia distruttrice contro la scuola pubblica, un attimo dopo è d’accordo con il governo sulla retrocessione mortificante e ingiusta ad amministrativi dei docenti inidonei per motivi di salute, che si prendono il posto di altrettanti precari Ata; è d’accordo con la riconversione sul sostegno dei docenti di ruolo in esubero, che vanno a prendersi il posto dei docenti precari di sostegno. E che dire del ministro che procede per annunci e impelaga il mondo della scuola in un concorso che non solo è inutile ma è oltremodo dannoso perché complica il problema del reclutamento e la stabilizzazione del personale a tempo determinato. Intanto, dicono i precari, tutti parlano male del concorso, ma fioccano i corsi di preparazione e si mobilitano gli uffici legali per i ricorsi.

L’ultimo annuncio, di improbabili tablet nella scuola per studiare su ebook, copre la notizia del suicidio di Carmine, precario della scuola di 48 anni. “La morte di Carmine mette pesantemente in discussione tutta la politica scolastica nei capitoli relativi al reclutamento e al precariato. Da oggi sindacato, classe politica e governo non possono essere più evasivi, devono assumersi fino in fondo le loro responsabilità”. Dice un mio amico precario, professore laureato di scuola superiore senza incarico da due anni, che ha finito il lavoro stagionale di commesso in una libreria e da lunedì forse va in un call center a tre euro l’ora. Mentre studia per una seconda laurea, per il concorso, per il tfa e aspetta qualche supplenza.

Il mio amico passa in rassegna le notizie della scuola, fino all’ultima, quella del Partito democratico che vuole una massiccia immissione in ruolo e il decreto “salvaprecari” anche per quest’anno. Trova i due punti discutibili e in completa antitesi tra loro: la “massiccia” stabilizzazione, come è successo in passato, magari porterà nei ruoli neanche il dieci per cento degli inseriti nelle graduatorie ad esaurimento; il decreto “salvaprecari” aggraverà, ingolferà e affonderà il precariato: si danno a tutti punti che non valgono niente e non costano niente. E però oggi sono due provvedimenti che sembrano utili, come il concorso. “E allora ci buttiamo in queste cose, ma al fondo sappiamo – dice sconsolato – che per noi non c’è più niente da fare.

Repubblica ed. Napoli 6 novembre 2012

Versione stampabile
Argomenti:
anief anief voglioinsegnare