Precari, dalla UE: subito norme per assumerli e risarcimenti adeguati

di redazione
ipsef

item-thumbnail

Anief – Duro monito del Parlamento europeo sul precariato eterno adottato da alcuni Paesi del Vecchio Continente, con l’Italia indegna capostipite: rispondendo alle numerose petizioni riguardanti la lotta alla precarietà e all’abuso dei contratti a tempo determinato, tra cui quelle dell’Anief, il Parlamento europeo in queste ultime ore ha fornito una risposta perentoria.

Attraverso una risoluzione – rivolta al Consiglio, alla Commissione e ai governi degli Stati membri – sollecita le parti in causa “ad adottare provvedimenti immediati nella sua legislazione per affrontare in modo efficace le pratiche occupazionali che conducono alla precarietà” ed “invita la Commissione a intensificare i suoi sforzi per porre fine alle clausole inique nei contratti di lavoro, affrontando tutti gli abusi e tutte le scappatoie”.

Già nelle premesse, la posizione del Parlamento appare chiara: quello precario viene inteso, infatti, come un lavoro che deriva “da un uso abusivo di contratti di lavoro temporanei in violazione delle norme internazionali in materia di condizioni di lavoro, dei diritti dei lavoratori e del diritto dell’UE; inoltre, continua, “il lavoro precario implica una maggiore esposizione alla vulnerabilità socioeconomica, risorse insufficienti per una vita dignitosa e una protezione sociale inadeguata”. Inoltre, nella risoluzione si evidenzia che “la lotta al lavoro precario deve essere perseguita attraverso un pacchetto strategico multilivello e integrato che promuova norme del lavoro inclusive ed efficaci unitamente a misure efficaci per garantire il rispetto del principio di uguaglianza”.

Inoltre, lo stesso organismo sovranazionale, ammette che “la Commissione ha accumulato notevoli ritardi nel trattamento delle procedure di infrazione relative alla violazione della legislazione dell’UE in materia di lavoro da parte di alcuni Stati membri, permettendo il protrarsi per anni dell’utilizzo abusivo dei contratti a tempo determinato e delle violazioni dei diritti dei lavoratori”. Facendo così intendere che il tempo dai “traccheggiamenti”, da parte dei singoli Stati membri, è ormai concluso.

Preso “atto della risoluzione del Parlamento europeo del 4 luglio 2017 sulle condizioni di lavoro e l’occupazione precaria e delle petizioni ricevute”, l’assemblea UE sottolinea che la precarietà comporta una serie di fattori negativi per i lavoratori che la vivono: come la “mancanza di protezione sociale sufficiente in caso di licenziamento”; la “remunerazione insufficiente per un tenore di vita dignitoso”; la “limitazione dei diritti o delle prestazioni di sicurezza sociale”; una “limitata protezione da qualunque forma di discriminazione”. Ma anche “prospettive limitate o nessuna prospettiva di avanzamento sul mercato del lavoro o nella carriera e nella formazione” e spesso anche un abbassamento del “livello di diritti collettivi e diritti limitati in materia di rappresentanza collettiva”.

Detto ciò, il Parlamento europeo “invita la Commissione e gli Stati membri a combattere il lavoro precario, garantendo lo sviluppo di nuovi strumenti e il rispetto coerente della giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea”, in primis rispettando la sentenza Mascolo C-22/13 emessa a Lussemburgo il 26 novembre 2014, “nonché l’applicazione concreta della legislazione dell’UE e nazionale a livello nazionale al fine di risolvere il problema del lavoro dignitoso e attuare un approccio basato sui diritti”. Facendo poi esplicito riferimento alla direttiva 1999/70/CE, ricorda che ogni Stato membro ha “l’obbligo di punire tale abuso, compresa, in aggiunta, la possibilità per il lavoratore interessato di ottenere il risarcimento per qualsiasi danno subito in passato”. A questo scopo, sottolinea anche che “l’indennizzo deve essere in ogni caso adeguato ed efficace e deve costituire un risarcimento integrale per tutti i danni subiti”, facendo intendere che introdurre per legge dei “tetti” di risarcimento, come accade in Italia, costituisce un artificio che rischia di ledere i diritti del precario anche nella fase risarcitoria.

Pertanto, sottolinea che “le considerazioni di bilancio alla base della scelta di politica sociale di uno Stato membro non possono giustificare la mancanza di misure efficaci volte a prevenire e a punire debitamente l’uso abusivo di una successione di contratti di lavoro a tempo determinato”. E, quindi, “l’adozione di tali misure efficaci, nel pieno rispetto del diritto dell’UE, è necessaria per eliminare le conseguenze della violazione dei diritti dei lavoratori”. Perché, si legge ancora nella risoluzione, secondo la “direttiva 1999/70/CE (…) i contratti a tempo indeterminato sono la forma comune dei rapporti di lavoro, mentre i contratti di lavoro a tempo determinato sono soltanto una caratteristica dell’impiego in alcuni settori o per determinate occupazioni e attività”.

A questo scopo, il Parlamento reputa fondamentale il ruolo delle organizzazioni sindacale: per questo, “invita la Commissione e gli Stati membri a cooperare con tutte le parti sociali, in particolare i sindacati, e i soggetti interessati pertinenti, al fine di promuovere un’occupazione di qualità, sicura e ben retribuita e rafforzare, tra l’altro, gli ispettorati del lavoro”.

Il Parlamento, quindi, invita la Commissione e gli Stati membri a garantire appieno la parità di retribuzione per lo stesso lavoro nello stesso luogo di lavoro, aggiungendo quindi un’ulteriore conferma alla posizione della Cassazione che apre agli scatti di anzianità anche ai precari. Sempre Commissione e Stati membri sono invitati a “prestare attenzione a varie misure esistenti relative alle esigenze delle donne in condizioni di lavoro precario, dato che si tratta di un gruppo già sovrarappresentato che continuerà a essere eccessivamente colpito”. Un “gruppo”, quello delle donne, che nella Scuola costituisce oltre l’80% del personale.

Il parlamento, pertanto, chiede di “sanzionare debitamente gli abusi ed eliminare le conseguenze della violazione del diritto dell’UE, nonché per salvaguardare la posizione occupazionale dei lavoratori interessati”. Perché, conclude, “la conversione di un contratto a tempo determinato in un contratto a tempo indeterminato deve essere considerata come una misura volta a impedire e a sanzionare effettivamente l’abuso dei contratti a tempo determinato nel settore pubblico e privato, e deve essere inclusa in modo chiaro e coerente da tutti gli Stati membri nei rispettivi quadri giuridici pertinenti in materia di diritto del lavoro”.

Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario confederale Cisal, “la posizione assunta dal Parlamento UE è un segnale aggiuntivo e incoraggiante sulla strada intrapresa dal giovane sindacato nella difesa dei diritti dei precari, finalizzati alla loro stabilizzazione e al trattamento equiparato ai colleghi di ruolo a partire dai compensi. Negli ultimi mesi, abbiamo intensificato i nostri sforzi a seguito della discutibilissima sentenza del Consiglio di Stato che vorrebbe mettere i diplomati magistrali fuori dalle GaE: per denunciarne la non coerenza, ci siamo rivolti oltre confine. Prima con il ricorso Cedu, per la violazione della Carta europea dei diritti dell’uomo, dei diritti fondamentali UE, del trattato dell’Unione europea e della direttiva UE sul precariato; poi abbiamo denunciato la questione alla Commissione di petizione del parlamento UE e al Consiglio d’Europa”.

“Siamo sempre più convinti che fare parte dell’UE non può servire solo alla ricerca del pareggio di bilancio, ma anche a rispettare le indicazioni che giungono da Bruxelles. Continuare ad ignorarle, come è stato fatto sinora, sarebbe immorale ma soprattutto andrebbe a formare, nei confronti dell’Italia, l’etichetta di Paese inaffidabile e opportunista. Speriamo, a questo punto, che la svolta arrivi dal nuovo Governo: se, davvero, si vuole guardare ad un’Europa comune, guidata da valori e norme analoghe, allora si parta dai tanti lavoratori non di ruolo, che non meritano – conclude Pacifico – di invecchiare da precari”.

Versione stampabile
Argomenti:
anief
soloformazione