Precari da equiparare ai docenti di ruolo, ma non in tutto: prevale principio di non discriminazione. Sentenza

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Ancora una importante sentenza della Cassazione che interviene sul diritto dei precari di non avere più discriminazioni rispetto al personale di ruolo, fatte salve le questioni che afferiscono alle esigenze del rapporto a termine e che non possono pertanto essere equiparate a quelle del personale di ruolo.

La questione

La Corte d’ Appello di Ancona, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di primo grado che aveva rigettato tutte le nei confronti del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, ha condannato il Ministero appellato «al pagamento, a titolo di risarcimento del danno, in favore della parte appellante di 2,5 mensilità sulla base dell’ultima retribuzione mensile globale di fatto nonché delle somme derivanti dall’applicazione, in misura pari a quelle dei colleghi di lavoro a tempo indeterminato, degli aumenti conseguenti all’anzianità maturata, computata nel limite dell’ultimo decennio dalla costituzione in mora, con interessi legali dal dovuto al saldo». La Corte territoriale ha evidenziato, in fatto, che l’ATA, della scuola, era stata reiteratamente assunta con contratti a tempo determinato per svolgere le mansioni di assistente amministrativo ed era stata destinataria di incarichi annuali, nonché di incarichi temporanei fino al termine delle attività didattiche. Il giudice d’appello ha escluso che l’appellante potesse pretendere l’instaurazione di uno stabile rapporto di impiego a tempo indeterminato ed ha ritenuto ostativo il divieto di cui all’art. 36 del d.lgs. n. 165/2001, aggiungendo anche che la disciplina del reclutamento del personale scolastico è speciale rispetto a quella generale dettata dal d.lgs. n. 368/2001 sicché non trova applicazione l’art. 5, comma 4 bis, di quest’ultimo decreto. Si pronuncia la Cassazione Civile Sent. Sez. L Num. 4194/2021.

Nessuna discriminazione in materia d’anzianità tra precari e personale di ruolo

Per i giudici il primo motivo di ricorso è infondato, perché la sentenza impugnata è conforme all’orientamento, consolidatosi nella giurisprudenza di questa Corte a partire dalle sentenze nn. 22558 e 23868 del 2016, secondo cui «nel settore scolastico, la clausola 4 dell’Accordo quadro sul rapporto a tempo determinato recepito dalla direttiva n. 1999/70/CE, di diretta applicazione, impone di riconoscere la anzianità di servizio maturata al personale del comparto scuola assunto con contratti a termine, ai fini della attribuzione della medesima progressione stipendiale prevista per i dipendenti a tempo indeterminato dai c.c.n.l. succedutisi nel tempo, sicché vanno disapplicate le disposizioni dei richiamati c.c.n.l. che, prescindendo dalla anzianità maturata, commisurano in ogni caso la retribuzione degli assunti a tempo determinato al trattamento economico iniziale previsto per i dipendenti a tempo indeterminato.». All’affermazione del principio di diritto, richiamato in numerose pronunce successive (cfr. fra le più recenti Cass. nn. 12503, 12443 e 10219 del 2020 e la giurisprudenza ivi richiamata), la Corte è pervenuta sulla base delle indicazioni fornite dalla Corte di Giustizia, I richiamati principi sono stati tutti ribaditi dalla Corte di Lussemburgo nella motivazione della sentenza del 20.6.2019 in causa C-72/18, Ustariz Aróstegui, secondo cui «la clausola 4, punto 1, dell’accordo quadro deve essere interpretata nel senso che essa osta a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, che riserva il beneficio di un’integrazione salariale agli insegnanti assunti nell’ambito di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato in quanto funzionari di ruolo, con esclusione, in particolare, degli insegnanti assunti a tempo determinato come impiegati amministrativi a contratto, se il compimento di un determinato periodo di servizio costituisce l’unica condizione per la concessione di tale integrazione salariale.».

Va disapplicata normativa interna illegittima

Sulla base delle indicazioni fornite dalla Corte di Lussemburgo è stata recentemente decisa la questione, che presenta analogie con quella oggetto di causa, relativa al riconoscimento, ai fini della ricostruzione della carriera del personale della scuola successivamente immesso in ruolo, del servizio prestato in forza di rapporti a termine ed anche in quel caso è stato ribadito che il principio di non discriminazione impone di disapplicare la normativa interna che riserva all’assunto a tempo determinato un trattamento meno favorevole rispetto a quello del quale gode il dipendente ab origine a tempo indeterminato (Cass. nn. 31149 e 31150 del 2019).

Non ci sono ragioni per cambiare orientamento su diritto di non discriminazione

“Non si ravvisano, pertanto, ragioni che possano indurre il Collegio a rimeditare l’orientamento già espresso, al quale va data continuità, perché anche in questa sede il Ministero sovrappone e confonde il principio di non discriminazione, previsto dalla clausola 4 dell’Accordo quadro, con il divieto di abusare della reiterazione del contratto a termine, oggetto della disciplina dettata dalla clausola 5 dello stesso Accordo. Che i due piani debbano, invece, essere tenuti distinti emerge già dalla lettura della clausola 1, con la quale il legislatore eurounitario ha indicato gli obiettivi della direttiva, volta, da un lato a “migliorare la qualità del lavoro a tempo determinato garantendo il rispetto del principio di non discriminazione”; dall’altro a “creare un quadro normativo per la prevenzione degli abusi derivanti dall’utilizzo di una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato”. L’obbligo posto a carico degli Stati membri di assicurare al lavoratore a tempo determinato “condizioni di impiego” che non siano meno favorevoli rispetto a quelle riservate all’assunto a tempo indeterminato “comparabile”, sussiste, quindi, anche a fronte della legittima apposizione del termine al contratto, giacché detto obbligo è attuazione, nell’ambito della disciplina del rapporto a termine, del principio della parità di trattamento e del divieto di discriminazione che costituiscono “norme di diritto sociale dell’Unione di particolare importanza, di cui ogni lavoratore deve usufruire in quanto prescrizioni minime di tutela” (Corte di Giustizia 9.7.2015, causa C-177/14, Regojo Dans, punto 32).

Non basta riconoscere ai precari solo ferie, permessi come a personale di ruolo

“Non vale, poi, ad escludere la violazione del principio di non discriminazione la circostanza che ad altri fini ( ferie, festività, permessi, malattia, congedi) siano riconosciute al personale supplente le medesime garanzie delle quali godono gli assunti a tempo indeterminato, perché la clausola 4 impone l’equiparazione in tutte le condizioni di impiego, ad eccezione di quelle che siano oggettivamente incompatibili con la natura a termine del rapporto”.

Sulla prescrizione

Osservano i giudici che sebbene la Corte territoriale abbia erroneamente riconosciuto il diritto all’equiparazione nei limiti della prescrizione decennale (cfr. le pronunce richiamate nel punto che precede con le quali è stato affermato che «nell’impiego pubblico contrattualizzato la domanda con la quale il dipendente assunto a tempo determinato, invocando il principio di non discriminazione nelle condizioni di impiego, rivendica il medesimo trattamento retributivo previsto per l’assunto a tempo indeterminato soggiace al termine quinquennale di prescrizione previsto dall’art. 2948 nn. 4 e 5 cod. civ. che decorre, anche in caso di illegittimità del termine apposto ai contratti, per i crediti che sorgono nel corso del rapporto lavorativo dal giorno della loro insorgenza e per quelli che si maturano alla cessazione del rapporto a partire da tale momento».

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