Pluriclassi in paesi di montagna, il Dirigente Scolastico “aiutatemi a salvare le scuole, altrimenti da qui se ne andranno tutti”

di Vincenzo Brancatisano
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“Aiutatemi a salvare le mie scuole, altrimenti da qui se ne andranno tutti”. Potrebbe essere sintetizzata in questo grido di dolore l’intervista al dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo “San Demetrio Ne’ Vestini-Rocca di Mezzo”.

Siamo in provincia de L’Aquila. Antonio Lattanzi, 57 anni, già insegnante di Educazione musicale, dirige dal 2017 la sua scuola, anzi i suoi plessi, sei per la precisione, tra sei di scuola dell’infanzia,sei di primaria e due di scuola media.

Un istituto comprensivo che insiste su ben dodici comuni: Ovindoli, Acciano, Tione degli Abruzzi, Fontecchio, Alto, Villa S.Angelo, San Demetrio, S.Eusanio Forconese, Fossa, Ocre, Rocca di Mezzo, Fagnano, Rocca di Cambio. Dodici comuni significano dodici tra sindaci e assessori per la gestione dei servizi, dalla mensa ai trasporti. Ma si fa. C’è gente laboriosa da queste parti.

Sono tutti dei bei borghi dell’Alto Abruzzo.  Attrattivi dal punto di vista turistico, ma che stanno vivendo un progressivo spopolamento anche a causa dell’emigrazione di intere famiglie che non ce la fanno più a sopportare i disagi delle pluriclassi.

Non il freddo, non gli spostamenti di primo mattino da un paese privo di scuola verso un altro dove la scuola c’è, ma la realtà disagevole delle pluriclassi.

Due e anche tre classi in una, con docenti che pur mettendocela tutta, senza lamentarsi dei disagi (“loro dove li metti stanno, non sono loro il problema”, dice il preside) devono frazionare il programma ministeriale in modo da accontentare nella stessa ora i bambini di classi non omogenee.

Le pluriclassi nei piccoli comuni di montagna ci sono sempre state, ma il problema si è aggravato a seguito dei tagli di Gelmini e Tremonti, nel 2009.

“Le pluriclassi sono costituite da non meno di 8 e non più di 18 alunni. Così recita l’art. 10 comma 1 del Dpr 81 del 2009 dal titolo emblematico: Norme per la riorganizzazione della rete scolastica e il razionale ed efficace utilizzo delle risorse umane della scuola.” Prima il limite massimo oltre il quale non era possibile formare una pluriclasse era di 12 alunni, Tremonti lo portò a 18 e da quel giorno sono iniziati i guai.

Dopo il terremoto dell’Aquila, molta gente era tornata nei paesini, negli ultimi tempi si fa sempre più spesso ritorno in città, dove i disagi scolastici sono azzerati.

Dirigente Antonio Lattanzi, si fa presto a parlare di “razionale ed efficace utilizzo delle risorse umane nella scuola’’

“Bisogna intervenire, altrimenti qui cambia l’assetto scolastico e sociale. Parlano tanto di individualizzare le esigenze del bambino e io questo lo posso fare solo se ho una situazione di organico accettabile”

Da dove nascono i disagi?

“Il disagio nasce dallo spopolamento, che crea i problemi maggiori. Dopo il terremoto c’è stato un ritorno a casa di molte famiglie con figli e anche le scuole hanno avuto qualche vantaggio. Tuttavia, man mano che L’Aquila torna a vivere si torna in città e tornano i problemi legati al numero esiguo dei bambini. Ma mantenere questi comuni è importante. Le scuole sono l’unica agenzia culturale, altri servizi non ce ne sono, in questi comuni che a volte arrivano anche a solo 400 abitanti. Resistono queste scuole primarie e infanzia. Ma il problema è rappresentato dalle pluriclassi. E’ questo il problema principale. Fino a qualche anno fa il numero massimo dei bambini arrivava a 12. Se due o tre classi superavano i 12 alunni non si potevano fare le pluriclassi, poi è stato emesso il decreto 81 del 2009 che ha portato inopinatamente il limite a 18 alunni e questo danneggia i bambini”.

Faccia un esempio concreto

“Ad esempio io ho un plesso in montagna, a Ovindoli, nota località sciistica, con tanto turismo d’inverno e anche d’estate. E’ un piccolo comune, dove la scuola primaria sviluppa due pluriclassi: una di due e una addirittura di tre classi disomogenee. Il problema diventa serio. Una pluriclasse a tre classi ma anche a due ha le stesse ore di una classe omogenea. Il docente deve svolgere un po’ il programma di prima un po’ quello di seconda. Per materie come Educazione musicale magari il problema non si pone per musica ma per le materie più importanti sì. Allora dateci qualche risorsa in più per alcune materie come italiano, matematica, inglese, storia e e geografia, poi le altre si possono fare insieme. Qualche risorsa ulteriore per fare in modo che le pluriclassi diventino una opportunità. Finché il numero massimo di alunni era 12 era ottimo, con 18 i docenti mi dicono che ci sono difficoltà maggiori. Le pluriclassi ci sono da sempre, ho 57 anni e me le ricordo. Ma il numero era ridotto, non creava un grande nocumento, dopotutto abbiamo studiato, ci siamo laureati. Con un numero così elevato invece i problemi esistono. Tre classi in una pluriclasse io le ho sia a Ovindoli sia a Fontecchio. La qualità dell’istruzione ne risente”.

Cosa si potrebbe fare? Cosa chiedete alla politica?

“Occorrerebbe che il legislatore cambiasse il decreto 81 e facesse una legislazione che salvaguarda le scuole di montagna. Stiamo parlando di bambini di due anni e mezzo. Peraltro, un’amministrazione locale deve gestire servizi di vario genere, dalla mensa al trasporto dei bambini, per situazioni così complicate. E sono spesso i genitori che se li portano in un altro posto. Non accettano queste pluriclassi. Ma chi è che lo può fare? Solo chi ha le possibilità di fare questi sacrifici. Alcuni addirittura se ne vanno. Approfittano dei prezzi bassi delle case de L’Aquila e si portano via la famiglia. Poi però non dobbiamo lamentarci dello spopolamento. I sindaci sono ridotti all’osso sul piano del personale, il servizio costa. I Comuni devono fare manutenzione dei fabbricati scolastici, mensa, trasporto da casa a scuola, e questo è pazzesco. Alcuni servizi sono consorziati. Se poi aumenti la tassazione non c’è ragione che ci si fermi qui. Ci vuole un’inversione di tendenza , favorendo la residenzialità di coppie giovani, abitazioni a costi quasi simbolici”.

I problemi ci sono anche alla scuola dell’infanzia?

“Per le scuole dell’infanzia il numero minimo per far funzionare le sezioni è 15. E se ce ne sono 14 sa che cosa succede? Gli Uffici scolastici provinciali autorizzano la costituzione della mezza sezione. Cioè la scuola sta aperta fino all’ora di pranzo, poi chiude. Si risparmia ma così tutto diventa inutile, poiché non serve ai bambini né alle famiglia e infatti l’anno dopo la chiusa è chiusa. Eppure alla scuola dell’infanzia, che purtroppo non è obbligatoria, si acquisiscono i prerequisiti per la primaria, è importante. La scuola dell’infanzia ha senso se dà un servizio completo. I genitori non staccano prima delle 14. Chiudere alle 13 che senso ha?”

Avete fatto presente la cosa alle istituzioni?

“E’ stata costituita la rete delle piccole scuole promossa dall’Indire. Attraverso la rete possiamo fare proposte legislative per modificare questi parametri. Ci stiamo provando attraverso questa rete. Ogni anno facciamo pressione con gli Usp e loro ci dicono che non si può andare oltre il tetto individuato dalla Finanziaria di Tremonti. Che sancisce il divieto di autorizzare nuovi posti in organico. Il docente lavora 25 ore. Se si lavora anche nel pomeriggio servono dunque due insegnanti e non uno. E’ un costo perché l’insegnante va pagato. Ma noi chiediamo un investimento importante, tuttavia per il momento non abbiamo ottenuto granché, né sul piano dei docenti né su quello del personale Ata. Tutti abbiamo ben presente il caso del bambino di Milano, ci sono problemi di vigilanza e con la riduzione del personale spesso si fa fatica a tenere aperti i plessi”.

Che cosa succede a questi bambini dopo la scuola primaria?

“Dopo la primaria i bambini vanno a San Demetrio oppure a Rocca di Mezzo, poi alle superiori a L’Aquila. I problemi sulle medie si attenuano. I problemi grossi riguardano la sopravvivenza delle scuole infanzia e primaria. Non si può pensare che da Acciano vengano a San Demetrio facendo un percorso di almeno 25 chilometri. Quando saranno più grandi saranno più attrezzati e ci saranno meno disagi per andare a scuola. Il servizio è importante affinché le coppie restino sul territorio. Qui abbiamo già le Poste che in alcuni comuni vanno a singhiozzo, le farmacie pure, e pure altri servizi. La scuola resta un baluardo di democrazia, un presidio, senza la scuola significa non aver neppure senso di stare qui. Siamo la regione dei Parchi però se dobbiamo tenere in vita questi borghi solo come turismo diventa un grosso problema. Ovindoli è un Comune ricco ma se non si cambiano le norme sulla composizione delle classi il rischio è che si perdano le scuole”.

Per compensare i disagi, la legge prevedeva fino al 2004 il raddoppio del punteggio di servizio per le scuole di montagna. Come reagiscono oggi i docenti davanti a questi disagi?

“I docenti non creano problemi. Dove li mandi loro vanno. Peraltro capita spesso capita che vivano sul posto. Non è quello il problema, anche perché ci si muove agevolmente, non mi risulta che ci siano scuole chiuse per neve o strade impraticabili, non è più come vent’anni fa che. Il problema è per i bambini, si arriva anche a 12 gradi sotto zero. La mattina con quelle temperature s’immagina spostare i bambini?”

Avete ricevuto segnali dalla politica?

“Segnali sì, ma di segno contrario. Abbiamo sempre meno personale. Non c’è investimento su questo. La Buona Scuola con il potenziamento ci ha dato una mano, ma molto insufficiente. Ho tre posti di potenziamento, certo, ma che ci faccio? Hanno dato tanti posti di potenziamento quanti ne hanno dati alle scuole grandi dove ci sono già i docenti su classi omogenei. Fare le parti uguali tra diseguali non è giusto. Bisogna intervenire, altrimenti qui cambia l’assetto scolastico e sociale . I sindaci sono solidali con la nostra scuola. Vorrebbero che si facesse un terzo pomeriggio. Ma io gli rispondo che non ho la possibilità. Il tempo pieno ce l’ho su due plessi, a Ocre e Fossa. Ma non è finita. Sono in aumento gli alunni con handicap ma non sono certificati, se non vengono riconosciuti come gravi in base all’art. 3 comma 1, 2 e 3. O si rientra in questa casistica oppure no e in quest’ultimo caso li dobbiamo classificare come Bes. Anche i Dsa sono in aumento. Se ho più personale posso fare insegnamento efficace se no questi bambini sono tutelati di meno”.

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