Pirandello, Montale lo ha criticato non conoscendolo. Lettera

di redazione
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Credo che non sia affatto vero il dato che vuole una dialettica in letteratura. Soprattutto la letteratura del Novecento, quella che passa dal Risorgimento al Romanticismo, al periodo prefascista e postfascista o fascista, ha vissuto una stagione abbastanza articolata, ma parimenti una stagione di grandi scontri sia alla fine dell’Ottocento, si pensi alla questione della lingua, sia all’inizio del Novecento, periodo caratterizzato dal dibattito tra gli intellettuali e l’interventismo degli intellettuali alla Grande Guerra. Furono anni che aprirono ad una dialettica molto singolare.

Non è vero che in letteratura, o  nella cultura in senso generale, ci sia stata una forma autoritaria.

Gli intellettuali erano liberi di esprimersi, tanto è vero che molti di questi intellettuali chiesero autonomamente la tessera del Partito Nazionalfascista e la maggior parte di loro li troviamo a firmare articoli su giornali e riviste i cui direttori, o le cui redazioni, erano rette da uomini di cultura molto vicini al fascismo, se non addirittura fascisti. Penso soprattutto alla rivista “Primato” che ospitò molti intellettuali che, immediatamente dopo, divennero antifascisti. La dialettica, quindi, fu un fatto importante, ma dalla dialettica si passò in seguito ad una visione in cui il senso e il significato dell’ambiguità era tangibile.

La posizione di Benedetto Croce è stata una posizione inizialmente ambivalente, successivamente ancorata al Manifesto antifascista, ma sempre vicina ad una dimensione che era la dimensione liberale e la sua rivista “Estetica” (1903) apre delle prospettive sul dibattito intorno al concetto di poesia. Riguardo a questo concetto si esprimeranno successivamente molti poeti, parecchi dei quali avranno una doppia visione: pur condividendo la concezione dell’estetica crociana, superando la visione della “Ronda” di Cardarelli, daranno al tempo stesso il loro contributo sulla rivista “Primato” retta, tra gli altri, da Giuseppe Bottai che ne era direttore.

Anche Eugenio Montale darà il suo contributo alle tesi crociane partecipando al dibattito sull’Ermetismo posto in essere dalla Rivista “Primato”. I primi articoli sul concetto di Ermetismo, e sulla sua funzione negli anni ’30, sono scritti da Montale e pubblicati sulla rivista “Primato”. Si nota come in quel periodo l’ambiguità, l’ambivalenza di alcuni scrittori, poeti, intellettuali, era diventato un gioco a rimpiattino, una contraddizione di fondo. Ma sposare la tesi di Croce significava, e ha significato, anche assumere una posizione nei confonti di tutti coloro che Croce non amava.

Il punto nevralgico sta proprio in questo. Un conto è accettare la tesi di Croce sull’estetica della poesia, sul legame o rapporto tra poesia e non poesia, un conto è sposarne in pieno la posizione, rinunciando a una chiave di interpretazione altra, laddove, soprattutto per alcuni poeti, l’autonomia da Croce sarebbe stata doverosa e opportuna. Montale, invece, rimane ancorato a questa dimensione, dimostrando addirittura di accettare la posizione crociana contro Pirandello.

La posizione di Eugenio Montale nei confronti di Pirandello ci fa comprendere come non avesse un’opinione su Pirandello, accogliendo la posizione di Croce senza dare una propria valutazione. È questa la leggerezza di Montale dal punto di vista critico. Come è possibile che il poeta più impoetico del Novecento abbia potuto esprimersi con le parole di Croce contro Pirandello?

Si pensi che in un saggio, dal titolo “L’estetica e la critica”, apparso inizialmente sulla rivista “Il mondo” (n. 50, Firenze, 11 dicembre 1962, pag. 3) osserva: «…A volte l’immedesimazione gli riesce impossibile; come nel caso del Kleist, questo strano poeta perfettamente traducibile, che spinge l’obiettivazione del suo mondo fino a un’apparente freddezza e gratuità (è certo la figura dell’uomo Kleist incapace di comporre in armonia i suoi dissidi doveva riuscire ostica a Croce); come nel caso del Pirandello, che per lui doveva appartenere alla classe degli “pseudo poeti filosofanti”, il che era parzialmente vero».

Kleist sarebbe il drammaturgo, poeta e scrittore tedesco Bernd Heinrich Wilhelm von Kleist, tragico e inquietante nella vita e nell’opera, che si uccise, in un suicidio di complicità condiviso con Henriette Vogel, il 21 novembre del 1811 a Berlino. Era nato il 18 ottobre 1777 a Francoforte sull’Oder. Uno dei poeti dell’inquieta ricerca di una felicità mai conosciuta. Sia Croce che Montale sono distanti epoche di esistenze e di conoscenze tragiche rispetto a Kleist – Pirandello.

Comunque, credo che quel “parzialmente vero”, accolto da Montale, costituisca una sfaccettatura molto ostica nei confronti di Pirandello. Si tratta di uno scritto che risale al 1962, a un periodo in cui Montale avrebbe potuto assumere una certa autonomia di pensiero nei confronti di Croce; al contrario, risulta talmente infarcito di questo senso ostico del Croce riguardo al legame tra poesia e filosofia. Il punto nevralgico sta proprio in questo, nel fatto che accoglie la posizione dello stesso Croce.

Il legame tra poesia e filosofia è un legame ricomposto successivamente da Maria Zambrano. Ricucendo questa visione tra filosofia e poesia, la Zambrano non fa altro che ricontestualizzare il processo filosofico, che è il pensiero in sé, con il processo poetico che è l’immaginario creativo. L’immaginario creativo attraversa lo sviluppo del pensiero, dice la Zambrano, però resta, proprio attraversando e superando il pensiero, creatività, fantasia. Resta, appunto, immaginario che si fa arte.

A mio avviso, questa posizione di Croce, mutuata parzialmente da Montale (come dice lo stesso Montale) diventa una questione molto conturbante in quanto avrebbe avuto una sua giustificazione dialettica nel corso degli anni Trenta, Quaranta, ma nel momento in cui ci troviamo, in un contesto in cui domina la sperimentazione (negli anni Sessanta domina la visione della neoavanguardia) la figura di Pirandello resta centrale nel recuperare la tradizione e nel “non recuperare” la tradizione, perchè se viene definito “pseudo poeta filosofante” significa che viene distrutta tutta l’opera di Pirandello. Ma l’opera di Pirandello, in fondo, che cos’è? E’ un insieme di collegamenti tra poesia e filosofia. Non penso soltanto alle poesie di “Mal giocondo”. Penso all’opera omnia, all’opera completa, al suo teatro, perchè il suo teatro è ricongiungere la poesia dei personaggi, la parola, il colloquio, il linguaggio, con la sua filosofia.

Riflettiamo sul “Fu Mattia Pascal”. È il primo romanzo che pone come congiunzione l’immaginario poetico con l’immaginario filosofico, sino a “Uno nessuno centomila” del 1926. E’ come se si distruggesse in due parole tutto questo percorso, che è il percorso pirandelliano che diventa il percorso del Novecento.

La gravità, a mio parere, sta proprio qui. Una gravità, però, molto leggera perché non trova nessuna consistenza, nessuna considerazione da questo punto di vista. Ecco perchè credo sia necessario rileggere anche le prose di Montale per capire il legame tra la sua poesia e la sua prosa.

Ho sempre considerato Montale il poeta più impoetico del Novecento, perché è proprio Montale che ha cercato di mettere, o di porre, all’interno del linguaggio poetico, un linguaggio quasi prosastico. Montale, per alcuni aspetti, è l’ultimo epigono dell’Ottocento e si porta dietro addirittura il “mal vezzo” di una poetica romantica di inizio Novecento.

Ma c’è di più.

Il “male di vivere”, al quale abbiamo affidato al nome di Montale la definizione e il concetto, non è altro che una dimensione filosofica, una visione filosofica della vita come “mal di vivere” che deriva da una determinazione che ci porta a Beaudelaire, ma che ci porta soprattutto a Pirandello.

La poesia di Pirandello è la sintesi della metafisica che si legge in  “Mal giocondo”. Il titolo della sua poesia è il “Mal giocondo”. E che cos’è il “Mal giocondo” di Pirandello? È il male con il quale bisogna trovare e respirare un po’ di ironia. Uscire dal male costruendolo all’interno di un processo psicoanalitico come gioco. Di conseguenza si esce dal male (mal giocondo) attraverso il mal giocando.

Questo intreccio del giocondo e giocando è un legame prezioso tra l’ingenuità del poeta, l’ingenuità pura, la purezza crepuscolare che troveremo in Gozzano, Corazzini e Moretti, e il male che diventa sopportabile soltanto attraverso l’altro concetto del giocondo giocando. E Montale, infine, cosa compie? Recupera il concetto pirandelliano del mal giocondo e, attraverso Baudelaire, lo trasforma in mal di vivere. Siamo alla contraddizione pura in Montale. Siamo al legame tra il male e il vivere, e questa è filosofia, quindi si contraddice anche il Montale nella posizione dell’estetica crociana.

Trovo la discussione interessante proprio da questo punto di vista, perché se Croce è il critico letterario militante, è il filosofo che ha cercato di capire e di suggerire il termine del “porto filosofico” e del “porto poetico”, completamente negato e sdoganato dal più grande poeta del Novecento che è Ungaretti, Montale, al contrario, continua a insistere e non si rende conto di scendere nel ridicolo, perchè con il male di vivere è dentro la concezione filosofica, quindi è come se non avesse ben capito la posizione di Croce, o è come se avesse tradito la posizione di Croce. Quindi, quel “parzialmente vero” di “pesudo poeta” e di “filosofante” dato a Pirandello, non è altro che una traduzione del sarcasmo e di una cattiveria pura di un Montale che filtra Croce e viene dato a Pirandello.

Montale, così facendo, non diventa credibile dal punto di vita critico perché queste sistemazioni strutturali linguistiche ed estetiche le aveva già dette Pirandello superandole, dal punto di vista linguistico, in “Uno nessuno centomila”, in tutta la sua opera teatrale e in seguito in quell’opera postuma de “I giganti della montagna”. Montale scivola completamente su Pirandello. Non si tratta di una sua opinione o di una sua posizione.  È un non aver capito fino in fondo il legame tra filosofia e poesia.

 

La mia non è una posizione contro Montale, ma piuttosto una chiave di lettura che mi permette, e mi suggerisce, di inquadrare un Novecento che non è stato letto abbastanza. Un Novecento che ha bisogno di riferimenti forti e non di riferimenti leggeri. Un Novecento che ha bisogno di riferimenti trasparenti e non contraddittori, come nel caso Croce – Montale.

Da Pirandello, Montale recupera gran parte del concetto poetico del male di vivere e lo fa suo quando suo non è. Sono del parere che Pirandello, in fondo, resti sempre il grande filosofo dell’uomo e l’antropologo dei personaggi, i quali parlano e si dichiarano grazie ad un immaginario che è sostanzialmente poetico.

Questo è il motivo per cui va riconsiderato Pirandello e va riconsiderata anche la sua dimensione onirica perché, nella dimensione onirica di Pirandello, ci sono tutte quelle visioni, quei tracciati, che rendono lo scrittore di Girgenti una grande risorsa anche per le generazioni future.

Ho voluto chiosare questo piccolo riferimento perché bisogna eliminare le polemiche e le altre occasioni di discussione che potrebbero creare ombre di valutazione sullo stesso Pirandello, ma anche sullo stesso Montale. Diamo, quindi, un senso a questa visione che è una visione marcatamente poetica.

È chiaro che Montale non amasse Pirandello. In un articolo dal titolo “Un panorama letterario”, apparso sulla rivista ”L’ambrosiano” (Milano, 16 maggio 1928), riprendendo il discorso di Croce, Montale dichiara che la valutazione di Cremieux, nei confronti di Pirandello, mostra un ottimismo forse eccessivo. Quindi, anche l’ottimismo visto da Cremieux, per Montale diventa eccessivo.

È qui la conclusione di tutto. Montale non ha mai amato Pirandello. Perché non lo ha mai amato?

Il poeta più impoetico del Novecento ha cercato di fare anche il critico letterario. Credo che abbia chiosato fortemente nelle ombre e sia scivolato intorno a delle ombre, tanto che i suoi scritti critici oggi non hanno alcun senso. Ma occorre conoscere per comprendere il legame tra letteratura e vita.

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