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Pinocchio, “metafora della condizione umana e allegoria della società moderna”

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Mentre imperversa la discussione sulla centralità del patrimonio letterario tradizionale all’interno dei curricoli linguistici e si moltiplicano ora a favore ora contro le voci sul suo statuto nelle scuole di ogni ordine e grado, ecco arrivare dalle Edizioni Magister di Matera una nuova proposta sulle infinite potenzialità didattiche ed ermeneutiche del capolavoro di Collodi, Il Pinocchio che c’è in me (364 pp., 20 euro). Ne è artefice Olimpia Fuina Orioli, insegnante con alle spalle una lunga militanza nella difesa dei diritti umani, che dell’intramontabile storia propone una originale riscrittura in versi cadenzata da brillanti osservazioni pedagogiche.

“Metafora della condizione umana e allegoria della società moderna” leggiamo nella premessa: molto di più, viene da dire, guardando gli esiti di questa analisi che consegna in primo luogo a genitori e docenti una riflessione sul fine ultimo dell’azione educativa e che in alcuni suoi corollari può essere accostata anche ai recenti contributi delle neuroscienze agli studi letterari, sempre più focalizzati sul rapporto tra narrazione e stato mentale. “Questa fiaba ripercorre le stesse tappe della vita dell’uomo: lo stato di pura innocenza, la voglia sfrenata di spensieratezza e di divertimento, l’innata ossessiva curiosità per ciò che non si conosce” afferma, infatti, l’autrice mettendo in evidenza “l’autenticità dinamica e intraprendente” di Pinocchio nell’incontro-scontro con tutto ciò che vorrebbe depauperarlo di umanità, verità e fantasia. Un percorso in cui è facile immedesimarsi e che perciò accelera il processo di formazione dell’io: “Solo con il graduale maturare delle funzioni dell’Io egli va acquisendo la capacità di confrontare le sue fantasie primitive con il principio di realtà di cui il pensiero razionale è espressione” (P. Guilfort).

Vista la destinazione di questo contributo, non ci sembra fuori luogo soffermarci sulla figura di Geppetto così come viene tratteggiata dalla delicatezza e dall’empatia dell’autrice: “Continua Geppetto ad amarlo con tutto se stesso. È certo così di poterlo educare nel tempo […] Il suo Amore paziente, perseverante, il suo coraggio, la sua fiducia nel Bene che sempre infine trionfa, sono esempi per tutti di grande rilevanza. Mastro Geppetto non s’è mai pentito di averlo voluto, non ha mai neppure una volta pensato: ma chi me l’ha fatta fare […]. Non punta mai il dito contro suo figlio. Lo punta solo verso se stesso per cercare in sé l’errore, sia pure involontario, per poter prontamente rimediare, ben disposto a chiedere scusa per l’eventuale danno causato” (pp. 49-50). Geppetto riassume le qualità e le difficoltà della funzione genitoriale: non rincorrendo né per sé stesso né per Pinocchio un modello esteriore-ideale, prova a fare del suo meglio in maniera totalmente disinteressata. E non a caso è dal confronto con Mastro Ciliegia che l’autrice ci fa rilevare, in maniera questa volta davvero geniale, la vera essenza del povero falegname: Ciliegia dal pezzo di legno non avrebbe ricavato che il piede di un tavolo, così da assecondare un bisogno materiale e contingente, Geppetto lo ha invece reso protagonista di un’azione demiurgica, lasciandosi attraversare dallo stesso estro creativo con cui aveva disegnato sul muro una pentola piena di pietanze succulente. L’esteriore-reale che strumentalizza la fantasia da una parte, l’interiore-ideale che la sublima, rendendola strumento di giustizia, dall’altra.

È così che questo libro – per il quale abbiamo difficoltà a trovare un sinonimo che ne ricomprenda appieno i vari significati (saggio, diario, zibaldone, prosimetro?) – mobilita i grandi nodi dell’esistenza con gli strumenti della pedagogia e il linguaggio della critica letteraria e ci consegna, infine, una summa, una lettura magistrale della fiaba più di ogni altra forse archetipo del diventare grandi.

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