Piccolo quaderno di doglianza a fine concorso. Lettera

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Scrivo queste brevi note una volta superato il concorso a cattedra, dopo mesi di stacanovismo puro, di indefesso lavoro mattutino e di studio matto e disperatissimo pomeridiano-notturno. Lo faccio ora (al costo anche di ripetere aspetti già infinitamente noti), affinché non si pensi che siano considerazioni frutto di mera frustrazione personale o di livore irrazionale ed accecante.

Scrivo queste brevi note una volta superato il concorso a cattedra, dopo mesi di stacanovismo puro, di indefesso lavoro mattutino e di studio matto e disperatissimo pomeridiano-notturno. Lo faccio ora (al costo anche di ripetere aspetti già infinitamente noti), affinché non si pensi che siano considerazioni frutto di mera frustrazione personale o di livore irrazionale ed accecante.

Quello che volge verso le battute finali è stato, anzitutto, un concorso basato su una profonda ingiustizia, su una discriminazione beffarda ed a tutt'oggi incomprensibile, una differenziazione voluta dal ministro Gelmini e riconfermata poi, con forza, dall'attuale governo: il non dare, cioè, valore concorsuale al TFA. Così si è creata la prima, madornale, disparità: fra chi – come gli abilitati SSIS – ha ottenuto l'accesso nelle GAE e chi – come gli abilitati TFA – è stato relegato nel limbo della seconda fascia delle GI. Nessun ascolto da parte del governo pervaso da una folle “logica” del ʻfareʼ, sordo alle nostre rivendicazioni che hanno sempre reclamato il doppio canale, sottolineato la selettività del TFA, vero e proprio concorso, con tre prove d'accesso molto dure e rigorose, e con un successivo corso di formazione comprensivo di più di dieci esami, tesina finale e, dulcis in fundo, 2600 euro di tasse (costo che variava a seconda delle Università), senza possibilità di richiedere – alla faccia della Costituzione – alcuna borsa di studio.

Per la tanto sbandierata “Buona Scuola” – in perfetta linea di continuità con il ministero Gelmini – questo percorso non può considerarsi sufficiente per aspirare all'agognato ruolo, poiché ancora una volta bisogna dimostrare quanto si vale, sottoporsi alla corsa ad ostacoli degli esami, sacrificare tutto e tutti. Fin qui però solo una piccola parte di un teatro dell'assurdo, che ha dato il meglio di sé nella modalità e nella gestione delle prove concorsuali. Ci dicono, in primis, di acquistare un libro, comune a tutte le cdc, intitolato “Avvertenze Generali”, un grande Bignami di mille pagine, ove c'è tutto e niente: un “listone” di oltre cento psicologi e pedagogisti, il cui pensiero è trattato – ça va sans dire – in modo grandiosamente superficiale; banalità sconcertanti, a tratti grottesche, sull'insegnamento ed, infine, la legislazione scolastica. In secondo luogo stabiliscono le prove nei mesi più “caldi” dell'anno scolastico: aprile-maggio e per chi, come me (la sottoscritta ne aveva due), insegnava nelle quinte con contestuali simulazioni di terza prova, consigli, documento del 15 maggio.

Le prove scritte hanno, dunque, subito rivelato un pericolosa comunanza fra le varie cdc: la sproporzione tra le richieste delle domande ed il risicato tempo concesso (due ore e mezzo, ovvero 15 minuti a domanda). Noi tutti scrivevamo nel modo più rapido possibile al pc, privi di un supporto cartaceo, e – ad un occhio esterno – davamo l'immagine di schegge impazzite, congegni meccanici – simili al Charlie Chaplin di Tempi moderni – che dovevano andare in fretta, in fretta, in fretta. Bisognava scrivere, non pensare troppo, avere immediate intuizioni ed, ovviamente, salvare tutto prima del gong del timer. Pena la cancellazione dell'intero compito.

Nella mia classe di concorso, la A019 (Filosofia e Storia), si è forse toccata l'esasperazione massima: non solo ci hanno fornito un programma di studio evanescente, ma immenso (ad esempio, in Filosofia era indicato il Novecento, senza alcuna selezione di Autori; in Storia erano contemplati anche la Cina e l'India antica, i Sumeri, i Babilonesi, gli Assiri, ma non di certo la possibilità d'insegnarla nel biennio…), non solo – insieme alla A018 – siamo stati gli unici a rispondere al doppio delle domande (cfr. http://www.orizzontescuola.it/news/concorso-cattedra-a019-perch-due-prove-scritte-riservate-esclusivamente-noi-lettera), ma ci hanno anche e soprattutto sottoposto a dei quesiti di Storia a dir poco disumani. In due ore e mezzo occorreva rispondere a domande del tipo: le migrazioni dal Medioevo ai giorni nostri, l'Islam dal Medioevo ai giorni nostri, l'emancipazione degli afro-americani dalle origini all'elezione di Barack Obama, etc., il tutto “condito” di sussidi multimediali, raccordi interdisciplinari, proposta di viaggio d'istruzione, e due brani finali in lingua straniera con cinque domande a testa (cfr. http://www.corriere.it/opinioni/16_maggio_27/concorsone-563a9112-2361-11e6-853e-9c2971638379.shtml ). Alla lingua straniera era altresì riservato un peso non indifferente: ben sette punti, sebbene questa non fosse mai stata prevista nei nostri percorsi formativi e nei nostri innumerevoli esami. Della serie: o si avevano avuti il denaro ed il tempo disponibili per approfondirla, oppure bisognava far ricorso ai propri ricordi liceali.

Eppure io credo che – dentro tutte queste assurdità – siano all'opera, per dirla alla Michel Foucault, precisi «regimi discorsivi», paradigmi “culturali” che storicamente possono farsi iniziare dagli anni Ottanta in poi, regimi animati dalla barbarie della velocità, dal sogno fatuo di un'intelligenza robotica, dalla globalizzazione del problem solving. Tuttavia la velocità non va d'accordo con la riflessione, anzi ne è l'antitesi. E questo concorso è stato l'esatto contrario della filosofia e del logos. Difatti, come spiega Cornelius Castoriadis, il legein ed il teukein dovrebbero essere i processi alla base dei rapporti umani e sociali, ma se il legein (cioè la riflessione, il discernimento, la lentezza scardinante del pensare) è risucchiato nell'irrequietezza ansiogena del teukein si apre la strada soltanto all'immediatezza estemporanea di un input e di una fulminea “cultura in polvere”.

Nondimeno tali regimi discorsivi, che trascendono i confini nazionali, hanno ricevuto anche una coloritura tutta nostrana. Era, infatti, marzo 2015 quando il Presidente del Consiglio – nella sua entusiasta presentazione della Buona Scuola – osava dichiarare: “O passi il concorso o ciao”, un ricatto autoritario bello e buono, che avrebbe dovuto implicare di per sé un boicottaggio in massa delle prove da parte di noi tutti, ma che evidentemente non v'è stato per tanti motivi: rassegnazione, individualismo, inerzia…

A questo punto ciò che spero, dinanzi ad un numero elevatissimo di bocciature, è soltanto una riflessione del MIUR sulle modalità di verifica, un mea culpa che farebbe onore, ma sono sicura che questa speranza sarà disattesa. Da parte nostra, credo che dovremmo cercare di non arrenderci e di continuare, almeno, a rivendicare il doppio canale. Del resto – lo scriveva una mia collega su fb – “se continuiamo ad accettare qualunque condizione, qualunque condizione meritiamo”.

Prof.ssa Gabriella Putignano

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