Piarulli: “massimo 15 alunni per classe o didattica si omologa e rischio etichettamento BES”

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I primi a denunciarlo sono stati i sindacalisti dell’Anief: con 1400 tagli agli organici e 34000 alunni in più, l’anno scolastico inizia all’insegna dell’emergenza “classi pollaio". Ne abbiamo parlato con Luisa Piarulli, Presidente dell’Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani.

I primi a denunciarlo sono stati i sindacalisti dell’Anief: con 1400 tagli agli organici e 34000 alunni in più, l’anno scolastico inizia all’insegna dell’emergenza “classi pollaio". Ne abbiamo parlato con Luisa Piarulli, Presidente dell’Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani.

Dopo la pubblicazione dei dati ufficiali sugli organici di fatto, soprattutto al Sud si è tornati a parlare di “classi pollaio”: la diminuzione delle cattedre (per fare degli esempi, in Sicilia 504, in Campania 387, in Puglia 340) e l’aumento della popolazione scolastica fanno, infatti, crescere sensibilmente il rapporto docente/studenti. Anche in relazione a quanto avviene all’estero, è corretto secondo lei classificare questo fenomeno in termini così negativi?

L’espressione “classi pollaio” secondo il mio parere risulta fortemente inadeguata perché  incrementa  il clima di sfiducia e smarrimento nella quale versa la nostra scuola, e avvalla nell’opinione pubblica l’immagine di un’istituzione priva di autorevolezza e referenzialità.

L’espressione risulta ulteriormente infelice perché priva d’identità intellettuale i  bambini e gli adolescenti, ovvero gli utenti della nostra scuola che rischiano di provare una percezione di sé sminuente. Tuttavia l’espressione purtroppo rispecchia efficacemente le complesse condizioni di lavoro per i docenti e di crescita per l’età evolutiva.

Sorge inevitabile una smorfia di amarezza pensando all’incoerenza che grava sul sistema scolastico attuale: decine e decine di iniziative formative obbligatorie volte a garantire la sicurezza degli allievi, quando le aule piccole e spesso fatiscenti, con arredi scarsi o assenti, accolgono spesso un alto numero di alunni a cui viene sottratto lo spazio vitale essenziale! Certo i docenti, non privi di creatività, si arrabattano, ma ciò non è sufficiente a garantire le condizioni per “star bene a scuola”, concetto sul quale molto si è detto e scritto. 

Quale dovrebbe essere il rapporto alunni/docente ottimale?

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Il rapporto alunni-docente ottimale dovrebbe essere al massimo di 1:15 quando non siano inseriti alunni in situazione di diversabilità. In tal caso sarebbe auspicabile garantire un numero adeguato di ore al docente di sostegno, docente – amo ripetere – sulla classe e non sul singolo. Ma mi rendo conto che sembra utopia. Spesso abbiamo classi sì con 15 allievi ma con l’inserimento di più alunni diversabili senza un adeguato numero di ore di sostegno. Come garantire la fattibilità di strategie di inclusione e integrazione?

Dal punto di vista pedagogico, quali sono i rischi nelle cosiddette ‘classi pollaio’?

I rischi sono molteplici a livello didattico-metodologico, pedagogico, psicologico. Innanzitutto la rigida osservanza delle norme di sicurezza non può essere autenticamente garantita. Un rischio molto preoccupante è l’omologazione degli alunni vista l’impossibilità di realizzare il più elementare tra gli obiettivi pedagogici: l’empowerment, ovvero la scoperta e la valorizzazione di ciascun talento nella sua unicità e preziosità. Oggi cresce a dismisura il numero degli alunni che somatizza il disagio di andare a scuola: mal di testa, mal di pancia e noi adulti creiamo dei farmaco-dipendenti come se una medicina potesse guarire da un male molto più sottile, che non si vuol vedere, che si nega a sé stessi.

Gli spazi disponibili e l’alto numero degli alunni per classe non consentono l’organizzazione e la realizzazione di una didattica alternativa alla classica lezione cattedratica; l’impossibilità spesso di non poter organizzare la disposizione dei banchi in maniera diversa dagli standard consentiti dalle norme può risultare penalizzante.

E la comunicazione? Essa rischia di diventare a una via, quindi senza feedback significativi che non permettono esperienze di relazione educativa autentica. La relazione s’impara e s’intesse a casa e a scuola e richiede tempo e spazio, ascolto e interesse per l’Altro, empatia.

I bambini della scuola primaria hanno necessità di muoversi, di considerare l’aula un luogo, uno spazio nel quale imparare anche facendo; gli insegnanti cercano di organizzare angoli lettura, pittura, ma spesso materialmente non ne dispongono.

Nei successivi ordini di scuola, i pre-adolescenti e gli adolescenti hanno necessità di uno spazio per “respirare”, nel senso che è questa la fascia d’età in cui le conflittualità si manifestano regolarmente e che fanno parte di un naturale percorso di crescita. Lo spazio deve potersi tramutare in setting di apprendimento non solo da un punto di vista didattico – metodologico, ma anche da un punto di vista emotivo-affettivo. Ma se si è in tanti, in uno spazio ridotto, come sarà possibile?

29 alunni per classe alla scuola dell’infanzia, 28 al  la primaria e deroghe fino a 33 alunni nella scuola secondaria: questi limiti le sembrano rispettosi dei ritmi e degli stili di apprendimento dei bambini e dei ragazzi?

Direi proprio di no. Non si garantisce il diritto allo studio degli allievi quando un insegnante ha un numero di alunni così alto da gestire, non si tutela effettivamente la Persona in età evolutiva alla quale vanno garantiti il diritto allo studio, al gioco, alla riflessione, alla crescita, né il diritto del docente di poter organizzare l’apprendimento in modo proficuo e costruttivo, rispettando e riconoscendo lo stile di apprendimento individuale, né la famiglia quando le si comunica un insuccesso scolastico del figlio/a.

Il docente avrà potuto fare proprio tutto il possibile per permettere il raggiungimento degli obiettivi? Avrà potuto porre in essere ogni strategia pedagogica possibile per insegnare a imparare? Se continua a vigere uno stile di insegnamento cattedratico, unilaterale, al termine del quale si misura quantitativamente quanto è “passato” al nostro interlocutore, passivo peraltro, la Scuola non avrà garantito il diritto degli alunni allo studio. D’altra parte sembra rappresentare l’unico modello possibile di scuola quando è necessario gestire 29 o 35 alunni per classe.

Non dimentichiamo inoltre che le situazioni di disagio in età evolutiva sembrano essere in forte aumento e non si possono certo affrontare o risolvere con la compilazione pedissequa di un PDP! L’alunno dislessico,  quello con bisogni educativi speciali, quello disabile, quello iperattivo e mille altri casi ancora, rischiano di diventare etichettamenti nella scuola perché non c’è possibilità di promuovere lo star bene. Il rischio frequente è quello di trascurare gli alunni silenziosi, timidi o “molto bravi a scuola” che “non disturbano” e che si tralascia di ascoltare, ai quali non si dà tempo, spesso dimenticati (e capita spesso!). È dunque un circolo vizioso infinito: non stanno bene gli alunni ma neppure le famiglie – sempre più deleganti e disorientate – e neppure i docenti che rischiano il burnout.

Una didattica proficua su che tipo di organizzazione dovrebbe contare?

Una didattica proficua dovrebbe puntare sulla didattica laboratoriale autentica, sull’apprendimento cooperativo, sul lavoro di gruppo, sulla ricerca-azione, sulla possibilità di gestire e organizzare materiali a disposizione, sul fare esperienza insomma, per viversi protagonisti di un percorso di apprendimento che dovrebbe essere affascinante, stimolante, seducente – da se-dùcere, condurre via, ovvero permettere a ciascun allievo/a di porre le basi per costruire un progetto di vita.  

Infine è necessario restituire ai nostri giovani il tempo per pensare, riflettere, stare un po’ da soli, perché a scuola ci stanno per molte ore al giorno! Anche noi adulti funzioniamo così! Le nostre giovani menti vanno educate e non solo istruite, come sosteneva Dewey “non sono vasi da riempire”, né persone da addestrare bensì Persone da educare, preparare, ciascuna con il proprio personale talento.

Ma per questo occorrono spazio e respiro, affinché i nostri alunni possano anche viversi liberi e non soffocati, possano amare, imparare, conoscere. La scuola deve tornare a sedurre, deve restituire il desiderio negli alunni di andare a scuola: è l’unico modo per combattere le variegate forme di dis-agio e la spinosa questione della dispersione scolastica. Ma… ci vuole spazio, spazio vitale e quei numeri, oggi, non lo consentono.

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