PIAAC. La scuola italiana non prepara a vivere e lavorare in modo adeguato, scarsa partecipazione giovani a sistema istruzione e formazione

di redazione
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red – Il 70% degli italiani  non possiede le competenze necessarie minime per poter vivere e lavorare in modo adeguato al giorno d’oggi, a dirlo i dati del PIAAC (Programme for Internationale Assessment of Adult Competencies).

red – Il 70% degli italiani  non possiede le competenze necessarie minime per poter vivere e lavorare in modo adeguato al giorno d’oggi, a dirlo i dati del PIAAC (Programme for Internationale Assessment of Adult Competencies).

I dati sono stati forniti da una Commissione di esperti, presieduta dal prof. Tullio De Mauro e nominata dal Ministro Carrozza e dal Ministro del Lavoro Giovannini.

I risultati diffusi dalla commissione sono disarmanti. Il livello di performance dei giovani italiani tra i 16 e i 29 anni con istruzione terziaria (universitaria, per intenderci) non sono in grado di cercare, integrare, interpretare e sintetizzare informazioni da testi complessi, multipli, eventualmente discontinui, nè di ricorrere a inferenze complesse e valutare evidenze attraverso ragionamenti.

Di contro, un giovane giapponese, finlandese, olandese o australiano in possesso di istruzione secondaria superiore ha rendimenti maggiori di un giovane laureato italiano.

Anzi, i risultati degli italiani con il livello maggiore di istruzione riporta risultati peggiori, rispetto allo stesso livello degli altri paesi. Mentre, chi ha al massimo la licenza elementare/media o il diploma ha prestazioni meno distanti rispetto agli omologhi stranieri.

Quali i motivi di tali risultati, secondo lo studio?

  • il basso livello medio di scolarità generale;
  • l’alto numero di disoccupati e pensionati;
  • l’alto numero di disoccupati da più di 12 mesi;
  • il forte impatto del background socio-economico (immobilità sociale);
  • un mercato del lavoro che tende a non aver bisogno di alte qualificazioni e competenze;
  • la presenza molto limitata di esperienze formative per gli adulti;
  • una diffusa mancanza di fiducia negli altri e nelle istituzioni, con un benessere sociale che è abbastanza elevato solo nel campo della salute;
  • l’alto numero di NEET con risultati PIAAC molto deludenti, frutto congiunto dell’altissima disoccupazione giovanile, dell’assenza di un ampio sistema di formazione professionale e di una sorta di rinuncia cognitiva, evidente anche dalla immediata obsolescenza delle competenze subito dopo il termine dell’istruzione formale;
  • l’alto numero di persone pensionate o con lavoro esclusivamente domestico.

Studio che, però, non sottostima altri probabili fattori inabilitanti di natura culturale. Tra di questi vengono citati, in particolare: 

  • la tradizione scolastica italiana incentrata, salvo forse che nel primo ciclo, sulle conoscenze più che sulle competenze;
  •  un insegnamento fortemente disciplinarizzato e dunque “accademico” sin dalla scuola secondaria di primo grado e ampiamente presente anche nella scuola secondaria vocazionale;
  • la poca abitudine, se non addirittura il rifiuto, a forme oggettivate di verifica delle competenze (pur con tutti i limiti dei test) e quindi anche il basso allenamento a tempi e modalità tipiche di queste verifiche;
  • il ruolo molto limitato associato alle esperienze di formazione professionale iniziale e in servizio, o, più in generale, all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita.

Altra questione da affrontare in modo strettamente correlato è la partecipazione dei giovani al sistema di istruzione e formazione. I dati, questa volta, sono forniti dall’ISTAT.

La partecipazione dei giovani al sistema di formazione anche dopo il termine del periodo di istruzione obbligatoria è considerato un fattore essenziale per preparare i giovani ad entrare nel mondo del lavoro, facilitando anche il successivo e continuo apprendimento in ambito lavorativo, nonché ad una più consapevole e attiva partecipazione alla vita sociale. Il tasso di partecipazione dei giovani in età 15-19 anni, dopo un lungo periodo di costante crescita, si è attestato nel 2011 all’81,3 per cento, mentre la partecipazione al sistema di formazione dei 20-29enni è oggi pari al 21,1 per cento.  

Nel 2011, nei 21 paesi Ue osservati il tasso medio di partecipazione dei giovani al sistema di istruzione in entrambe le classi considerate risulta leggermente cresciuto rispetto al 2010 (in età 15-19 anni è pari all’87,7 per cento, mentre quello della fascia 20-29 anni ha raggiunto il 28,4 per cento). In entrambi i casi, la partecipazione dei giovani italiani risulta ancora inferiore alla media europea: il divario rimane consistente nella fascia 20-29 anni (7,3 punti percentuali in meno) ma risulta in aumento anche nella fascia 15-19 (dove la distanza è pari a 6,4 punti percentuali).

La partecipazione dei 15-19enni al sistema formativo risulta abbastanza elevata in tutte le ripartizioni: si passa da un minimo del 76,1 per cento nel Nord-ovest a un massimo di 86,1 per cento nel Centro. Per quanto riguarda la partecipazione al sistema dei giovani di 20-29 anni, in gran parte studenti nei corsi dell’istruzione terziaria (università e AFAM), invece, il valore più basso si osserva nel Mezzogiorno (18,9 per cento dei 20-29enni) e quello più elevato nuovamente nelle regioni del Centro (27,1 per cento).

La partecipazione al sistema formativo si presenta in certi casi molto differenziata all’interno delle ripartizioni: l’Abruzzo, ad esempio, si distingue tra le regioni meridionali per gli elevati livelli di partecipazione di entrambe le fasce di età considerate (rispettivamente 86,0 e 31,0 per cento); per contro, grandi regioni del Nord come la Lombardia, il Piemonte, il Veneto e la Liguria presentano tassi di partecipazione inferiori alla media italiana per entrambe le classi di età considerate.

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