2. Obbligazioni e debito pubblico

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Il debito di uno Stato viene contratto con soggetti pubblici e privati, nazionali o esteri: si va, in pratica, dal singolo risparmiatore, alle imprese, alle banche, agli altri Stati e si chiede denaro in prestito emettendo  obbligazioni.

Cosa è un’obbligazione

L’obbligazione è un titolo di credito che attribuisce al suo possessore, alla scadenza, il diritto al rimborso del capitale ricevuto con i relativi interessi.

Chi compra titoli di Stato, corre un rischio, quello di non essere rimborsato. Più alto è il rischio, maggiore sarà il suo tasso di interesse. Lo spread è la misura del rischio che il risparmiatore assume nel comprare titoli di Stato. Lo spread è la differenza tra il tasso di interesse pagato sui titoli italiani e il tasso di interesse pagato sui titoli tedeschi che sono a rischio zero perché le finanze pubbliche tedesche sono solide; le nostre meno, e dunque i mercati si comportano di conseguenza.

Uno dei parametri più utilizzati per valutare lo stato di salute di un Paese e dunque la solvibilità dello stesso, è il rapporto debito/Pil, ossia il rapporto tra l’ammontare del debito pubblico e il Prodotto interno lordo (Pil). In termini semplici, possiamo definire il Pil come il valore totale dell’attività prodotta all’interno di un Paese (considerando beni e servizi) nell’arco di un anno.

Se il rapporto debito pubblico/Pil è troppo alto, vuol dire che lo Stato non ha i soldi per ripagare il proprio debito. Se accade ciò, lo Stato rischia il default. Abbiamo dunque visto che quando lo Stato chiede denaro in prestito, contrae un debito: chiamato, appunto, debito pubblico.

Il debito pubblico italiano

Secondo le rilevazioni della Banca d’Italia al 29 febbraio 2020 il debito pubblico italiano ammontava a 2.447 miliardi di euro.

Tralasciando un’analisi storica del debito pubblico italiano, e quindi senza considerare i tre picchi (poi riassorbiti) che si sono verificati durante la crisi economica di fine ’800 e negli anni subito dopo le due guerre mondiali, il vero problema che non siamo ancora riusciti a risolvere risale al periodo compreso tra la metà degli Anni 70 e la metà degli Anni 90. In questo periodo sono state aumentate soprattutto le spese per sanità e previdenza sociale. Negli anni ’70 si diffuse il movimento delle Brigate Rosse, quindi aumentando la spesa pubblica, si cercava di calmare la situazione e di intervenire per la pace sociale. A tutto questo aggiungiamo i costi della politica, investimenti fatti male, in estrema sintesi, per questi ed altri motivi che meritano una trattazione a parte, l’Italia abbandona una normale disciplina di bilancio alimentando senza controllo la spesa pubblica.

(c) Can Stock Photo / Gina_Sanders


Il principio della copertura finanziaria … si estende anche alla Costituzione

Nel corso degli anni, è apparsa dunque la necessità di mantenere fermi i requisiti di adesione all’UEM, a seguito del distacco dagli stessi da parte di diversi Paesi. I parametri di convergenza del Trattato di Maastricht, sono così stati specificati e rafforzati dal Patto di Stabilità del 1997, con la previsione di una procedura di infrazione per i Paesi che non li rispettano; dalla introduzione del Semestre europeo mediante il quale gli Stati membri, con una serie di procedure da adottare nei primi sei mesi dell’anno si sono obbligati a programmare le politiche economiche e di bilancio nazionali in funzione delle preventive decisioni del Consiglio europeo e a garantire una più efficace vigilanza delle politiche economiche e di bilancio nei Paesi dell’eurozona.

Tali vincoli sono divenuti sempre più rigorosi e stringenti fino a culminare nel “Fiscal Compact”, il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’UE del 2012, un accordo europeo che prevede una serie di norme comuni di natura economica che hanno come obiettivo il contenimento del debito pubblico nazionale di ciascun paese e che, sostanzialmente, è diventato sinonimo di austerità.

La firma di questo trattato ha quasi “imposto” agli Stati di rendere ancor più pressante il loro impegno al pareggio in bilancio con l’inserimento del vincolo del pareggio in bilancio, all’interno delle loro Carte costituzionali. E, questo, anche al fine di rassicurare, in un contesto di grave crisi economica e finanziaria del nostro Paese, le istituzioni europee, gli Stati membri e i mercati.

L’Italia, al pari di altri Stati quali la Germania, la Grecia e la Spagna, ha proceduto, con la l. cost. 20- 4-2012, n. 1, alla modifica dell’art. 81 della Costituzione e ha così incardinato la disciplina del bilancio nazionale sulle pietre angolari europee del controllo del deficit e della sostenibilità del debito.

Più specificamente, in base al 1 c. del novellato articolo, lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio. Si prevede tuttavia un’eventuale deroga alla regola generale del pareggio, stabilendo che possa consentirsi il ricorso all’indebitamento «solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali». Tali eventi eccezionali possono consistere in gravi recessioni economiche, crisi finanziarie, gravi calamità naturali.

L’emergenza economica e sociale ha spinto dunque l’Italia ad accettare, senza una discussione pubblica approfondita (ricordiamo che questa legge costituzionale è stata approvata senza il ricorso al referendum), il principio dell’equilibrio di bilancio sottraendo così al legislatore la scelta delle politiche economiche e vietando il ricorso a politiche economiche di tipo keynesiano. Keynes infatti sosteneva, contro il capitalismo liberista, che durante le fasi di crisi, era necessario abbandonare il mito del pareggio e intervenire, da parte dello Stato, con iniezioni di denaro pubblico. Quando il ciclo economico sarebbe tornato positivo, lo Stato non avrebbe più avuto bisogno di intervenire. Questa ricetta dopo l’esperienza della crisi del 1929, funzionò e il Presidente Roosevelt, sorretto da questi principi, in 100 giorni intervenne con provvedimenti d’urto per dare una scossa immediata all’economia americana (opere pubbliche, utilizzo della mano d’opera per ridurre la disoccupazione, sussidi, un embrione di sistema pensionistico).

Con la modifica costituzionale dell’art. 81, viene dunque a cadere la possibilità di politiche economiche strategiche e specifiche, per il conseguimento di determinati obiettivi, attraverso la spesa pubblica.

Qui la videolezione su questo tema della prof.ssa Loredana Rosso.


Testo di Loredana Rosso
editing di
WinScuola

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