09. Lavoro, produzione, PIL

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“Money get away, / Get a good job with good pay and you’re okay” (ascolta qui il brano). Il legame indissolubile tra soldi e lavoro, messo in evidenza dai Pink Floyd nel primo verso della loro canzone “Money” del 1973, è dimostrato anche dal modo in cui è nata la moneta e dalla sua storia, delineata nei primi paragrafi di questo capitolo. Il lavoro è la prima fonte di reddito e la disponibilità economica che ne deriva permette di soddisfare in primo luogo le esigenze basilari della vita e poi quelle ulteriori e spesso effimere che l’attuale sistema della società dei consumi crea e distrugge a getto continuo. Secondo l’economia classica il lavoro è anche uno degli elementi della produzione, insieme alle risorse naturali e al capitale; l’economia moderna considera fattori di produzione anche il know-how, le capacità imprenditoriali, i flussi informativi, …

L’obiettivo dell’attività imprenditoriale è il profitto, che si realizza quando i ricavi che derivano dalla vendita delle confezioni di biscotti sono superiori alla somma di tutti i costi degli input presi in considerazione. In una situazione reale gli input, e quindi i costi, sono molto più numerosi e complessi di quanto esposto in precedenza, si consideri ad esempio che il capitale fisso si deteriora e quindi, anche se in tempi molto lunghi rispetto al capitale circolante, deve essere reintegrato, che per vendere bene il prodotto è necessaria un’attività di marketing e di pubblicizzazione, che i flussi finanziari devono essere contabilizzati, che sui profitti si devono pagare le imposte ed è anche necessaria una struttura organizzativa che coordini la produzione e le attività di supporto.

Tutti i costi connessi agli input elencati corrispondono ad altrettante uscite nel bilancio dell’impresa e sono definiti costi espliciti ma esistono anche costi, definiti impliciti, che non possono essere contabilizzati, ad esempio il tempo che l’imprenditore dedica alla sua impresa o la rendita che avrebbe potuto ricavare dal capitale investendolo in modo diverso. Gli economisti per valutare l’entità di tali costi utilizzano il concetto di costo opportunità, in pratica si domandano quale sarebbe il costo del miglior utilizzo alternativo della risorsa a cui ci si riferisce. Ad esempio se l’imprenditore utilizza il proprio capitale, il valore del costo opportunità del capitale coincide con la rendita che ne avrebbe potuto ricavare investendolo in attività finanziarie; questo fatto appare subito evidente se si considera che se invece l’imprenditore si facesse prestare il capitale da una banca, le dovrebbe pagare gli interessi sul prestito. I costi totali dell’attività imprenditoriale rispetto ai quali un economista calcolerebbe il profitto reale sono dunque certamente superiori a quelli che si contabilizzano nel bilancio. L’imprenditore deve poi riuscire ad essere concorrenziale, cioè riuscire a contenere il prezzo di vendita dei suoi prodotti a un livello uguale o leggermente inferiore a quelli presenti sul mercato con caratteristiche analoghe ai suoi.

AGCM
Dal 1990 in Italia è stata istituita l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato per vigilare a tutela dei consumatori

L’attività produttiva è indispensabile per il benessere economico perché immette sul mercato beni e contemporaneamente genera redditi che permettono ai consumatori di acquistarli. Una misura convenzionale della situazione economica di una nazione è rappresentata dal PIL, Prodotto Interno Lordo, che misura il valore dei prodotti finiti e dei servizi venduti in un anno da imprese di quella nazione. Il termine “prodotto finito” indica quello che viene acquistato dal consumatore finale, quindi nel caso del pane venduto dal fornaio il valore della farina con cui è stato impastato è incorporato nel prezzo di vendita, mentre la confezione di farina venduta al supermercato è un prodotto finito e quindi il suo valore è calcolato nel PIL.

Il valore dei prodotti di provenienza estera non fa parte del PIL che invece include il valore dei prodotti esportati. La specificazione “lordo” dipende dal fatto che, come già rilevato, il capitale fisso si deteriora e quindi deve essere reintegrato con un costo aggiuntivo che aumenta il valore del prodotto. Nel PIL non vengono poi computati i beni prodotti per l’autoconsumo, quindi non immessi sul mercato e, ovviamente, neanche quelli della cosiddetta economia non osservata. Dal momento che le nazioni sono diverse per dimensioni e numero di abitanti confrontare il valore assoluto del PIL è poco significativo, si utilizza invece il PIL pro capite ottenuto dividendo il PIL della nazione per il numero dei suoi abitanti.


Testo di Giovanni Rosso
tratto dal libro per studenti “Educazione civica a scuola” pubblicato daWinScuola

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