Percorsi di istruzione e mondo del lavoro. Spunti di riflessione per un maggior raccordo futuro tra i due aspetti

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A fronte di un problema di fragile collegamento tra l’insieme dei titoli di studio e delle certificazioni del sistema di istruzione e formazione ed i profili professionali richiesti dal mondo del lavoro, è necessario che tale raccordo si rafforzi molto di più per rendere sia maggiormente attraenti i percorsi formativi sia più spendibili i titoli e le competenze raggiunte.

Come già altri Paesi Europei è necessario che l’Italia colmi tale gap tra competenze e certificazioni in uscita dai sistemi di istruzione e profili di competenza richiesti dal mondo delle professioni. Questa distanza può aumentare la demotivazione degli studenti e la dispersone scolastica.

Un elemento di riflessione importante è che non si può più tenere l’obbligo scolastico a 16 anni, età di difficile collocazione lavorativa, per cui sarebbe opportuno collegare la questione dell’età di termine dell’obbligo alla conclusione di un percorso formativo che fornisca il ragazzo sia di un titolo di studio subito spendibile che di adeguate competenze di base.

Relativamente al sistema di raccordo tra competenze in uscita dai percorsi di istruzione e mondo del lavoro, un filone interessante è rappresentato dalla formazione professionale, affidata alle Regioni, che costituisce un canale di formazione più stretto tra mondo della formazione e del lavoro. Ciò nonostante, andrebbe rinforzato e maggiormente qualificato il sistema di Istruzione e Formazione Professionale, proprio perché rappresenta sia un’opportunità formativa per i ragazzi più fragili e/o svantaggiati di usufruire di un percorso di apprendimento e di una successiva collocazione lavorativa, sia perché va a costituire un settore formativo maggiormente professionalizzante e più vicino al mondo del lavoro. Inoltre, la possibilità di effettuare passaggi tra sistema di istruzione statale e formazione professionale, offre al ragazzo l’opportunità di poter sempre di “rientrare” nel sistema statale e proseguire i suoi studi.

“Dobbiamo accelerare il raccordo tra certificazioni, acquisizione di  competenze e inserimento nel mondo del lavoro”.

Una grande risorsa ed opportunità formativa che favorisce e attualmente realizza un grande raccordo con il mondo del lavoro è costituita dall’esistenza degli istituti tecnici superiori, che rappresentano un percorso molto innovativo, viste anche le aree tecnologiche su cui costruiscono la propria offerta formativa biennale, ed estremamente qualificante, caratterizzati dalla co-progettazione tra istituzioni formative e settori produttivi, i quali sono pienamente coinvolti nelle fondazioni ITS.

Le statistiche mostrano percentuali di inserimento lavorativo per gli studenti in uscita dai percorsi ITS molto elevate (intorno al 84%), a dimostrazione della grande risorsa in termini di spendibilità di competenze offerte da tali istituzioni. Sono realtà che catalizzano meglio e più rapidamente i cambiamenti del mercato del lavoro e modellano i propri percorsi formativi sulla base dei bisogni di competenze sempre attuali e dunque meglio impiegabili nel mondo produttivo. Gli ITS rappresentano un viatico tra i più rilevanti al momento attuale, in termini di offerta formativa estremamente vicina al mondo del lavoro. Tale filone formativo si sta valorizzando molto negli ultimi anni, per cui si sono predisposte anche opportunità di raccordo con i percorsi universitari per coloro che volessero proseguire la propria formazione.

A fronte di bisogni formativi sempre in cambiamento e della necessità di possedere competenze maggiormente vicine alle professioni del futuro, urge avvicinare sempre di più il sistema di istruzione al mondo del lavoro, adottando una logica di formazione continua, in contesti formali e informali, nella finalità principale di sollecitare negli studenti la capacità di “imparare ad imparare”.

La valutazione delle competenze acquisite dagli studenti in percorsi effettuati anche all’esterno del sistema istituzionale andrebbe meglio organizzata e predisposta in modo rigoroso, affinché le competenze realmente acquisite vengano validate e certificate in modo da renderle effettivamente utili e spendibili nel mondo del lavoro. Tutto questo necessita di un sistema meno rigido ma che garantisca comunque la qualità dei percorsi formativi intrapresi e l’effettivo possesso delle relative competenze certificate.

A proposito di modelli e di percorsi di avvicinamento tra aspetti formativi e professionalizzanti, il decreto 15 aprile 2005, n. 77 introdusse una metodologia didattica, nota come alternanza scuola lavoro, che ancora oggi dovrebbe rappresentare un’occasione di apprendimento al di fuori delle mura degli istituti scolastici, ai fini di un ampliamento delle skills nel bagaglio di acquisizioni dello studente, che in tal modo usufruisce di nuovi contesti e nuove modalità di apprendimento. Tuttavia, fin da subito è stata presente anche una certa confusione circa l’identità e la natura dell’alternanza scuola lavoro, scambiata troppo spesso con quelli che invece sono dei veri e propri rapporti lavorativi, quali gli stage lavorativi e gli apprendistati, i quali dovrebbero avere retribuzione e tutele adeguate, da non confondere con la ASL che è e resta una metodologia didattica da realizzarsi sotto la responsabilità della scuola. In occasione degli Stati Generali sull’alternanza scuola lavoro a dicembre del 2017, in presenza della rappresentanza dei vari soggetti coinvolti, si è provveduto a regolamentare in modo più chiaro i ruoli, le funzioni, le responsabilità, il monitoraggio dei luoghi di svolgimento, nonché i diritti e i doveri degli studenti, poi confluiti nell’apposita Carta.  Nel 2015, la legge 107 rese poi obbligatoria l’alternanza per tutti gli indirizzi di studio (licei inclusi) ed estendendola a tutto il territorio nazionale, mentre all’inizio era maggiormente impiegata nel nord, riconoscendone, di fatto, la sua importanza didattica.

Tale metodologia didattica è e resta una grande occasione di apprendimento, in termini innovativi ed esperienziali, sollecita l’acquisizione delle life skills in modo trasversale, ma rimane pur sempre un metodo didattico all’interno del percorso di istruzione. Purtroppo, la successiva modifica normativa che l’ha trasformata in PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento) ha alterato la sua natura e la sua cui triplice funzione formativa, orientativa e professionalizzante, più chiara nel decreto 77 di sua nascita e persa, se non snaturata, con questo passaggio.

Appare più che mai necessaria una rivalutazione dell’ASL, in una logica di piena armonizzazione di essa nei percorsi di istruzione e formazione, ai fini di una migliore e più efficace acquisizione di competenze, anche in chiave europea.

“Fondamentale è avere percorsi formativi armonizzati”.

Perfezionare questa metodologia didattica significa restituirle il suo pieno valore e la sua funzione didattica, affinché non venga confusa con una forma di lavoro precoce né sia vista come tempo tolto ad una didattica più tradizionale ed invece possa finalmente costituire una reale occasione di apprendimento di tipo esperienziale, che aumenti le competenze degli studenti e consenta loro di percepire il proprio percorso di studio più vicino alla realtà e al mondo del lavoro, con un ritorno anche in termini di motivazione e di senso di autoefficacia.

Una riflessione approfondita andrebbe infine intrapresa anche sugli effetti della pandemia sul benessere psicologico degli studenti e sui contraccolpi formativi subiti. Posto che la speranza di un pieno ritorno alla “normalità” di vita sia un augurio generalizzato, esso non deve significare una rimozione dell’esperienza che invece andrebbe capitalizzata, proprio a partire dall’avvio di un serio percorso di istituzione di una rete di servizi territoriali, costruiti intorno ai ragazzi, alle famiglie, al personale scolastico che sia, non solo di supporto effettivo alla scuola e alla sua popolazione, che non solo consenta di accogliere e prendere in carico un’importante domanda di cura delle giovani generazioni, le più colpite psicologicamente dalla pandemia, ma che vada a costruire una vera e reale Comunità Educante che circondi e sorregga il mondo della scuola e dell’età evolutiva. Il bonus psicologico, ora all’attenzione del Legislatore, può essere un primo passo; tuttavia, il percorso da intraprendere è rappresentato da una capillare istituzionalizzazione territoriale della rete di cura.

A cura di Angela Ferraro e Olga Napoli

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