Perchè la scuola non deve morire. Lettera


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Inviato da Alessandro Turchi – In premessa un po’ di numeri per spiegare che l’abbandono della scuola pubblica da parte di chi ci ha governato negli ultimi decenni, è cosa acclarata e non frutto di una impressione soggettiva.

I NUMERI DEL DEPAUPERAMENTO
Che la scuola in Italia è oramai un “oggetto in via di estinzione” sembra evidente, è un dato di fatto. Ecco qualche numero. Il primo dato che presentiamo riguarda il numero dei laureati, che è pur sempre un indicatore chiaro e oggettivo per comprendere il tasso di istruzione di una Nazione. Fra i 36 paesi più ricchi della terra (l’Ocse) l’Italia è al penultimo posto, dietro al Messico, per numero di laureati nella popolazione fra i 25 e 64 anni, con un misero 4%, contro il 17% della media. Questa percentuale sale al 27% fra i giovani (30/34 anni), con l’Italia comunque penultima di un’Europa che, in questa fascia, nel 2018 aveva raggiunto il 40.7% di laureati, con i Paesi del nord a quota 50%. Un altro dato, che ci aiuta a leggere la nostra situazione in un’ottica di dinamiche mondiali, ce lo fornisce sempre l’Ocse, secondo cui nel 2030 il 50% di tutti i laureati nel paesi del G20 saranno nati in India e in Cina.

Basti pensare che la sola Cina in un anno sforna cinquecentomila nuovi ingegneri di altissimo livello, mentre l’Italia ne ha quattrocentomila in tutto, fra giovani e vecchi. A Pechino, per la cronaca, ci sono settantacinque università… Per spiegare bene la nostra scuola va detto poi che abbiamo insegnanti vecchi, con la più alta percentuale di ultracinquantenni tra i Paesi dell’Ocse (il 59%), e con la quota più bassa di docenti nella popolazione di età compresa tra i 25 e i 34 anni (0,5). Scuole ospitate in edifici inadeguati, vetusti e con una manutenzione evidentemente insufficiente.

Secondo il Rapporto annuale di Legambiente soltanto per il 60.4% di queste scuole esiste il certificato di agibilità, pur se vecchissime e a volte pericolose, con il 63.6% degli edifici che le ospitano che sono stati costruiti prima del 1974. Fugati i dubbi sul fatto che la scuola, in Italia, non sia una priorità, per non dire che è un inutile orpello? Alcuni potrebbero pensare “Che me ne importa di questo problema, ne abbiamo di ben altri, la disoccupazione, le fabbriche che chiudono, gli immigrati, la crisi economica derivante dal Covid 19, la stessa sanità da potenziare”. Chi pensa che la scuola non sia una priorità, scusate la durezza, è uno sciocco ignorante.

LE CONSEGUENZE
Sembra infatti evidente che nel prossimo futuro i posti di lavoro, grazie alla informatizzazione sempre più spinta, andranno riducendosi e quei pochi saranno appannaggio dei ragazzi e delle ragazze iper preparati, non andranno certo a chi si è fermato al secondo superiore o, nel migliore dei casi, al diploma. E sembra evidente che nella società della conoscenza c’è bisogno di persone preparate, in grado di saper capire ciò che leggono, di effettuare collegamenti, in grado di avere spirito critico.

La nostra società della conoscenza ha sempre meno bisogno di operai e impiegati e sempre più bisogno di intellettuali, di creativi, di persone capaci di interagire con le idee. Come si vede facilmente gli impiegati nelle banche, ad esempio, stanno scomparendo, del resto quante persone ancora effettuano operazioni accedendo fisicamente agli sportelli? Pochissime, e questa tendenza è sempre più marcata, in ogni campo i lavori meccanici che potrebbe svolgere un uomo li fa sempre più la macchina, i computer, più veloci e senza problemi di ferie pagate. Una pubblica opinione superficiale, accompagnata suadentemente dalle scelte nefande al ribasso di questi anni, ha abbracciato implicitamente l’idea che la scuola non serva a niente, che sia superata, e la conseguenza è stata una china sempre più ripida e un numero altissimo di NEET.

Dati 2019, l’Italia, assieme alla Turchia e alla Colombia, risulta essere il paese con la più alta percentuale di NEET all’interno dell’Ocse, con quasi 25,7% di inattivi. E infatti continuiamo a “produrre” mano d’opera di infima qualità. Insomma una Nazione che non crede nella scuola, che non investe in formazione, che continua a favorire l’analfabetismo funzionale e a immettere nel mercato del lavoro valanghe di camerieri in nero, di pony express, di garzoni, di pizzaioli, di bagnini, commercianti di pezze e che prosegue senza ingegneri, progettisti, esperti di nanotecnologie, esperti narrowcaster e di comunicazione integrata. E’ evidente, è una scelta precisa, non certo frutto di una casualità, la scelta di relegare la scuola alla marginalità che si riserva alle cose superate.

Peccato che siamo gli unici, nel mondo, ad aver fatto questo tipo di scelta, e l’abbiamo fatta tutti, proprio tutti, chi non è stato attore diretto di questo processo di depauperamento è stato almeno connivente. Ci chiediamo se non sia troppo tardi, se si possa fare ancora qualcosa, e qua non si cita la politica, tutta responsabile per queste scelte, sia chiaro si parla del destino di una Nazione. Chiediamo una presa di coscienza di tutti, senza colore politico, chiediamo che la scuola italiana sia al centro delle strategie dei prossimi governi, senza se e senza ma. Certamente il futuro non si potrà improvvisare in una legislatura, ce ne vorranno alcune, ma questo cammino si dovrà pur intraprendere.

Dovremmo fare UN PATTO FRA GLI ITALIANI, per invertire la tendenza suicida, dovremmo lavorare oggi per i nostri nipoti, visto che per i figli siamo già in netto ritardo.

Proviamoci.

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