Perché ho aderito a Quota 100? Scarse retribuzioni e considerazione sociale. Indagine Cisl

di redazione
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Riceviamo e pubblichiamo un’indagine della Cisl Scuola sui pensionamenti con “quota100” 

PERCHÉ HO APPROFITTATO DI QUOTA 100

Retribuzioni modeste, lavoro scarsamente considerato a livello sociale. Sono queste le ragioni che in misura prevalente hanno spinto a lasciare il servizio, approfittando dei nuovi requisiti della cosiddetta quota 100, il personale della scuola (circa 16.800 le domande presentate entro il 28 febbraio 2019).

Con un semplice questionario, proposto durante i servizi di consulenza previdenziale nella fase di riapertura dei termini per le domande di pensione, la CISL Scuola ha intervistato un campione rappresentativo delle diverse realtà territoriali e professionali. Quattro le domande poste agli intervistati, molto semplici e dirette, del tipo a risposta chiusa per consentirne un’immediata tabulazione. La prima, non poteva che essere rivolta a cogliere le motivazioni della scelta compiuta, e più della metà degli intervistati ha denunciato o un’esplicita condizione di stanchezza (22,6%), o comunque la convinzione di avere già lavorato abbastanza (29,5%). Tra quanti si dicono stanchi dell’attività svolta, troviamo in primo luogo chi insegna nella scuola primaria (28,9%), seguito dal 23,1% della scuola dell’infanzia. Con percentuali decrescenti i docenti del II grado, del I grado e il personale ATA. Il timore di doversi misurare in seguito con criteri di accesso alla pensione più restrittivi ha inciso per il 16,4%, quasi un punto percentuale in meno rispetto al 17,3% che dichiara di aver approfittato delle nuove opportunità di uscita perché spinto da esigenze di carattere familiare. Solo il 14,2% afferma di voler andare in pensione per coltivare interessi diversi.

La seconda domanda puntava a individuare le cause che appesantiscono le condizioni di lavoro, inducendo a cogliere l’opportunità di abbandonare la propria attività. Tra queste, prevale nettamente una percezione di eccessiva complessità, denunciata nel 36,7% dei casi, mentre la difficoltà nei rapporti con le famiglie (23,2%) supera di qualche punto quella legata alla conduzione della classe (19%). Non sembrano invece incidere molto, come causa di stress, i rapporti con i colleghi (li indica come fattore di disagio l’8,4% degli intervistati) né quelli col dirigente scolastico (12,7%). Analizzando le risposte di chi lamenta la complessità del lavoro, si scopre che il 19,7% di chi si pronuncia in tal senso appartiene all’area del personale ATA, che rispetto al totale degli intervistati rappresenta il 16%.
Ciò che dell’esperienza di lavoro mancherà di più è il rapporto con gli alunni, come dichiara il 53,6% degli intervistati. Una nostalgia molto più forte di quella riservata ai colleghi (17,7%), ma non è trascurabile la percentuale di chi afferma che non rimpiangerà tutto sommato nulla (28,7%).
Alla richiesta di indicare quale avrebbe potuto essere un incentivo a rimanere in servizio, non prevale, come forse ci si poteva attendere, il desiderio di uno stipendio più alto (risposta scelta nel 30,9% dei casi), ma quello di un più significativo riconoscimento sociale del proprio lavoro, che è la risposta data dal 39,1% degli intervistati. Si attesta al 16,7% la percentuale di chi avrebbe tenuto in considerazione l’offerta di maggiori opportunità di carriera, mentre la possibilità di lavorare più vicino a casa viene indicata come condizione che avrebbe potuto favorire una permanenza in servizio solo dal 13,3% del campione.

 

Le domande del questionario

  1. Qual è il motivo principale che ti ha spinto a fare domanda di pensione?
  2. Qual è il fattore che più ha inciso nel determinare stress lavorativo?
  3. Cosa pensi che ti mancherà del tuo lavoro?
  4. Sarei rimasto volentieri in servizio se….
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