Perché è saggia la decisione di riaprire le scuole a settembre. Lettera

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Inviata da Giampaolo Squarcina – Uno slogan si aggira per l’Italia: “Liberate i bambini!” (o forse si dovrebbe dire “i genitori”) e si cita a corredo quanto starebbe avvenendo nel resto d’Europa.

In questo articolo vorrei provare a spiegare, da datore di lavoro pubblico che deve garantire la sicurezza di tutti i lavoratori e di tutti gli utenti, quali siano le ragioni che inducono a ritenere saggia la decisione governativa di riaprire a settembre, se le condizioni di sicurezza lo permetteranno.

In primo luogo occorre appurare se davvero la riapertura delle scuole in Europa stia avvenendo e in quali termini e limitazioni. In Francia, analogamente a quanto avvenuto in Italia, il Comitato tecnico scientifico
ha consigliato di mantenere chiuse fino a settembre scuole, asili, università. Macron ha deciso dapprima di non ascoltare il parere degli scienziati -occorrerà prima o poi fare una seria riflessione, su questa idiosincrasia per la scienza da parte della politica che insegue il popolo- e ha annunciato una apertura graduale dall’11 maggio: comunque scaglionata, con classi dimezzate, su base volontaria, partendo dalla scuola primaria. Nella giornata di ieri la Francia ha fatto marcia indietro, annunciando che la riapertura slitterà più in avanti.

La Germania ha un sistema scolastico regionale, ma nella ripresa delle attività si notano alcune costanti: lezioni in piccoli gruppi, massimo di 15 studenti alla volta e relativa turnazione delle classi, con distanza interpersonale di almeno 150 centimetri, partendo dagli studenti più grandi. Non propriamente una riapertura totale, che tra l’altro è stata accompagnata da una ripresa del contagio nelle ultime ore.

In Spagna e nel Regno Unito non ci sono ancora notizie certe al riguardo, anche l’Austria sta tergiversando. La Danimarca è spesso citata come modello per via della sua riapertura, ma va sottolineato che anche qui essa è avvenuta per gruppi ridottissimi; il 35% delle scuole ha comunque deciso di non riaprire; i bambini sono distribuiti in banchi singoli distanziati almeno
due metri e anche le attività ricreative-ludiche come l’intervallo osservano un rigoroso protocollo di distanziamento. Va detto che molti genitori hanno protestato (18 mila genitori danesi hanno firmato una petizione anti-riapertura) con l’argomento che i più i piccoli venivano usati come
cavie per verificare gli effetti dell’allentamento del lockdown. In Germania alcuni studenti hanno polemizzato con la riapertura, in base a ragionamenti simili; in Francia i sindacati dei docenti hanno parlato di “roulette russa” per i lavoratori.

Il quadro europeo pertanto è più complesso e sfaccettato di quanto gli italici sostenitori del “liberi tutti” vorrebbero far credere.

Ora, nessuno nega che la didattica a distanza sia un surrogato di quella in presenza, ma occorre essere consapevoli che nella fase attuale essa è l’unica a garantire un livello accettabile di sicurezza per studenti e personale scolastico -e per le relative famiglie. Gli studenti in Italia sono circa 8 milioni, il personale (per limitarsi a quello docente) è superiore alle 800.000 unità.

Se consideriamo che intorno a questi numeri c’è un nucleo familiare collegato, si comprenderà come risulti interessata quasi la metà della popolazione italiana. Hanno veramente torto i medici a suggerire una certa cautela?

Inoltre, la situazione dell’edilizia scolastica italiana è ben diversa da quella dei paesi nordici. Il rapporto della Fondazione Agnelli del novembre scorso ha evidenziato una situazione critica: l’età media è di 52 anni (due su tre costruite prima del 1976); su quasi 40mila edifici, circa il 13 per tempo ha problemi di sicurezza. Per adeguare le scuole a standard che potremmo definire “scandinavi” occorrono 200 miliardi di euro.

L’età media del personale docente italiano è la più alta non già d’Europa, ma dell’area OCSE: il 59% per cento ha più di 50 anni, rientra cioè in quella fascia di popolazione lavoratrice che secondo l’Inail è maggiormente a rischio contagio e che, in assenza di esami sierologici, dovrebbe essere temporaneamente considerata inidonea. Non va meglio tra il personale ATA: una gran percentuale dei collaboratori scolastici arriva dall’area dei lavori socialmente utili o ha mansioni fortemente ridotte in virtù dei propri problemi di salute. Gli organici ATA sono inadeguati, se rapportati alle effettive esigenze di sorveglianza: lo sono in frangenti normali, lo
sono a fortiori in questa fase di emergenza. In simili condizioni, una riapertura senza adeguate garanzie può ragionevolmente rappresentare un’esposizione insensata al rischio di questi lavoratori. Esiste anche un rischio elevato di contenzioso per la Pubblica Amministrazione: al
primo contagio di un alunno, di un genitore, di un docente o di un collaboratore, potrebbe partire la giostra delle accuse e delle cause. Colpa del dirigente che non ha ben organizzato, del docente che non ha ben sorvegliato, del bidello che non ha ben adempito e così via.
La scuola poi non è una monade, ma è incardinata nel tessuto sociale e produttivo: ai fini del distanziamento interpersonale, per poter scaglionare le entrate e le uscite, per esempio stabilendo un ingresso flessibile dalle 8 alle 10 e un’uscita articolata tra le 13,30 e le 15,30 occorre riordinare il sistema dei trasporti locali, i relativi orari e il parco mezzi, più piccoli e più
frequenti; nel I ciclo bisogna rivedere tutte le SCIA per quanto riguarda le mense e le relative capienze. Uno sforzo riorganizzativo che non si compie in pochi giorni.

La cautela al riguardo non è pertanto il frutto di un accanimento governativo nei confronti delle famiglie, ma è il frutto di un’analisi delle criticità presenti nel nostro contesto. Da tecnico del settore posso auspicare che tutto ciò rappresenti l’occasione per affrontarle e risolverle o
quanto meno mitigarle. L’emergenza sanitaria potrebbe quindi rappresentare l’opportunità per:
• mettere in sicurezza le scuole e ristrutturarle per renderle progressivamente conformi agli standard qualitativi dei paesi nordici;
• prendere atto che il mestiere del docente è usurante e quindi operare un massiccio ricambio generazionale, immettendo giovani laureati in ruolo dopo averli motivati a intraprendere questa strada attraverso prospettive gratificanti sul piano economico e professionale, lasciando agli insegnanti più anziani ed esperti il ruolo di mentor e/o di supporto alle attività che non rientrano strettamente nella didattica in aula (middle management);
• sfruttare il costante calo demografico non per ridurre l’organico, ma per diminuire il rapporto studenti:docente;
• investire sulla professionalità e sulla selezione del personale ATA, che non può essere un ammortizzatore sociale;
• sgravare i dirigenti dalle responsabilità -che in alcuni casi sono penali- in fatto di sicurezza, attraverso un ruolo aumentato e preponderante degli enti proprietari (Comuni e Province).

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