Perché alcuni approcci all’apprendimento funzionano meglio con alcuni studenti rispetto ad altri

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Ci sono due ricerche, di spessore, pubblicate sul numero di ottobre u.s. del The Psychologist che, in qualche modo, ancor prima che qualcosa mutasse nel rapporto tra l’insegnamento e l’apprendimento, tra il docente e il discente, tra l’aula fisica e lo spazio virtuale, entrano nel rapporto insegnamento, formazione e apprendimento,
il riferimento va a “Un persistente malinteso” di Neil Martin nel quale evidenzia l’errore degli stili di apprendimento e si concentra sul perché alcuni approcci all’apprendimento funzionano meglio con alcuni studenti rispetto ad altri; e “Il lamento” di Madeleine Pownall sull’incapacità della psicologia di preparare gli studenti ad esperienze molto diverse dello studio scolastico e all’organizzazione sua rispetto alla tradizionale scansione.

L’allineamento che manca

Per imparare in modo efficace, abbiamo bisogno di chiarezza su ciò che dobbiamo imparare. In molti casi, quella “direzione” (la programmazione e il dettaglio che si fa della metodologia) verrà, a priori (sbagliando) e non coinvolgendo gli alunni (perché steso, il progetto, ad inizio d’anno scolastico). Ad esempio, dal curriculo come specificato dalla scuola, l’organizzazione che lo stila, fattivamente, il governo della scuola (il DS) e gli organismi (collegio e consiglio di istituto) che modellano la direzione di quel curriculo. La mancanza di allineamento tra una di queste entità genererà tensione nel sistema insegnamento-apprendimento, che probabilmente ostacolerà l’apprendimento e la capacità degli alunni di porsi su un piano pari, almeno tale, a quello di altri coetanei di altre scuole o altre realtà territoriali.

L’apprendimento inadatto

Inoltre, se il curriculo definito da tali entità scolastica non è allineato alla direzione verso cui si sta dirigendo l’ambiente operativo più ampio della scuola (nella generalità e nell’astrattezza della sua definizione), l’apprendimento si rivelerà inadatto allo scopo e ci accorgeremo che le competenze e le abilità (risultato del processo in atto in una determinata realtà) non sarà più in grado di preparare i nostri alunni alla fase successiva della vita (un nuovo percorso di studi, il lavoro). Questo è il problema che Madeleine Pownall ha riscontrato nella mancanza di allineamento tra la direzione di livello primitivo (quello deciso dai docenti, nei micro-segmenti d’un processo scolastico e d’una determinata scuola) e la direzione del processo d’apprendimento considerato nella sua universalità e nella sua pienezza di significato.

La direzione desiderata e il fattore critico di successo

Come molti di noi abbiamo visto o sperimentato nelle nostre classi e lungo l’arco, talvolta lungo, del nostro impegno a scuola, la mancanza di allineamento tra ciò che viene offerto e la direzione desiderata dello studente mina l’impegno per l’apprendimento dei nostri alunni. Il nostro Filippo, di turno, ad esempio, probabilmente non imparerà mai a sciare, in primis perché non è uno sport allineato alla direzione della sua vita (meglio che intende imprimere alla sua vita), poi, perché la direzione della sua vita include tra l’altro il desiderio di passare le vacanze in luoghi caldi (e non certamente in montagna, men che meno in inverno). La motivazione all’apprendimento è spesso contrassegnata come un fattore critico di successo nell’apprendimento. Se vogliamo imparare (se lo desideriamo profondamente e intensamente), sia che siamo motivati ​​da elogi, paura, senso di responsabilità o amore intrinseco all’argomento, è più probabile che impariamo. È, in parte, ciò che sta dietro la diffusa convinzione negli stili di apprendimento.

La diffusa convinzione negli stili di apprendimento

Però, vedremo e dimostreremo, non è solo l’impegno dello studente a influenzare i risultati dell’apprendimento. Senza l’impegno della scuola, dell’istituzione in generale e dell’ambiente esterno, faremo fatica ad apprendere in modo efficace. Ricordiamo quei classici studi “Pigmalione” che dimostrano che la fiducia degli insegnanti nel potenziale dei loro studenti ha un effetto indipendente sul successo di quegli studenti (Rosenthal e Jacobson, 1968)? Questo è il potere dell’impegno di un insegnante nei risultati relativi all’apprendimento. E, come per lo studente, l’impegno dell’educatore dipenderà in varia misura dalle ricompense intrinseche ed estrinseche; dunque, dobbiamo chiederci se i nostri meccanismi di gestione della performance e della ricompensa alimentano davvero tale impegno.

L’impegno e la sua mancanza

L’impegno e la mancanza di esso sono spesso contagiosi, quindi l’impegno, come discenti intendiamo, è fortemente influenzato dall’impegno degli altri. L’entusiasmo che un insegnante o un docente mostra per l’argomento; gli atteggiamenti dei compagni di apprendimento (un’altra “squadra” attorno ai nostri alunni in questo contesto); i messaggi positivi o negativi che ricevono in modo esplicito o più sottile dai loro amici, familiari, media e altri modelli di ruolo sull’argomento che stanno studiando; l’atteggiamento di quelle persone verso l’apprendimento e l’educazione. Tutti questi fattori influenzano il loro impegno.

La capacità

E infine, c’è il fattore “capacità”, da considerare, per un esame corretto del fenomeno relativo all’apprendimento. L’apprendimento è al centro del potenziamento delle capacità, ma l’efficacia dell’apprendimento dipende da una serie di capacità a sé stanti. È più difficile imparare, infatti, quando l’organizzazione, la scuola o l’insegnante mancano delle competenze, delle conoscenze e delle risorse necessarie. Le scuole dovrebbero sentire forte il ruolo di misuratori di un eventuale fallimento sistemico. Bisognerebbe che esse costruiscano le proprie capacità facendo leva sui docenti, sulle progettualità, sulla mission. Il focus del curriculo di ciascuna istituzione scolastica è determinato dalla sua capacità di esistere di fornire modelli accattivanti, entusiasmanti, capaci di rispondere alle richieste dell’utenza.

La misurazione dell’istruzione nella scuola che guarda alle sfide del 2021

Neil Martin parla di capacità individuali (al termine di un percorso di apprendimento: un ciclo scolastico) quando cita Kirschner e van Merriënboer (2013) e Kalyuga et al. (2003), sostenendo che l’istruzione si misura per i livelli di competenze, di conoscenza e di abilità cognitive esistenti negli studenti a fine percorso. Misurare (avere la volontà e la capacità di farlo) è molto più efficace di indulgere nell’errore degli stili di apprendimento. Questo riconosce il fatto (o la circostanza, forse è meglio) che la capacità di base dell’apprendimento dell’individuo sarà un fattore di apprendimento di successo per la scuola che lo stesso (o gli stessi) frequenta (frequentano).

I processi di apprendimento

Un ingrediente chiave quando parliamo di capacità di apprendimento, insieme alle competenze, alle conoscenze e alle risorse – sono i processi dello studente, ovvero il sistema di apprendimento usato dai docenti e posto al servizio dell’apprendimento. È indubbio che gli stili di apprendimento siano stati il primo tentativo per creare un buon processo. Ciò che Kirschner e van Merriënboer suggeriscono è un processo. Il ciclo di apprendimento di Kolb (Kolb & Fry, 1974) è un processo. I singoli studenti hanno i propri processi, quando si parla di apprendimento. Apprendimento sviluppato attraverso una miscela di osservazione, sperimentazione e di insegnamento (l’istruzione, per intenderci). Anche i docenti hanno i loro processi, sviluppati più o meno allo stesso modo.

Il ruolo dell’insegnante

Quando si insegna, ciascuno dovrebbe stare attento a:

definire la direzione, assicurandosi su ciò che viene insegnato, come viene insegnato e quando viene insegnato;

massimizzare le possibilità di soddisfare le esigenze diverse dei nostri alunni, in evoluzione con le mutevoli richieste della società.

Possiamo farlo solo se siamo in grado di essere modelli di ruolo per allineare le esigenze e gli ordini del giorno di una moltitudine di parti interessate in un sistema molto complesso.

È una affermazione difficile e siamo una professione tutt’altro che unita, ma sarebbe interessante e bello pensare che le qualità che ci hanno portato a questa professione sono le stesse qualità che ci consentiranno di affrontare la sfida.

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