Perchè il 10 aprile il personale della scuola era vestito di nero e portava un nastro azzurro?

di redazione
ipsef

inviato da Caterina Ferro – I docenti dicono no alla buona scuola di Renzi. Il DDL convince, se possibile, ancora meno della consultazione lanciata online la scorsa estate e, di fatto, fallita nonostante tutti i proclami del premier e della ministra Giannini.

inviato da Caterina Ferro – I docenti dicono no alla buona scuola di Renzi. Il DDL convince, se possibile, ancora meno della consultazione lanciata online la scorsa estate e, di fatto, fallita nonostante tutti i proclami del premier e della ministra Giannini.

Venerdì 10 aprile, centinaia di docenti, ATA e pure qualche dirigente e molti studenti sono entrati a scuola indossando un abito nero guarnito da un nastrino turchese.

L’iniziativa, lanciata attraverso una campagna Twibbon e un evento Facebook, si chiama “Coloriamo il nero: la scuola buona siamo noi!” ed è nata in seno a “La conta”, gruppo di insegnanti palermitani (ma con membri in varie altre città di tutta Italia) che ci tiene a definirsi indipendente: nessuna sigla di partito o sindacato dietro, solo la volontà di battersi per una scuola pubblica migliore.

La scelta del dress code ha origine in simili iniziative (un gruppo di insegnanti genovesi e monrealesi qualche settimana fa aveva avuto l’idea del vestito a lutto per la “morte della scuola”, seguito a ruota da alcune scuole di Palermo e Catania), ma si anima di un colore (il turchese, simbolo de “La conta”) che significa creatività e propositività.

Il tam tam, partito da Palermo un paio di settimane fa, si è propagato velocemente sui social network e centinaia di scuole hanno aderito, da Siracusa a Milano, passando per Taranto, Napoli e Roma.

I lavoratori della scuola non ci stanno ad assistere impotenti e vogliono scollarsi di dosso il cliché che li vuole demotivati e passivi.

Come denuncia l’inversione dell’ordine dello slogan del governo (“la scuola buona” anziché “la buona scuola”) il disegno di legge non li convince per una serie di motivi, a partire dall’eccessiva discrezionalità attribuita ai dirigenti nell’assunzione del personale scolastico; grande perplessità desta anche l’assenza, nel progetto di “riforma”, di qualsivoglia cenno ad una categoria necessaria alla sopravvivenza delle scuole quale gli ATA (collaboratori, tecnici e personale di segreteria), mentre sembra essere prevista la soppressione dell’esonero per i vicepresidi e non risultano ancora chiari i criteri attraverso i quali sarà valutato il merito degli insegnanti.

Ancora fumosi i termini (tempi e numeri) del piano di assunzioni per gli oltre centomila precari, imposto dalla sentenza della Corte di giustizia europea.

Infine, a dispetto di tutti i proclami e della fatiscenza che affligge centinaia di edifici scolastici, non sembrano affatto incrementate le risorse finanziarie necessarie a ristrutturazioni, ripristino e manutenzione di strutture e infrastrutture, nonché allo sviluppo delle attività didattiche e all’ampliamento dell’offerta formativa.

 

Versione stampabile
Argomenti:
anief anief
voglioinsegnare