Per una scuola nuova e analogica. Lettera

di redazione
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Inviato da Cristina Sbarra – E’ ricorrente la proposta di far studiare coding ai bambini.

Benissimo, dico io, che mi sono presa anche l’abilitazione in informatica per passione (avendo scritto software per analizzare dati nella mia tesi di dottorato e progettato database per un esperimento ora sulla ISS). Ma non confondiamo il pensiero computazionale col ‘digitale’, aggiungo.

Il ‘coding’, e cioè l’apprendimento del pensiero computazionale, non passa necessariamente per il digitale. Anzi, passa più facilmente per l’analogico. Per arrivare ad elaborare una istruzione di codice, il nostro cervello deve acquisire una elasticità mentale che è pari a quella necessaria per imparare a leggere e scrivere bene. Anzi, senza l’abilità di leggere, comprendere, organizzare i concetti e inventare i contenuti, non si riuscirà mai a realizzare un codice efficace ed efficiente, con le istruzioni procedurali organizzate ed essenziali, senza annidare qualche “baco” che può portare alla perdita di dati o anche solo di tempo.

Per non parlare poi della capacità di affrontare la programmazione ad oggetti, dove spesso le impalcature esistono e sono già fatte, pronte ad ogni uso, ma se non si ha sviluppato un senso critico dell’essenziale, un’abitudine ad economizzare per ottenere il massimo risultato col minimo sforzo, si finisce per sparare con un cannone ad una zanzara, con spreco di energia e di tempo macchina, ingolfando i sistemi operativi. Tutto ciò è evitabile, ma con l’abitudine a ragionare, prevedere e progettare, a tavolino. Perché il coding lo si impara prima di tutto lontano dai computer, con un foglio e una matita come strumenti, ed è possibile farlo fin dai primi anni di scuola, certamente. La capacità di analisi critica, poi, può costruirsi nel tempo, con pazienza e dedizione, con studio sulle fonti ed esercizi continui. Questo lavoro certosino, è il metodo, che solo una scuola analogica può dare.

Quindi cura nei dettagli, ricerca e pazienza, senza risposte nette: SI, NO. Senza pixel attraverso cui ingranellare il sapere. La conoscenza e l’apprendimento non possono avere confini e sono continui, così come la nostra mente. Sono analogici, per fortuna, capaci di percepire le mille sfumature di un verso di Omero, di una terzina di Dante e di un Adagio di Mozart. La nostra mente non è ON-OFF. Dunque prima di riempire le scuole di lim e tablet, riempiamole di maestri che leggono i classici ai ragazzini e che parlano con loro delle avventure che i libri evocano, come dice il filosofo Galimberti, perché c’è bisogno di trasmettere passione ed entusiasmo per la cultura.
La scuola non può inseguire la tecnologia, non è il suo ruolo e peraltro sarebbe sempre ‘indietro’, rispetto alla tecnologia che galoppa.
La scuola deve insegnare ad imparare. Deve dare le famose basi.

Uno che ha studiato il greco potrà più facilmente di altri imparare l’analisi di funzione o le istruzioni in codice C. Perché ha il metodo, che gli ha dato la scuola, al di là delle dotazioni tecnologiche.
Quindi non scandalizziamoci se gli insegnanti ‘snobbano’ il digitale, forse non è poi così sbagliato. La scuola non deve crescere piccoli consumatori di digitale (cosa che peraltro fanno già da soli), ma piccoli pensatori, per un mondo nuovo, prima di tutto analogico, in cui menti pensanti potranno gestire e non subire l’evocata ‘rivoluzione digitale’.

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