Ministro Azzolina, interpelli noi docenti che concretamente lavoriamo con gli studenti. Lettera

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Inviata da Marco Navarri – Egregia Ministra, le scrivo questa lunga lettera, che spero lei possa leggere nonostante i suoi impegni, partendo da una storia strettamente personale. Sono un docente che insegna filosofia e storia in un liceo lombardo.

Recentemente ho contratto il “famigerato” covid 19. Il virus non è, a quanto pare, una “prerogativa” dei soli studenti, anche noi ci ammaliamo e ci ammaliamo in tanti. Per fortuna non ho sintomi di rilievo. La malattia mi ha portato tuttavia a sottopormi a diversi tamponi di controllo. A parte il primo di questi, completamente gratuito e a carico del sistema sanitario, per tutti gli altri ho dovuto ricorrere ai test molecolari a pagamento, molto onerosi, le assicuro. Certo, anche se sono un docente. Si sono definiti effettivamente dei limiti al loro costo, ma se si vuole accelerare l’iter e tornare al più presto dai propri studenti, bisogna essere disposti a pagare, per ogni test molecolare 122 euro, tasse incluse. Lei pensi che in famiglia ci siamo
ammalati in tre, mia moglie compresa, anche lei una docente in un liceo lombardo. In tali casi si è soggetti a pressioni davvero forti, le assicuro. La preoccupazione che il virus improvvisamente degeneri è una paura credo più che comprensibile. Immagini lei la dimensione psicologica in cui stiamo vivendo ora noi in famiglia. Pensi, inoltre, che io e i miei familiari, dopo 21 giorni senza sintomi, avremmo potuto rientrare immediatamente alle nostre attività. Non ce la siamo sentita di rientrare nella comunità scolastica, senza assicurarci della nostra condizione di salute e, per rispetto civile, nonostante la mancanza di sintomi, ci siamo sottoposti agli onerosi covid test.

A scuola, invece, siamo pressati da leggi che risalgono anche al 1923, nulla di male se ben fatte. Certo, forse i legislatori di un tempo mancavano un pochino di sensibilità verso la dimensione digitale. Ma non me la sento di accusare Gentile per questo. Comunque, in didattica a distanza, si applicano le stesse regole della didattica in presenza: dobbiamo rispettare il numero congruo di valutazioni, effettuare l’attività di educazione civica, che le assicuro ci impegna tutti in maniera significativa e svolgere l’attività di Alternanza (ora Pcto), onerosa e difficile da gestire ai tempi del coronavirus, visto che aziende ed enti pubblici sono o chiusi o in difficoltà ed emergenza sanitaria. Ho sempre considerato che, in condizioni di normalità didattica, tutto ciò fosse del tutto coerente. Giusto che uno studente abbia la possibilità di essere valutato attentamente, che si alimenti una coscienza civile, che si sviluppino competenze trasversali e si faccia una esperienza concreta di lavoro. Certo, lei dirà, si può ricorrere ad un pcto in smart working, forse più adatto ai tempi, ma converrà con me che esso non è del tutto in linea con lo spirito della legge.

Recentemente, sono franco, mi sono chiesto se lei è al corrente della situazione, se è a conoscenza della pressione a cui sono sottoposti docenti, studenti e famiglie. Si ha la sensazione che la situazione scolastica e sanitaria non siano del tutto gestite, almeno negli ultimi tempi. Per governare un fenomeno sociale ed economico credo si debba in primo luogo sapere come stanno le cose, realmente, sul campo, ed interpellare chi si trova a lavorare concretamente con gli studenti in carne ed ossa, be’, ora virtualmente. Forse alcune di queste iniziative avremmo potuto sospenderle, anche per concentrarci più efficacemente
sulle discipline, che in Dad sono molto rallentate, nonostante le fantasie pedagogiche a cui si potrebbe ricorrere e si ricorre in tali frangenti.

Mi sono inoltre chiesto, in questi giorni, se non si debba piuttosto indirizzare diversamente il lavoro di educazione civica e concentrare i nostri sforzi su argomenti come la resilienza o la gestione delle emozioni, perché se si vuole essere corretti socialmente e civili si deve avere molta pazienza. Anche perché, diciamola tutta, essere corretti e civili, come dire, non paga, almeno dal punto di vista dell’immediato interesse personale ed egoistico. Lei dice di aver letto tanto e saprà bene, come si è affermato da Epicuro a Freud, che l’uomo cerca il piacere ed evita il dolore, una coscienza civile ed una cultura servono anche per invertire questa tendenza.

Confesso, ai miei tempi non ho avuto il privilegio di studiare educazione civica. Io credo che tale sensibilità nasca anche da altri stimoli. Confrontandosi con la storia, la filosofia, la letteratura e tutte le discipline che stiamo, per una certa parte, accantonando per ragioni di tempo. Ricordo, a questo proposito, una citazione di Luigi Russo sul leopardismo di De Sanctis, in cui Leopardi veniva considerato l’incitatore dei giovani napoletani che si batterono nelle barricate del 1848. Educazione civica la facciamo da tempo, non manca, è nelle pieghe dei programmi che svolgono. Forse per quest’anno si sarebbe potuta rimandare a tempi migliori, evitando di dover valutare specificatamente tale attività e disinvestire, conseguentemente, sulle
altre “incombenze”. Non invoco leggi speciali, ma auspico solo l’emanazione di atti normativi temporanei, in grado di rispondere alle esigenze di una nuova didattica digitale. Atti provvisori, capaci di favorirla e renderla più efficace.
Non so se queste considerazioni, questo “grido”, siano condivisi da tutto il personale docente, non ho la pretesa di rappresentarlo in toto, ma le posso assicurare che sono impressioni comuni e sentite.
La ringrazio per la sua cortese attenzione.

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