Per assumere i docenti precari ci vuole la reale volontà politica di farlo. Lettera

WhatsApp
Telegram

inviata da Roberto Piccolo –  Che il mondo della scuola non debba passare dal mero nozionismo è fatto noto da anni, basti pensare alla contestazione che il Sessantotto muoveva al complesso del sistema scolastico ed educativo, per sua natura e storia appunto nozionistico, imperante all’epoca.

Col risultato, alla fine degli anni ’80, di autorizzare alle professioni personaggi a tal punto poco nozionisti da risultare bellamente incompetenti, ognuno perso dietro al proprio gergo astruso e vaniloquente.

Sarebbe forse il caso, oltre a criticare giustamente l’inettitudine ministeriale che richiede di sostenere lezioni accademiche per abilitarsi a raccontare storielle a dei bambini, di proporre un metodo che si ritiene valido per il reclutamento.

Perché le domande a crocette, pur col loro sgradevole sentore di lotteria, garantiscono almeno la perequazione della valutazione, a differenza delle domande aperte, suscettibili delle variegate interpretazioni delle annoiate commissioni preposte.

D’altro canto, proporre l’autonomia delle scuole nella scelta degli insegnanti, in Italia, genererebbe un clientelismo pronto a diventare l’ennesimo triste cliché sull’assunzione del compaesano del dirigente scolastico di turno.

D’altronde è vero che le conoscenze non fanno l’insegnante, e che il mestiere comporta una grande quantità di abilità differenti; alcune acquisibili con l’esperienza o con lo studio, altre (come l’empatia) che dovrebbero essere considerate prerequisiti essenziali di un docente.

Questo mestiere si compone di una delicata alchimia che comprende appunto la capacità di interpretare i bisogni dei ragazzi in un’età particolare, quella di incuriosirli, di sostenerli nella parte didattica e in quella educativa, quella di cogliere e incoraggiare in ogni occasione il loro, per quanto minimo, interesse culturale, almeno nella scuola dell’obbligo.

Ma negli ultimi decenni il ruolo dell’insegnante della scuola dell’obbligo è mutato profondamente, in ragione del fatto che sono cambiati il mondo del lavoro e la società stessa: le richieste didattiche si sono abbassate clamorosamente (da cui il paradosso dei concorsi che richiedono lezioni universitarie) e la classe docente, per quanto eterogenea possa essere, ha ricanalizzato l’impegno sul lato educativo, stante la costante assenza, fisica o psicologica, di uno o entrambi i genitori per moltissimi studenti, e la necessità di
ricalibrare i contenuti per una scuola multietnica, multiculturale ma soprattutto multilinguistica.

Spesso i docenti rappresentano gli unici adulti responsabili e affidabili per i ragazzi più soli, e certo la capacità di collaborare con loro è quanto di più lontano dall’ambito nozionistico ci si possa immaginare.

I cambiamenti nel mondo del lavoro italiano, con l’abnorme sviluppo della precarietà che ha sfondato le esili barriere sindacali, hanno intanto gravemente condizionato il mondo della scuola.

Nell’ottica dell’aziendalizzazione dell’istruzione, il precario viene licenziato e riassunto ogni anno scolastico, cosa vietata tanto dalla giurisprudenza italiana quanto dalla normativa europea, ma che permette di scaricare sull’INPS i costi del lavoratore durante l’estate.

La soluzione per risolvere il problema del precariato è semplice: assumere quell’esercito di precari che già, nei fatti, lavora nella scuola, che si forma sul campo ogni anno e si è costruito, nel tempo, la propria cassetta degli attrezzi culturale (ed emotiva) indispensabile per poter trasmettere in modo mirato le proprie conoscenze. Perché di questo tratta l’insegnamento, nonostante l’imperante vulgata ministeriale tutta protesa verso le fumose cosiddette competenze. E ben vengano le attività laboratoriali e le TIC, se servono però a veicolare quelle conoscenze. Né si pensi che la scuola italiana sia piena di mummie che utilizzano solo la lezione frontale, senza tenere conto delle differenze di contesto che presenta ogni classe.

Il problema del precariato è politico, e come sempre il liberista d’accatto parlamentare lo tramuterà, magicamente, in un problema tecnico.

Chi si oppone all’assunzione per titoli e servizi addirittura scomoda la Costituzione, che giustamente impone che i dipendenti pubblici siano assunti per concorso.

La costituzione intende garantire il diritto del cittadino più titolato, secondo le regole che decide di volta in volta l’amministrazione pubblica, ad accedere al posto senza farselo soffiare dal nipote del sottosegretariato, non stabilire quelle regole. Del resto i professori universitari sono assunti con concorso per titoli, appunto, e nessuno se ne duole.

La volontà politica purtroppo richiederebbe una visione strategica del paese e della scuola, uscendo dalla logica delle ripicche parlamentari del giorno e dal generale assoggettare almeno sanità e istruzione dalla piega iperliberista che hanno assunto negli ultimi decenni, con l’entusiasta adesione dell’intero arco parlamentare.

Visione strategica della quale quest’ultimo, sia detto per inciso, è completamente privo anche per quanto riguarda i pur essenziali ambiti della politica energetica ed ambientale.

In sostanza, per garantire i diritti dei lavoratori e degli studenti, occorre la reale volontà politica di farlo, al di là delle solenni dichiarazioni cui generalmente non si dà alcun seguito, e nessuno, all’orizzonte del desolante panorama politico italiano, sembra possederla.

WhatsApp
Telegram

“Come compilare il nuovo pei pagina dopo pagina”. Dal 3 ottobre un nuovo corso tecnico/pratico di Eurosofia