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Pensioni: vantaggi e svantaggi della carriera prima del 1996, la guida a diritto e calcolo

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La carriera lavorativa prima del 1996 può essere determinate sia per l’importo della pensione che si percepisce che per il diritto a determinate misure previdenziali. Tutto dipende dalla riforma Dini, ecco come funzione.

Esistono date di calendario e leggi che, soprattutto in materia previdenziale, vanno ricordate con attenzione. Infatti ci sono date di calendario da cerchiare in rosso perché rappresentano la linea di demarcazione a partire dalla quale si possono godere vantaggi importanti in termini di pensionamento o subire pesanti penalizzazioni.

È il caso della data del 31 dicembre 1996 e della legge Dini (o meglio della riforma Dini, perché di riforma previdenziale si tratta). Una riforma delle pensioni nata con la legge numero 335 dell’8 agosto 1995, che spesso è sottovalutata rispetto alla riforma Fornero, ma che ha segnato in maniera più decisiva l’attuale stato della previdenza sociale italiana.

Con l’avvento della riforma Dini infatti entrò in vigore il nuovo sistema previdenziale, quello contributivo. Naturalmente la riforma fu varata per un suo ingresso graduale, lasciando in funzione una fase transitoria in cui, pur se importante, il sistema contributivo veniva utilizzato insieme al retributivo, cioè con un sistema misto.

Resta di fondamentale importanza la riforma delle pensioni di Lanfranco Dini, perché man mano che passano gli anni e scompaiono i lavoratori con carriera precedente il 1996, il sistema contributivo resta quello utilizzato unicamente. Ed anche l’attività dei legislatori verte verso questo sistema, dal momento che non è raro che nelle ipotesi di riforma delle pensioni per il 2022, si parla di misure che prevedono un calcolo con questo sistema anche per quei lavoratori che avrebbero diritto al calcolo misto.

L’impatto che ancora oggi ha la riforma Dini però, è evidente se si pensa a quanto offre oggi il nostro sistema previdenziale, sia come misure che come importi delle pensioni. La riforma della legge 335/1995 infatti, incide oggi sia sul calcolo delle pensioni che sulle uscite dei lavoratori. E ci sono vantaggi e svantaggi in base al singolo caso specifico.

La carriera prima del 1996 fondamentale per l’importo della pensione

I lavoratori che escono dal lavoro quest’anno e che hanno più di 18 anni di contributi versati al 31 dicembre 1995 percepiscono una pensione che nella stragrande maggioranza dei casi è più alta dei colleghi che a parità di carriera ed età, hanno meno di 18 anni versati prima del 1996.

Infatti è in base alla carriera prima del 1° gennaio 1996 che si determina la parte di prestazione pensionistica calcolata con il sistema retributivo, quello notoriamente di maggior vantaggio. Per i lavoratori con carriera pari o superiore a 18 anni alla data del 31 dicembre 1995, il diritto al calcolo retributivo vale fino a tutti i periodi di lavoro al 31 dicembre 2011. Per chi non arriva a 18 anni di versamenti prima del 1996, anche per poche settimane, il calcolo più favorevole è limitato ai periodi di lavoro fino al 31 dicembre 1995. In pratica, fino a 16 anni di carriera che verrebbero calcolati con il penalizzante sistema contributivo.

Per capire la differenza si rimanda alle nostre precedenti guide in cui analizziamo nel dettaglio le due diverse regole di calcolo delle pensioni con i due diversi sistemi.

Misure di pensionamento e contributi antecedenti il 1996, cosa cambia?

Se per il calcolo della prestazione incide parecchio la data del 31 dicembre 1995, allo stesso modo incide sul diritto alla pensione. Infatti è ancora più marcata la differenza in termini di diritto alla pensione, tra chi ha iniziato a lavorare prima dell’entrata in vigore della riforma Dini e chi ha iniziato dopo.

La data del 31 dicembre 1995 è importante a tal punto che chi ha iniziato a lavorare dopo, non avendo diritto al calcolo misto, viene definito “contributivo puro”. Si tratta di soggetti privi di contribuzione a qualsiasi titolo versata, al 1° gennaio 1996.

La pensione per questi soggetti può arrivare 3 anni prima degli altri, grazie ad un particolare scivolo rispetto alla pensione di vecchiaia ordinaria. Parliamo della pensione anticipata contributiva. Una misura questa che si centra con 64 anni di età e con 20 anni di contributi. Sono le due soglie minime di accesso a quello che come detto è un vero e proprio scivolo rispetto alla pensione di vecchiaia ordinaria per la quale servono 20 anni di contributi e 67 anni di età.

Per sfruttare la misura però serve pure il requisito della pensione minima. Infatti l’assegno liquidato deve essere superiore a 2,8 volte il valore dell’assegno sociale come stabilito dall’Inps nell’anno in cui si richiede la prestazione. In pratica, per i richiedenti 2021 della pensione anticipata contributiva, occorre una pensione pari a circa 1.288 euro al mese, essendo l’assegno sociale 2021 nell’ordine di dei 460 euro al mese.

Se non si ottiene una pensione di questo importo, la misura non è fruibile e agli interessati, a prescindere dalla carriera che è iniziata dopo l’ingresso della riforma Dini, resta la pensione di vecchiaia a 67 anni con 20 anni di contributi.

Per i contributivi puri però, anche sulla pensione di vecchiaia c’è da fare un distinguo rispetto agli altri lavoratori che hanno iniziato a versare prima del 1996. Infatti anche per le quiescenze di vecchiaia i contributivi puti devono rispettare un limite di importo della pensione, sempre collegato all’assegno sociale, ma meno alto rispetto alla pensione anticipata contributiva.

La pensione di vecchiaia ordinaria per i contributivi puri si centra con la combinazione 67+20, ma a condizione di ricevere un assegno pari ad almeno 690 euro al mese (valori 2021). Infatti occorre avere una pensione liquidata pari o superiore a 1,5 volte l’assegno sociale.

Per questo, 67 anni di età e 20 anni di contributi per chi non ha carriera precedente il 1996, potrebbero non bastare per la pensione di vecchiaia. In questo caso tutto slitta drasticamente a 71 anni, quando viene meno l’importo minimo di pensione e quando, a dire il vero, il requisito dei 20 anni di contributi minimi versati sparisce (bastano solo 5 anni per la pensione di vecchiaia a 71 anni).

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