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Pensioni: una riforma che non tiene conto della maternità penalizza le donne

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La riforma pensioni deve tenere conto anche della penalizzazione che le donne subiscono con la maternità.

La riforma pensioni sta entrando nel vivo avvicinandosi sempre di più la fine del 2021 e la scadenza della quota 100. I sincati, a tal proposito, rimarcano il bisogno di una flessibilità in uscita a 62 anni che sia strutturale e non sperimentale come lo è stata la quota 100.

E questo, sicuramente, per dare maggiore stabilità ai lavoratori che sempre di più guardano con incertezza alla possibilità di pensionamento.

Riforma pensioni e flessibilità

L’obiettivo principale deve essere quello di evitare lo scalone di 5 anni che si verrà a creare alla scadenza della quota 100, uno scalone che riporterebbe bruscamente i lavoratori a dover scegliere, per la quiescenza, solo la riforma Fornero e di fatto o la pensione di vecchiaia o quella anticipata ordinaria.

Lo scalone viene visto come una ingiusta conseguenza della scadenza della misura, che porterebbe chi è nato entro il 31 dicembre 1959 a potersi pensionare a 62 anni con 38 anni di contributi e chi è nato, invece, dal 1 gennaio 1960 a dover attendere o i 67 anni o a raggiungere i 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne).

L’esecutivo, quindi, entro breve dovrà trovare un modo di evitare il temutissimo scalone  anche se per sapere che forma sceglierà si dovrà attendere la Legge di Bilancio che dovrà essere, tra l’altro, approvata a breve.

Pensioni che penalizzano le donne

Ma in tutto il dibattito politico sulla riforma pensioni emerge una frase che fa riflettere di Francesca Re David, segretaria generale di Fiom: “una riforma delle pensioni che non tiene conto della maternità penalizza le donne. Siamo l’unico paese al mondo oltre al Cile ad avere un contributivo rigido!”.

Ovviamente solo una donna può comprendere le donne e quello a cui sono chiamate quando hanno un figlio: in molti casi le donne scelgono congedi non retribuiti o aspettativa per poter assistere e curare i figli nei primi anni di vita. Proprio per questo motivo serve una riforma che tenga conto non solo dei lavoratori gravosi, di quelli usuranti e dei caregiver, ma anche delle donne che con la maternità sono penalizzate in ambito lavorativo.

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