Pensioni: quota 100, o 35 anni di servizio, in realtà non soddisfa le esigenze di donne lavoratrici con gradi elevati d’istruzione. Lettera

di redazione
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Fortunata Cammilleri – più tempo trascorre, più ci rifletto e sempre meno riesco a ad accettare la legge Fornero, che qualcuno ha ancora il coraggio di patrocinare, ma che di fatto è una mostruosità di legge,

messa a punto in un momento d’urgenza, ma inadeguata e iniqua quanto mai, assurda: quattro soldi per chi ha lavorato una vita, perché di fatto è questo che contempla.

Ma dopo 43-44 anni di lavoro, può ancora rimanere energia per godersi i pochi spiccioli che “concede”? Vogliamo dirla tutta agli strenui difensori della legge suddetta? Ormai in Italia la corruzione era talmente tanta che solo con scelte drastiche, come la legge Fornero, si poteva ritornare a far funzionare i conti, scelte che si sono compiute perché l’Italia è ancora il Paese dell’illegalità, della disuguaglianza, della corruzione. Per decenni si è prelevato danaro da pozzi riservati alle esigenze “idriche” di altri settori, per far bere chi non aveva sete. Le Istituzioni avrebbero dovuto impedirlo, e non l’hanno fatto!

Ragion per cui ci si è ritrovati a dover fare i conti con esigue risorse. Ancora una volta, come sempre è stato fatto nella storia dell’Italia, si è voluto far pagare la corruzione altrui ai disgraziati… è facile, e l’unico modo per non far saltare un intero apparato governativo.

Altra assurdità letta in questi giorni (considerato che il governo Salvini-Di Maio vorrebbe riportare l’età pensionabile alla quota 100, o mandare a casa coloro che hanno alle spalle 35 anni di servizio) è che ci siano voci che si levano a gridare che così facendo ci si inabisserà nel default, ma ho letto anche altre sciocchezze che lasciano spazio a certe riflessione quando si dice che alle donne, pur con una speranza di vita superiore a quella dell’uomo, si dà il privilegio di andare in pensione con un anno di meno, quasi che la stessa fosse una privilegiata, in realtà si ragiona così perché, scioccamente, si prende in considerazione una sola variabile: quella della speranza di vita, ma questi studiosi non prendono in esame il fatto che la donna ha questa particolare funzione di “creare la vita”, trasformata nell’odiosa formula: “Ruolo riproduttivo”.

Si dà il caso che proprio la capacità donatale dalla natura di “creare umanità”, sembra essere un dato negativo con cui penalizzare la donna, perché quando si hanno dei figli e non si sa a chi darli in custodia, spesso è lei che deve ritirarsi dal lavoro, e perdere anni di contributi, sempre che riesca a reinserirsi ancora nel mercato del lavoro. Ma la donna è penalizzata anche per altri motivi: non sempre riesce a far carriera per i figli, non sempre può aspirare a lavori che le porterebbero via l’intera giornata… e le tante altre situazioni che fanno della donna lavoratrice un’anomalia, se non fosse che in questo modo i periodi di età pensionabile si accorciano drasticamente… e poi, neanche la variabile “studio” è presa in considerazione.

Come si fa a concepire 42 anni-43 (o quasi) di lavoro se un intero settore: quello dei laureati e dei post-laureati, arriva al lavoro a quasi trent’anni? (alcuni anche più tardi).

Quella prospettata dalla legge Fornero è una contraddizione in termini, un’aporia per la donna con laurea e post-laurea, che ha dovuto creare e gestire dei figli, ma anche con la cosiddetta “quota 100” si rientrerebbe mai in un sistema pensionistico adeguato a chi ha studiato, e neanche nei trentacinque anni di lavoro preteso, altra condizione ipotizzata, questa la cosa grave: pur con le modifiche che fanno rizzare i capelli ai tanti benpensanti, io e tante altre donne dovremo attendere la pensione di vecchiaia… dopo una vita di studio (qui in Italia fanno pagare anche ciò che ci si è guadagnato: università e post-laurea, per i quali dovrei pagare cifre astronomiche) e di lavoro nei diversi ambiti. Non è assurdo tutto questo? Perché s’inneggia ipocritamente alla famiglia, ai figli, quando lo Stato sta facendo di tutto per negarli?

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