Pensioni, lo spettro della legge Fornero si avvicina. Ma c’è un’alternativa a cui il prossimo Governo potrebbe pensare

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La caduta del Governo ha interrotto la strada per la riforma delle pensioni: infatti Quota 102 terminerà ufficialmente a fine anno e di conseguenza dal 2023 tornerà la legge Fornero, così come era stata ideata in origine: ovvero uscita dal mondo del lavoro a 67 anni e uscita anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi (uno in meno per le donne).

Sarebbe una soluzione che i sindacati vogliono evitare in maniera decisa anche se considerato il quadro attuale, la sembra ci possano essere tante opzioni a disposizione.

Infatti, ricorda Il Corriere della Sera, chi si troverà al timone in autunno non avrà il tempo di farlo entro fine anno.

Pertanto, per non tornare alla legge Fornero, il nuovo Governo potrebbe decidere per una proroga temporanea di Quota 102 se non, addirittura, a una sua conferma definitiva.

Quota 102, ricordiamo, è attiva dal primo gennaio del 2022 e prevede che si possa lasciare il lavoro al raggiungimento dei 64 anni di età (tre anni prima del requisito necessario per la pensione di vecchiaia), ma solo se si hanno almeno 38 anni di contributi.

Secondo i calcoli del governo, con quota 102 dovrebbero andare in pensione 16.800 lavoratori, che saliranno a 23 mila nel 2023 per poi ridursi a 15 mila nel 2024 e a 5.500 nel 2025.

Questo perché chi raggiungerà i requisiti entro il 31 dicembre 2022 avrà diritto di accedere alla misura anche negli anni successivi.

Nell’ipotesi in cui Quota 102 venisse adottata in maniera strutturale, scrive Il Corriere della Sera, l’impatto sui conti pensionistici da qui al 2044 sarebbe di 4,3 punti percentuali del Pil, stando alla simulazione fatta dalla Ragioneria generale dello Stato. L’adozione in via definitiva per i tecnici sarebbe un aumento considerevole nei prossimi venti anni della spesa pensionistica.

Il nuovo governo potrebbe anche per il 2023 (come è per il 2022) lasciare anche Opzione donna, ovvero alle sole donne la possibilità di andare in pensione prima del tempo, a patto di optare per una rendita interamente calcolata con il meno favorevole metodo contributivo.

Una possibilità introdotta nel 2004 (legge Maroni) e riscoperta in massa dopo la riforma Fornero, in quanto consente di anticipare l’uscita di diversi anni rispetto alle regole ordinarie che, come detto, chiedono in alternativa almeno 41 anni e 10 mesi di contributi o addirittura 67 anni di età.

Il vantaggio dell’uscita anticipata si traduce in un «taglio» della misura della pensione. Decurtazione direttamente proporzionale all’anticipo: tanto più importante quanto maggiore sarà l’anticipo.

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