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Pensioni: la speranza di vita cala, e le pensioni anticipano? La legge dice no!

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Per la prima volta l’Istat certifica il calo dell’aspettativa di vita degli italiani, ma non si indietreggia sulle pensioni.

Crolla di colpo una delle giustificazioni con cui i legislatori da anni hanno portato le pensioni a 67 anni di età e a quasi 43 anni di contribuzione.
L’aspettativa di vita per la prima volta da anni, cala.
Ed è proprio l’aspettativa di vita che è stata adottata in questi anni come scusante all’incremento dei requisiti previdenziali.
Gli italiani vivono di più e per questo che devono andare in pensione più tardi, perché altrimenti graverebbero troppo sulle casse dello Stato.
Si può sintetizzare così il meccanismo introdotto. E c’è pure una salvaguardia a favore dello Stato e contro i lavoratori. O fatto in caso di calo della vita media, non si può tornare indietro.

Pensioni e aspettativa di vita, connubio perfetto ma a favore dello Stato

Come dicevamo, se un pensionato vive di più, secondo il sistema è giusto che vada in pensione più tardi. Altrimenti rischia di costare troppo al sistema. Un discorso che appare cinico, ma che non si discosta molto dalla realtà.
E così che fin dal primo governo Berlusconi le pensioni sono state collegate alle aspettative di vita che ogni anno certifica l’Istat.
Più vivono in media gli italiani, più tardi si va in pensione. E si è arrivati a 67 anni di età per la quiescenza di vecchiaia o a 71 per i contributivi puri privi di carriere lunghe e con pensioni minime. E pure ai 42,10 anni di contribuzione per le pensioni anticipate ordinarie, quelle distaccate da limiti di età. Un incremento per queste ultime che di fatto hanno cancellato pensionati prima dei 60 anni e ridotto all’osso quelli che riescono ad andare a 60 anni o poco più.
Per andare in pensione a 60 anni con le anticipate ordinarie infatti, occorre aver iniziato a lavorare in prossimità dei 16 anni di età e soprattutto, occorre aver avuto una carriera ininterrotta, lunga e duratura. Un autentico miraggio soprattutto negli ultimi decenni tra disoccupazione, precariato e così via.

Perché se cala la vita media della popolazione, non calano i requisiti per la pensione?

Come è inevitabile che sia, il Coronavirus, con i suoi tanti morti, non poteva non influenzare la stima di vita degli italiani.
Infatti l’Istat, come non accadeva da anni, ha certificato il calo della vita media degli italiani. Adesso si vive di meno, perché il Covid ha fatto tante vittime.
Logica vorrebbe che se all’aumento della vita media degli italiani si applica un incremento dei requisiti per le pensioni, ad un suo calo si dovrebbe applicare in corrispettivo calo dei requisiti per le pensioni.
Logica dicevamo, ma così non è, perché il meccanismo che collega le pensioni alla vita media degli italiani, non prevede marce indietro.
Nonostante l’Istat abbia certificato per la prima volta una riduzione dell’aspettativa di vita degli italiani, nella migliore delle ipotesi o requisiti per le pensioni restano congelati.

Nuova speranza di vita, i dati Istat

L’imporsi della terribile pandemia ha prodotto un calo dell’aspettativa di vita degli italiani. I dati naturalmente sono quelli finali 2020. La vita media del la a popolazione maschile a livello nazionale torna sotto gli 80 anni. Uomini a 79,7 anni e le donne ad 84,4, con una media globale di 82 anni, cioè 1,2 anni in meno del 2019, quando la media era pari a 83,2.
Si è inceppato il trend che dal 2013 al 2019 aveva portato a tre scatti in aumento dei requisiti pensionistici. Ed il quarto è previsto per il 2023, per decisione già presa ma sopraggiunta prima della pandemia.
Le pensioni in 7 anni si sono allontanate di 12 mesi quindi.

Speranza di vita, come la calcola l’Istat

Il calcolo della speranza di vita degli italiani non è semplice come sembrerebbe, perché non si calcola la vita media partendo dalla nascita.
Si calcola partendo dalla variazione dell’età corrispondente a 65 anni.
E si fa il raffronto biennio per biennio, prendendo a riferimento quello precedente.
In vista del nuovo calcolo per il 2023, il raffronto è tra gli anni 2019 e 2020 con gli anni 2017 e 2018.
La variazione per legge, non può prevedere aumenti dei requisiti per le pensioni, superiori ai 3 mesi. Se mai fosse più alto, o mesi di incremento eccedenti i 3, slitterebbero all’incremento successivo.
E sempre per legge viene stabilito che l’aumento in ogni caso non può essere negativo. Al massimo si può arrivare ad un recupero in sede di adeguamento per gli anni successivi.
In buona sostanza, si potrà congelare il tutto per qualche biennio, ma mai tornare indietro a quando la vita media degli italiani era al si sotto della nuova soglia a 82 e si andava in pensione magari a 66 anni o con 40 anni si contributi.
In estrema sintesi, nonostante il calo della speranza di vita, se il trend continuasse pure per il biennio 2021 e 2022, si potrebbe arrivare a compensare un eventuale incremento nel biennio successivo, cioè 2023 e 2024, ma in nessun caso tornare indietro.

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