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Pensioni: il post quota 100 penalizza di più gli statali, ecco perché è cosa si studia

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Con la fine di quota 100 possibili alcune novità per il 2022 e tra le ipotesi alcune riguardano pure l’universo dei lavoratori pubblici

Il 2022 sarà un anno importante dal punto di vista previdenziale. Infatti sarà l’anno in cui chiuderà i battenti la quota 100.
La fine della sperimentazione triennale della misura (nata nel 2019) è ormai un dato di fatto. E dovrebbe essere necessario intervenire.
Usare il condizionale è obbligatorio visto che mai come in questa fase di crisi, contenere la spesa pubblica è un principio fondamentale.

Tradotto in termini pratici, vietato sognare misure che permettano uscite dal mondo del lavoro agevolate e anticipate in maniera netta.
Piuttosto si può pensare a misure tampone, atte a ridurre il più possibile i soggetti che potrebbero pagare le conseguenze maggiori dalla chiusura della quota 100.

Magari si potrebbe arrivare ad introdurre l’estensione anche al 2022 dell’Ape sociale. Stesso discorso per l’opzione donna, magari rendendola più appetibile e di conseguenza meno penalizzante.
Ma si parla pure di introdurre uno scivolo per i dipendenti pubblici, tra quelli più colpiti dalla fine di quota 100.

Il problema scalone post quota 100, pensione statali più lontana

Sono sostanzialmente due i motivi per cui ciò che accadrà nel 2022, penalizzerà maggiormente i lavoratori pubblici rispetto a quelli del settore privato.
Il primo motivo possiamo definirlo fisiologico. Infatti per come è stata strutturata la misura, l’identikit perfetto come beneficiari era proprio il lavoratore dipendente dello Stato.

Per quota 100 infatti servono insieme ai 62 anni di età, pure 38 anni di contributi versati. Di questi ultimi, almeno 35 anni devono essere effettivi da lavoro, cioè senza figurativi da disoccupazione o malattia.

Chi meglio del dipendente pubblico come profilo ideale per beneficiare della misura.
Lavoro stabile, duraturo e continuo, principi tipici del lavoro pubblico.

L’altro motivo è di struttura della previdenza pubblica. Infatti per i lavoratori privati ci sono soluzioni anti scalone. Parliamo dei cosiddetti contratti di espansione. In pratica, dai 62 anni nel 2022 si potrà andare in pensione anche senza quota 100. Ci penserà l’azienda privata, il datore di lavoro a sottoscrivere il contratto con lo Stato, accollandosi l’onere (agevolato però) di pagare l’indennità di prepensionamento al dipendente. Ed in alcuni casi anche la contribuzione per gli anni di anticipo è va carico del datore di lavoro.  Nel settore pubblico una cosa del genere non esiste.

Scivolo per gli statali improponibile senza penalizzazioni

A parte il fatto che per lo statale dovrebbe essere appunto lo Stato, come datore di lavoro, ad accollarsi oneri come nel privato (impossibile è dire poco), c’è un problema oggettivo da non sottovalutare.
Vista l’età media del dipendente pubblico, concedere 5 anni di scivolo avrebbe un costo esorbitante per le casse dello Stato.

Già costa tanto la pensione anticipata ordinaria (42,10 anni di contributi per gli uomini e 41,10 per le donne), figuriamoci uno scivolo parallelo che consenta il riposo dai 62 anni.  L’unica via sarebbe una misura simile ad opzione donna. In pratica, ok all’anticipo, ma penalizzante in termini di calcolo dell’assegno.

A fronte di massimo 5 anni di anticipo il lavoratore dovrebbe accettare il ricalcolo completamente contributivo della pensione.
E per chi ha carriere lunghe, con più di 18 anni antecedenti il 1996, parlare di salasso non è azzardato.

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