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Pensioni, i contributi silenti: le vie utili a non perdere i soldi versati

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contributi figurativi

Si chiamano contributi silenti quelli che pur se versati non sono utilizzati dai contribuenti, ma ci sono soluzioni.

Per le pensioni, con il termine di contributi silenti, si intendono tutti i contributi previdenziali che i lavoratori hanno normalmente versato durante la carriera, ma non utilizzati per la propria pensione.

Sembrerà una stranezza questa ma non lo è perché sono moltissimi i contributi versati ed incassati quindi dalle casse pubbliche, che di fatto non vengono trasformati in pensione e quindi non vengono pagati da parte dello stesso istituto. Niente di illecito e nessun errore da parte dell’Inps. Infatti ci sono contributi che o per scelta del lavoratore o perché inutilizzabili, non completano il loro ciclo.

Ma come è possibile utilizzare questi contributi in modo tale da non far perdere soldi al lavoratore? Effettivamente esistono delle strade possibili, che però vanno approfondite attentamente.

Perché in materia pensioni esistono i contributi silenti?

Il nostro sistema previdenziale ha una ampia gamma di misure pensionistiche che però sono basate in tutti i casi su una determinata carriera. Che siano le pensioni anticipate distaccate da limiti anagrafici, o le pensioni di vecchiaia con le loro tante deroghe dove ai contributi versati occorre una determinata età, i versamenti contributivi la fanno da padrone.

La quota minima del nostro sistema è pari a 20 anni di contributi. Infatti la pensione di vecchiaia si centra proprio con questa quota minima di versamenti, collegata ai 67 anni di età da compiere necessariamente. Poi ci sono le deroghe con 15 anni di contributi, oppure le varie misure come la quota 100 con 38 anni di versamenti, l’Ape con 30 o 36 anni, opzione donna con 35 e così via.

A volte però i lavoratori lasciano inutilizzati alcuni anni di contributi, che appunto vengono definiti silenti. Questi riguardano i soggetti che per scelta non li utilizzano, perché magari hanno già raggiunto la soglia utile alla pensione e per utilizzare gli altri occorrerebbe pagare un corrispettivo. Parliamo per esempio di contributi versati in casse previdenziali diverse da quella che liquida l’assegno, e che ricadono nel perimetro delle ricongiunzioni onerose per esempio.

Se a conti fatti la spesa da sostenere per la ricongiunzione è troppo esosa rispetto al ritorno in termini di maggiore assegno pensionistico percepito, tanto vale lasciare stare. Questo potrebbe essere un tipico caso di creazione di contribuzione silente.

E c’è pure chi non utilizza anni di contributi perché magari lo portano al di fuori del perimetro di applicazione di una determinata misura pensionistica. Basti pensare al caso della pensione anticipata contributiva che si centra a 64 anni di età con solo 20 di contributi e con assegno minimo pari a 2,8 volte l’assegno sociale.

In questo caso occorre essere contributivi puri, cioè non bisogna avere contribuzione versata prima del 1996. Riscattare contributi antecedenti tale data, potrebbe rendere non fruibile la pensione con la misura prima citata. Anche in questo caso c’è chi lascia perdere.

Il lavoratore con pochi anni di contributi che diventano silenti

A vederla dal punto di vista dell’Inps, i contributi silenti sono un affare. In pratica si tratta di soldi versati (come contributi dal lavoratore), che finiscono nelle casse dell’Inps e che non vengono restituiti dal sistema sotto forma di pensione.

Il caso tipico è di quel lavoratore che ha versamenti inferiori ai 20 anni di contribuzione minima. Sotto tale soglia, a meno che non si ricada in deroghe particolari e difficili da centrare come le tre deroghe Amato, la pensione non spetta.

Sono tantissimi i pensionati di oggi che pur avendo contributi versati in passato, non percepiscono una pensione classica ma percepiscono solo l’assegno sociale, sempre che rispettino le condizioni reddituali di accesso a questa misura assistenziale dell’Inps.

Numerosissime le donne in questa condizione, che hanno avuto carriere brevi per poi dedicarsi alla cura della famiglia, dei figli e della casa e che sono titolari oggi del solo assegno sociale. E ci sono donne che per via della pensione del marito che fa superare le soglie reddituali utili all’assegno sociale, non percepiscono nemmeno questo.

Come fare per non perdere il diritto a recuperare il corrispettivo della contribuzione versata, pur se insufficiente per una normale pensione? Una domanda questa che molti si pongono.

La problematica dei cosiddetti contributi silenti sta nel fatto che l’Istituto non rimborsa la contribuzione versata, anche se non concede il diritto ad alcuna pensione. L’unica via possibile è rendere utili questi contributi, alla pensione.

La prima strada è sempre quella della verifica della contribuzione versata, perché se mancano alcuni anni, si può verificare la possibilità dei versamenti volontari, dei riscatti, delle ricongiunzioni e così via. Parliamo di misure che nove volte su dieci prevedono un esborso da parte del diretto interessato. Occorre vedere se il gioco vale la candela.

Il tutto per raggiungere il requisito della contribuzione minima che dia diritto ad una pensione liquidata dalla gestione interessata.

 Va ricordato per esempio, che chi ha pochi contributi versati, all’età di 71 anni può richiedere la pensione di vecchiaia comunque, anche con solo 5 anni di versamenti. Un caso questo che calza a pennello per le donne che per via del reddito del marito, non hanno diritto nemmeno all’assegno sociale.

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