Pensioni. Per favorire turnover si penalizza lavoratore

di redazione
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Anief –  È di queste ore la notizia che il Governo sta seriamente pensando di modificare le tante norme illogiche approvate con l’ultima riforma pensionistica dell’Esecutivo del premier Monti. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: stiamo predisponendo «interventi normativi finalizzati a prevedere forme di flessibilità di pensionamento che possano, così, favorire il ricambio generazionale».

Anief –  È di queste ore la notizia che il Governo sta seriamente pensando di modificare le tante norme illogiche approvate con l’ultima riforma pensionistica dell’Esecutivo del premier Monti. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: stiamo predisponendo «interventi normativi finalizzati a prevedere forme di flessibilità di pensionamento che possano, così, favorire il ricambio generazionale».

Solo che al trattamento pensionistico sarà applicata una riduzione sulla quota calcolata con il sistema retributivo pari ad una certa percentuale per ogni anno mancante all'età di vecchiaia.

Anief-Confedir ritiene che il fine, sicuramente nobile, di mandare in pensione i lavoratori italiani, dopo una vita di lavoro, non può giustificare il mezzo: bisogna necessariamente trovare altri canali per finanziare il diritto di un dipendente a lasciare l’occupazione dopo aver versato 40 anni di contributi.

L'introduzione di un regime di uscita dal mondo del lavoro flessibile, più ragionevole e vicino a molti paesi moderni, si baserebbe su delle penalizzazioni legate all’età anagrafica e alla copertura contributiva assicurata dal lavoratore. In poche parole, questa ipotesi, riporta sempre la stampa, “dovrebbe prevedere che al trattamento pensionistico venga applicata una riduzione sulla quota calcolata con il sistema retributivo pari ad una certa percentuale per ogni anno mancante all'età di vecchiaia”.

Si tratta di un modello non molto lontano da quello già proposto, sempre alla Commissione Lavoro della Camera, dai ddl 857 e 2945, che hanno come primo firmatario l'ex-ministro del Lavoro, Cesare Damiano (Pd): l’ipotesi è quella di permettere l’uscita dal lavoro a 62 anni e con 35 anni di contributi (quindi di attuare una quota 97) con penalizzazioni dell’8% sull’assegno pensionistico, già ridotto all’osso.

Ma le soluzioni di uscita dal lavoro, sempre all’esame del Governo, non finiscono qui: si sta studiando anche una sorta di assegno di quiescenza anticipata alternativo alle prestazioni di sostegno al reddito.: questo strumento – ha detto Poletti – consentirebbe “ai lavoratori dipendenti la possibilità di percepire un assegno temporaneo fino al perfezionamento del diritto alla pensione di vecchiaia, con successiva restituzione da parte del pensionato della somma complessivamente percepita”. Inoltre, “per il reperimento delle risorse necessarie a finanziare tali interventi il Ministro ha indicato che si può anche valutare di reintrodurre il divieto di cumulo fra redditi da pensione e redditi da lavoro”.

Per il sindacato di tratterebbe sicuramente di una modifica rilevante: il problema è che, però, se si attuasse questo modello di riforma, a pagare sarebbero sempre i lavoratori. Anief-Confedir ritiene che il fine, sicuramente nobile, di mandare in pensione i lavoratori italiani, dopo una vita di lavoro, non può giustificare il mezzo: bisogna necessariamente trovare altri canali per finanziare il diritto di un dipendente a lasciare l’occupazione dopo aver versato 40 anni di contributi. Un eventuale penalizzazione, se proprio necessaria, dovrebbe essere circoscritta al raggiungimento dell’anno di maturazione “naturale” del pensionamento. Ai contributi versati, infatti, deve corrispondere il corrispondente assegno di pensione, senza alcune riduzione.

“Riteniamo inammissibile – sostiene Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – che si cambiare le regole ad ogni legislatura senza pensare che a subirne gli eventi ci sono lavoratori in carne ed ossa.

Vale la pena ricordare che nell’ultimo quinquennio, le riforme sulla quiescenza hanno allungato di dieci anni l'età pensionabile: dal 2050, i neo-assunti potranno andare in pensione dopo 70 anni o 46 anni e mezzo di contributi. E dal primo gennaio 2016, avremo un peggioramento della situazione, per via del decreto interministeriale, Mef e Ministero del Lavoro, sottoscritto ad inizio anno, che posticiperà di ulteriori quattro mesi l’età e i requisiti per lasciare il lavoro. Ma altrove non ci sono queste condizioni: ancora oggi in Germania gli insegnanti hanno diritto all’assegno di quiescenza con soli 27 anni di contributi e senza decurtazioni”.

Anche in Francia l’età minima di pensionamento pur essendo stata innalzata è comunque stata fissata a 62 anni. Mentre ci sono altri paesi – come Polonia e Cipro – dove l’età minima per lasciare il lavoro in cambio di una pensione piena al completamento del numero di anni di servizio svolti, sempre senza decurtazione, è fissata addirittura a 55 anni. E diversi altri, tra cui Belgio, Danimarca, Irlanda, Grecia, Spagna, Lussemburgo (pag. 93 dell’ultimo Rapporto Eurydice della Commissione europea ‘Cifre chiave sugli insegnanti e i capi di istituto in Europa’), dove, allo stesso modo, è possibile ottenere “una pensione piena al completamento del numero di anni di servizio richiesti”.

Solo in Italia, nell’ultimo quinquennio, le riforme sulla quiescenza hanno allungato di dieci anni l'età pensionabile: tra 15 anni, nel 2030, si potrà accedere alla pensione di vecchiaia solo oltre i 68 anni; dal 2050, i neo-assunti potranno andare in pensione dopo 70 anni o 46 anni e mezzo di contributi. Mentre per accedere all’assegno di quiescenza anticipato bisognerà aver versato attorno ai 44 anni di contributi.

“Tutto nasce – continua Pacifico – dal mancato rispetto del principio della parità retributiva essendo la pensione una retribuzione differita. Tutto questo avviene mentre l'Italia ha già superato il record mondiale di età dei docenti: più della metà ha più di 50 anni, solo lo 0,5% ne ha meno di 30. Prima la soglia, tra età anagrafica e contributi versati e utili, era Quota 96; fra qualche anno sarà 120, qualcuno parla addirittura di proiezioni vicine e Quota 130. Con 50 anni di contributi e 80 anni di età, considerato che si accede ormai alla professione, in media, non prima dei 30 anni. E questo perché lo Stato paga soltanto contributi figurativi, mentre trattiene una quota nelle buste paga per corrispondere le pensioni”.

Nel comparto scuola la situazione è da allarme rosso: l’anno scorso abbiamo assistito al dimezzamento dei pensionamenti, dovuto proprio agli effetti della riforma Fornero. In attesa di avere i dati certi sui prossimi pensionati, la certezza è che da tanti anni in Italia l’unico criterio che è prevalso nel modificare le norme sull’accesso alla pensione è stato quello della salvaguardia dei conti pubblici. Proprio con la riforma Fornero si è andati a tirare fuori dal “cilindro” la speranza di vita: sostenendo, in pratica, che poiché si vive più a lungo (le donne oltre gli 85 anni) occorre andare in pensione più tardi. Ma qualora le aspettative crescenti non dovessero realizzarsi, si è anche provveduto ad introdurre una salvaguardia, sempre a tutela dello Stato e non certo dei lavoratori: dal 2022, infatti, la Legge 224/2011 prevede che comunque l’età di pensionamento, per tutti, non potrà essere inferiore ai 67 anni.

Le prospettive sui requisiti sull’accesso al pensionamento anticipato sono da incubo: tra 15 anni, nel 2030, si potrà accedere alla pensione di vecchiaia solo oltre i 68 anni; mentre per accedere all’assegno di quiescenza anticipato bisognerà aver versato attorno ai 44 anni di contributi. E i pochi fortunati che possono lasciare prima, si vedono quasi sempre decurtare l’assegno pensionistico di cifre non indifferenti, anche del 25 per cento. E siccome “per più di quattro pensionati su dieci l'assegno non arriva neppure a mille euro al mese”, oltre la metà (il 52%) delle donne, è evidente che in questo modo si sta andando sempre più verso un Paese a rischio povertà in età avanzata. Non dimentichiamo, infatti, che il potere d’acquisto delle pensioni è in caduta libera: in 15 anni è diminuito del 33%. Per questi motivi, Anief-Confedir non starà certo a guardare.

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