Pensioni, dal 2023 via a 62 anni ma con taglio netto dell’assegno: Anief dice no e rilancia

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A pochi giorni dall’approvazione della Legge di Bilancio, torna a prendere la scena il problema dei pensionamenti: lunedì 20 dicembre si svolgerà un incontro tra rappresentanti del Governo Draghi e le parti sociali, durante il quale si discuterà del post “Quota 100”, della prossima riforma delle pensioni che potrebbe portare maggiore flessibilità in uscita.

Secondo la stampa specializzata “dal 2023 è probabile che l’uscita sia concessa a 62 anni ma con meno soldi sull’assegno che sarà calcolato interamente con il sistema contributivo”. Per Anief si tratterebbe di una soluzione impraticabile.

Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale del giovane sindacato, “sulle pensioni l’Italia continua a percorrere una strada tutta sua. È giunta l’ora di cambiare l’assetto, ad iniziare dalla separazione della spesa per le pensioni da quella del bilancio del welfare. Inoltre, occorre ammettere che chi lavora in certi comparti va trattato diversamente, ad iniziare dai lavoratori della scuola, per i quali va contemplato il rischio burnout, statisticamente più esposto a patologie anche tumorali. Avere accettato solo di introdurre nell’Ape Sociale solo i docenti della scuola primaria è un’ammissione di presa di coscienza solo a metà: tutti i docenti e Ata vanno inclusi nell’anticipo pensionistico a 63 anni con 38 anni di contributi e senza particolari tagli. Noi, infatti, proponiamo ‘Quota 98’ per tutti i dipendenti della scuola e il riscatto gratuito della laurea, come pure proposto dal presidente Inps: sarebbe un’operazione utile a che a svecchiare la categoria composta ormai da due dipendenti su tre con oltre 50 anni di età”.

La viceministra all’economia Maria Cecilia Guerra si dichiara soddisfatta dell’apertura nei confronti dei sindacati e afferma che il tavolo sulle pensioni del 20 dicembre è “il segno che ci siamo”: i tempi di realizzazione della riforma si prevedono tuttavia piuttosto lunghi, poiché il prossimo anno è stato già predisposto con una serie di provvedimenti tampone, come l’approvazione per 12 mesi di ‘Quota 102’ con 64 anni di età, 38 di contributi e penalizzazione sull’assegno. Anche per il futuro si va verso il pensionamento anticipato in cambio di tagli pesanti al compenso che andrà a percepire il lavoratore in uscita: “la pensione anticipata potrà essere solo contributiva (con l’eccezione, ovviamente delle misure strutturali già esistenti) e sia che si ipotizzi una pensione a quote come quella proposta da Tridico, sia che si sceglie una pensione quota 41 per tutti per rendere la Fornero meno rigida, l’assegno sarà calcolato con il sistema contributivo”, conferma oggi Orizzonte Scuola.

Il sindacato Anief ha detto no da tempo a questo genere di proposte ed ha presentato una serie di emendamenti alla Legge di Bilancio 2022, a favore del personale dei comparti Istruzione, Ricerca e Sanità. Tra le richieste dell’organizzazione autonoma, figurano l’uscita anticipata a partire dai 61 anni, con 35 anni di contributi, senza decurtazioni e con il calcolo interamente retributivo, diventata sempre più necessaria a seguito della pandemia e del gravoso stress psicofisico che vive il personale. Per Anief occorre equiparare i parametri già previsti per i lavoratori delle forze armate ai dipendenti della scuola; bisogna andare pure a cancellare le vigenti decurtazioni del trattamento retributivo ai fini del finanziamento del TFR ed introdurre nell’Ape Sociale tutta la categoria dei lavoratori della scuola.

GLI EMENDAMENTI PER LASCIARE PRIMA IL LAVORO

Il sindacato ha chiesto, considerando “il carattere peculiare delle professioni” che si svolgono in tali ambiti, “la previsione di un’agevolazione per l’accesso al trattamento di quiescenza, con requisiti che prevedano l’uscita anticipata dai 61 anni di età anagrafica e 35 anni di contributi”. Inoltre, tale facoltà non dovrebbe comportare il calcolo contributivo dell’assegno pensionistico, alla luce dell’attuale situazione pandemica unita al “diffuso e gravoso stress psicofisico, unito all’attuale pesante gap generazionale tra personale scolastico e discenti”. Per Anief, si legge ancora negli emendamenti, chiede quindi “un’apposita finestra che permetta l’accesso e la decorrenza del trattamento pensionistico di vecchiaia o di anzianità secondo le regole previgenti la riforma cosiddetta ‘Fornero’”. Di fatto, il sindacato chiede di “allargare l’attuale finestra di pensione anticipata prevista soltanto per il personale delle forze armate” anche “al personale delle istituzioni scolastiche, a decorrere, dal 1° settembre 2022”, applicando quindi gli stessi “trattamenti pensionistici, in ragione del carattere altamente gravoso della professione”.

Riguardo la questione irrisolta dell’Interruzione e recupero del Trattamento di fine rapporto dei dipendenti pubblici TFR, Anief chiede “di garantire la parità di trattamento con i dipendenti del settore privato”, facendo venire meno la “trattenuta del 2,50 % sull’80% della retribuzione lorda, ovvero del 2% sulla retribuzione complessiva annuale, per il finanziamento del Trattamento di fine rapporto”. Dal 2022, scrive ancora il sindacato, questa trattenuta dovrà essere effettuata in base all’articolo 2120 c.c., “con applicazione dell’aliquota del 6,91 per cento”, cancellando in tal modo “le illegittime decurtazioni del proprio trattamento retributivo ai fini del finanziamento del TFR che deve essere a totale carico del datore di lavoro – amministrazione, come per i lavoratori privati dove la “rivalsa del 2,50% a carico dei dipendenti non è praticata”.

Infine, Anief chiede di allargare il carattere della gravosità della professione docente a tutti gli ordini di scuola, non fermandosi alla scuola dell’infanzia e primaria, anche perché, si legge nell’emendamento, “i nostri docenti sono i più anziani non solo tra i Paesi sviluppati rispetto all’Europa ma anche a tutto il mondo: ben il 58% dei docenti italiani, tra elementari e superiori, ha più di 50 anni, contro una media OCSE del 34%”.

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