Pensioni, da quota 41 fino all’assegno di garanzia per i giovani: le ipotesi in campo per il dopo quota 100

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I sindacati vogliono la riforma del sistema pensionistico in vista del termine di Quota 100, ossia i pensionamenti anticipati con almeno 62 anni di età e 38 di contributi voluti, con una sperimentazionale triennale, dal primo governo Conte.

L’obiettivo è attutire l’impatto dello “scalone che si prospetta tra fine 2021 e inizio 2022.

I sindacati pensano ad un’uscita da lavoro a partire dai 62 anni o con 41 anni di contributi a prescindere dall’età, corsie preferenziali per specifiche categorie di lavoratori (ad esempio chi fa attività gravose e usuranti), assegno di garanzia per i giovani e Opzione donna.

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Quota 41

Cgil, Cisl e Uil chiedono di superare la legge Fornero a partire dal 2022, introducendo una flessibilità in uscita dai 62 anni di età o con 41 anni di contributi a prescindere dall’età (la cosiddetta Quota 41).

Su questo l‘Inps pensa di permettere a 62-63 anni di uscire con la parte puramente contributiva e poi di ottenere la parte retributiva al raggiungimento dell’età ordinaria a 67 anni. Una formula che non avrebbe impatto fiscale e garantirebbe una certa flessibilità, e che si potrebbe legare anche a forme di permanenza nel mercato del lavoro. Per quanto riguarda i lavoratori fragili, ossia con particolari patologie, potrebbe esserci un percorso di pensionamento agevolato e flessibile (magari con Quota bassa).

Opzione Donna

Potrebbe diventare strutturale l’Opzione donna, che permette ancora per tre anni alle lavoratrici di andare in pensione a 58 anni (59 se “autonome”) con 35 anni di contributi, ma con il calcolo interamente contributivo dell’assegno.

Assegno di garanzia per i giovani

I sindacati chiedono anche un assegno di garanzia per i giovani, misura già oggetto di studio dell’Inps in riferimento ai giovani con carriere discontinue. Si profilerebbe un “sostegno strutturale per gli assegni di pensione bassi”.

Cosa prevede la Legge Fornero

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La Legge Fornero prende il nome dall’ex ministro Elsa Fornero e fa parte del decreto legge Salva Italia varato dal governo Monti nel 2011. Si tratta di una riforma che prevede un sistema di calcolo contributivo nella costruzione della pensione, anche per quei lavoratori che – stando a quanto stabiliva la riforma Dini del 1995 – erano già certi di poter lasciare il lavoro con il vecchio sistema retributivo.

Con la legge Fornero, la pensione è calcolata in base a quanto versato dal lavoratore e non agli ultimi stipendi percepiti.

Uno dei punti maggiormente contestati della riforma Fornero è il conseguente innalzamento dell’età pensionistica di uomini e donne.  La legge, infatti, ha modificato anche i requisiti per la cosiddetta “pensione di vecchiaia”, ovvero quella calcolata in base all’età anagrafica: minimo 20 anni di contributi e 66 anni di età per donne con contratti nella pubblica amministrazione e per tutti gli uomini impegnati nel pubblico e nel privato; 62 anni per donne del settore privato, che diventano 66 anni e 3 mesi nel 2018; 63 anni e 6 mesi per donne lavoratrici autonome che diventano gradualmente 66 anni e 3 mesi nel 2018.

Nel PNRR addio a quota 100

Nel PNRR il governo ha deciso di abbandonare definitivamente la quota 100, il meccanismo di pensionamento anticipato introdotto dal governo Conte I nel 2019. La misura era valida per tre anni e consentiva l’uscita anticipata dal mondo del lavoro per chi vanta almeno 38 anni di contributi con un’età anagrafica minima di 62 anni.

Dal 1° gennaio 2022 verrà ripristinata la legge Fornero che prevede l’uscita da lavoro a 67 anni.  Rimarranno in carica due sistemi già esistenti: l’Ape sociale e Opzione Donna.  Il governo, comunque, prevede una Quota 102 con 64 anni di età e 38 anni di contributi di cui non più di 2 anni figurativi (esclusi dal computo maternità, servizio militare, riscatti volontari).

La pensione anticipata dovrebbe essere resa stabile con 42 anni e 10 mesi per gli uomini (1 anno in meno per e donne), svincolata dalla aspettativa di vita ed eliminando qualsiasi divieto di cumulo tra lavoro e pensione e prevedendo agevolazioni per le donne madri (ad esempio 8 mesi ogni figlio fino a massimo 24 mesi), per i caregiver (un anno) e per i precoci (maggiorando del 25% gli anni lavorati tra i 17 e i 19 anni di età).

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