Pensioni, Anief si oppone al “ricatto” del Governo: docenti e Ata vanno inclusi nelle categorie tutelate, con uscita a 59 anni senza decurtazioni

WhatsApp
Telegram

Ad oltre dieci anni la riforma pensionistica Monti-Fornero, il tema dell’uscita dal lavoro torna caldo e i partiti politici sembrano pronti a riaprire il dibattito, a partire da Quota 41 con la Lega vorrebbe fosse la risposta alla fine di Quota 102 dopo che anche Quota 100 (che prevedeva l’uscita a 62 anni di età con un minimo di 38 anni di contributi) è andata in pensione a fine 2021.

Il problema è che Quota 41, come ha scritto ricordato Il Corriere della Sara, è oggi riservata ai lavoratori cosiddetti “precoci” e categorie tutelate (disoccupati, invalidi, chi fa assistenza a familiari disabili, lavori usuranti e gravosi). “Il problema di Quota 41- ha scritto in queste ore lo stesso quotidiano – si chiama “fondi”: nel 2021 l’Inps aveva stimato i costi dell’estensione a tutti di Quota 41 superiori ai 4 miliardi nel primo anno, per poi superare i 9 miliardi 10 anni dopo. Un’enormità”. Sullo stesso tema c’è la proposta, dell’ottobre scorso, del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che vorrebbe un anticipo intorno ai 63 anni per i lavoratori appartenenti al sistema misto, che avrebbero così la possibilità di accedere a una prestazione di importo pari alla quota contributiva maturata alla data della richiesta per poi avere la pensione completa al raggiungimento dell’età di vecchiaia. Intanto, si profila una possibilità che ha dell’incredibile: dopo il 2026 i 67 anni di uscita per andare in pensione di vecchiaia potrebbero salire.

 

Anief non ci sta: “Se il Governo pensa a Quota 41 solo per alcune categorie per l’accesso alla pensione – dice il presidente nazionale Marcello Pacifico – noi come sindacato rilanciamo la necessità di includere il personale scolastico tra quello tutelato, includendo anche i periodi di riscatto della laurea senza più oneri per gli stessi lavoratori. Per gli insegnanti e per tutti i lavoratori della scuola occorre introdurre delle deroghe, derivanti dall’alto numero di patologie da stress, a sua volta frutto del lavoro relazionale quotidiano: l’obiettivo è anticipare l’uscita dal lavoro nella scuola a 59 anni di età anagrafica, senza penalità”.

 

COSA VUOLE IL GOVERNO

Le intenzioni del Governo sono chiare: approvare nuove norme che rendano la decurtazione per l’anticipo pensionistico direttamente proporzionale al numero di anni rispetto ai 67 previsti dalla Legge Monti-Fornero: il risultato, ha calcolato il Corriere della Sera, sarà quello di una “pensione risultante più bassa del 25-35% rispetto alle aspettative”. Oggi l’anticipo è previsto per le lavoratrici dipendenti che hanno maturato i 35 anni di contributi entro il 2021 e i 58 anni di età, limite innalzato a 59 anni per le lavoratrici autonome. In pratica possono approfittare di questa opportunità le lavoratrici nate negli anni 1962 e 1963. Con una “finestra”, tra l’altro, di 12 mesi, 18 per le autonome, per cui la pensione si incasserà materialmente a 60 e 61 ani di età. Ad accettare il “ricatto” sono soprattutto dipendenti delle aziende private: analizzando il Monitoraggio sui flussi di pensionamento dell’Inps sui primi tre mesi del 2022, i ricercatori Inps hanno rilevato un calo generalizzato delle pensioni erogate, con un significativo – 19,84% rispetto allo stesso periodo del 2021 di pensioni anticipate.

 

LA RISPOSTA DEL SINDACATO

 

Uno studio del sindacato autonomo Anief ha fatto emergere che nella maggior parte dei Paesi europei i requisiti richiesti sono decisamente più bassi. In Francia, l’età minima di pensionamento è stata fissata a 62 anni, mentre ci sono altri Paesi – come Polonia e Cipro – dove l’età minima per lasciare il lavoro è anticipata addirittura, in taluni casi, a 55 anni. In molti altri Paesi europei – come Belgio, Danimarca, Irlanda, Grecia, Spagna e Lussemburgo – allo stesso modo, è possibile ottenere una pensione piena al completamento del numero di anni di servizio richiesti.

 

Anief, alla luce di tutto ciò, rilancia la sua proposta: il personale del comparto istruzione e ricerca deve avere la possibilità di lasciare dai 59 anni e senza quella iniqua penalizzazione media del 20-35% che colpisce le donne che usufruiscono dell’opzione introdotta dal Governo Renzi ancora in vigore oggi. Sul computo degli anni da considerare utili al montante pensionistico andrebbero calcolati anche degli anni di riscatto. A scuola, dove il lavoro il rischio burnout è decisamente sopra la media, si dovrebbe andare in pensione ad un’età ragionevole – dichiara Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief -, dovremmo prendere esempio dalla Germania, dove i docenti hanno diritto all’assegno di quiescenza con soli 27 anni di contributi e senza riduzioni. Noi, invece, da Quota 96, in vigore fino a qualche anno, simo passati a Quota 100, ora si va verso 110 e poi man mano si potrebbe arrivare fino a 120 anni considerando gli anni di contributi e quelli anagrafici vicini sempre più ai 70”.

WhatsApp
Telegram

Corso di perfezionamento in Metodologia CLIL: acquisisci i 60 CFU con Mnemosine, Ente accreditato Miur