Pensioni, Anief: nessuna forza politica parla più dell’abolizione della Fornero. Glielo ricorderemo il 23 marzo

di redazione
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comunicato Anief – Dopo le promesse elettorali, a distanza di poco più di due settimane dalle elezioni politiche, già non si parla più di tornare ad una soglia pensionistica equa. Nelle dichiarazioni dei politici che tra qualche giorno saliranno in Parlamento, sono altri i temi a tenere banco.

A parlare di pensioni sono solo i sindacati, i quali, come riporta la rivista specializzata Orizzonte Scuola, ricordano che per cancellare la riforma Fornero servirebbero circa 80 miliardi “che vanno recuperati a copertura di un’eventuale controriforma. Negli scorsi anni, grazie agli accordi tra Governi e sindacati, sono stati investiti 10 miliardi di euro, ora Lega e M5S dovrebbero trovarne 70”.

“È una cifra importante – commenta il presidente nazionale Anief Marcello Pacifico – ma che va recuperata a costo di affrontare alti sacrifici. Il fronte pensioni è un tasto dolente per i lavoratori italiani. Ad iniziare dal personale della scuola italiana, già messo a dura prova durante gli anni di faticoso servizio e ora doppiamente beffato: con l’approvazione della riforma Monti-Fornero, l’iter che porta al pensionamento dei dipendenti della scuola è diventato un percorso ad ostacoli, con l’arrivo spostato sempre più avanti. Così, mentre ancora grida vendetta il blocco di migliaia di docenti e Ata per via della Quota 96, comprendente età anagrafica e anni di contributi riconoscibili, innalzata oltre ogni modo, abbiamo assistito allo slittamento dell’accesso alla pensione di vecchiaia a 67 anni, con effetto 1° gennaio 2019. Mentre l’Ape Social l’anticipo pensionistico, fino a circa 3 anni e mezzo, finanziato con un prestito pagato non da banche ed assicurazioni (come nel caso dell’Ape normale), ma direttamente dallo Stato, è rimasto relegato ad una quindicina di professioni, inglobando, nel settore più esposto al rischio burnout, solo i maestri della scuola dell’infanzia”.

Eppure ci sono Paesi, come la Francia, che consentono agli insegnanti di andare in pensione ancora a 60 anni. Altri, come la Germania, che con circa 25 anni di insegnamento permettono di lasciare il lavoro. Come se non bastasse, va ricordato che ammesso che si riesca ad anticipare l’accesso al pensionamento, questi docenti percepiranno in media un assegno pensionistico ridotto, rispetto al 2011, fino all’8%.

“Siccome siamo intenti più che mai a continuare le battaglie a fianco dei lavoratori della scuola – continua il sindacalista autonomo – tra qualche giorno, venerdì 23 marzo, le scuole si fermeranno durante la proclamazione dei parlamentari eletti, per dare un messaggio forte al nuovo governo che verrà formato; infatti, dopo una campagna per le elezioni politiche dove il tema scuola non è stato certamente centrale, è giunto il momento di richiamare l’attenzione della politica. Nella piattaforma dello sciopero, c’è anche la necessità di tornare ad una soglia pensionistica più umana, che preveda la possibilità di lasciare il lavoro a 61 anni”.

 Anche per questi motivi, venerdì prossimo, mentre si nomineranno gli uffici di presidenza e di commissione delle Camere, per l’avvio della XVIII legislatura, inizierà la protesta: a Roma, sono attesi migliaia di maestre e di maestri, di insegnanti e Ata che andranno in corteo dalle ore 9.00 alle 14.00 da Piazzale Ostiense a Viale Trastevere, per manifestare sotto il Miur. Una delegazione del sindacato incontrerà i rappresentanti dell’amministrazione, diversi neo-eletti deputati e senatori e responsabili scuola dei partiti di riferimento.

“Sulle pensioni – afferma ancora Pacifico – non si può più ignorare che nella media dell’Unione Europea l’età media del pensionamento è di 63 anni, mentre obbligando insegnanti e personale Ata a andare in pensione in Italia a 67 anni si allarga sempre più il gap generazionale con i discenti: già oggi abbiamo il corpo insegnante più vecchio del mondo e non può essere certamente un vanto. È giunto il momento che la politica si occupi di scuola e dei suoi lavoratori, i quali non possono dedicarsi alla formazione alle soglie dei 70 anni, mentre i giovani che vogliono lavorare, invece, sono costretti a loro volta ad invecchiare nelle vesti di precari, perché lasciati inopinatamente fuori del circuito occupazionale e utilizzati con la filosofia del cottimo”.

20 marzo 2018

Ufficio Stampa Anief

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