Pensioni, Anief: 7 le ordinanze di remissione in Corte costituzionale del blocco perequazione per il 2012-2013

di redazione
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Comunicato Anief – L’accoglimento del ricorso contro il blocco della perequazione prevede rimborsi di 3 mila euro di arretrati per un assegno di 1700 euro mensili e un aumento annuo di ulteriori 1.000 euro considerato che nel biennio incriminato l’inflazione certificata è salita del 4,2%. Vai al precedente comunicato con la tabella allegata. Le ultime pronunce riprendono quella precedente della Corte dei Conti dell’Emilia Romagna, e quelle dei tribunali del lavoro di Palermo, Brescia, Milano e Genova.

D’altronde, secondo il rapporto annuale di ricerca “Essere Anziani oggi”, nel 2050 gli over 65 raggiungeranno il 35% degli abitanti, di cui 7-8 milioni con oltre 80 anni, 2 milioni con più di 90 anni e 180mila ultracentenari. Già oggi, il Belpaese risulta tra i Paesi UE, subito dopo la Germania, come quello con il più alto numero di anziani, pari al 20,7% dei residenti. Ci sono, poi, le proiezioni di Eurostat sul previsto calo di persone in età lavorativa (-6,8% entro il 2030); ne consegue che due lavoratori diventano indispensabili per sostenere una persona in pensione con una inevitabile ulteriore “stretta” sui bilanci pubblici, così come sull‘assistenza sociale, sui sistemi sanitari e sul sostegno per gli anziani, ma, soprattutto, sui sistemi pensionistici; proprio quelli su cui si è agito in prevalenza negli ultimi anni. Se si vuole fronteggiare il fenomeno demografico dell’invecchiamento, non si può pensare di creare una popolazione di anziani stressati e ammalati per via d’una permanenza sul lavoro protratta all’inverosimile. Nella scuola, nell’ultimo anno, abbiamo assistito ad una riduzione del 30% dei pensionamenti: per quella anticipata servono quasi 43 anni di contributi, per quella di vecchiaia 67 anni mentre l’Ape è stata concessa solo ai maestri della scuola dell’infanzia, anche se tutti i docenti sono ad altissimo rischio burnout.

Marcello Pacifico (Anief-Cisal): bisogna avviare un patto generazionale che salvi i nostri cittadini lavoratori più giovani dalla beffa previdenziale cui sono destinati dopo tantissimi anni di contributi versati nelle casse dello Stato: il nuovo sistema di calcolo, abbinato agli innalzamenti della soglia di età pensionabile, ha determinato un trattamento, sotto forma di assegno di quiescenza, davvero inammissibile. Il fatto che l’Inps sia in difficoltà, non può giustificare un gap così alto rispetto al passato. Lo Stato, inoltre, non può pagare ai suoi dipendenti soltanto contributi figurativi, obbigandoli a trattenere una quota per dar loro pensioni da fame. 

Nella scuola, ad esempio, nell’ultimo anno abbiamo assistito a una riduzione rispetto al passato del 30% di pensionamenti. E quest’anno non sarà da meno. Ricordiamo che, a seguito dell’innalzamento dei requisiti previsti dalla legge di riforma Monti-Fornero, per lasciare il lavoro il prossimo 1° settembre con la pensione anticipata occorreranno 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini; per la pensione di vecchiaia serviranno invece, per entrambi i sessi, 66 anni e 7 mesi di età anagrafica. I requisiti, inoltre, sono destinati a crescere negli anni: nel 2031, la soglia imposta dalla riforma diventerà di 44 anni e 6 mesi per gli uomini e 43 anni e 6 mesi per le donne. Anche il “tetto” per la vecchiaia si alzerà, fino a 68 anni e 3 mesi di età, anche ulteriormente innalzabili, in caso di probabili incrementi della speranza di vita.

Se si vuole fronteggiare il fenomeno demografico dell’invecchiamento della popolazione, tuttavia, non si può pensare di creare una popolazione di anziani stressati, se non ammalati, per via di una permanenza sul lavoro protratta all’inverosimile. Una popolazione anziana, tra l’altro, destinata ad impoverirsi progressivamente. Già oggi in Italia per più di quattro pensionati su dieci l’assegno non arriva neppure a mille euro al mese, con lo stesso Istat che di recente ha calcolato che il reddito pensionistico lordo annuo di chi percepisce la pensione in Italia è di soli 17.323 euro.

Ad aggravare il tutto c’è il blocco della perequazione per il biennio 2012-2013 per gli assegni INPS superiori a tre volte il minimo, che è stato ribadito dalla legge 65/2015 che sarà, però, scrutinata dal giudice delle leggi. Le ultime due ordinanze in ordine di tempo (emesse dalle Corti dei Conti di Abruzzo e Piemonte) sono state ottenute nel dicembre 2016 grazie all’azione legale promossa dalla Confedir, dichiara il segretario organizzativo Marcello Pacifico. Invia la diffida per interrompere i termini di prescrizione in attesa della pronuncia della Consulta che ha già dichiarato illegittimo il precedente blocco previsto dall’art. 24, c. 25 del DL 201/2011 come convertito dalla legge 214/2011 con la sentenza n. 70/2015 e aderisci al ricorso in convenzione con Radamante. L’accoglimento del ricorso contro il blocco della perequazione prevede rimborsi di 3mila euro di arretrati per un assegno di 1700euro mensili e un aumento annuo di ulteriori 1.000 euro considerato che nel biennio incriminato l’inflazione certificata è salita del 4,2%. Vai al precedente comunicato con la tabella allegata. Le ultime pronunce riprendono quella precedente della Corte dei Conti dell’Emilia Romagna, e quelle dei tribunali del lavoro di Palermo, Brescia, Milano e Genova. 

In futuro, inoltre, andrà molto peggio: l’ufficio studi Anief ha stimato che mediamente gli insegnanti immessi in ruolo nel corso del 2015 attraverso la Buona Scuola, rispetto a chi lascia il servizio oggi, andranno a prendere un assegno mensile fortemente decurtato: se un docente che oggi lascia il servizio attorno ai 65 anni percepisce una pensione media di 1.500 euro, chi è stato immesso in ruolo oggi andrà in pensione solo a 70 anni con assegni inferiori ai 900 euro. Per assicurarsi una pensione decente, sopra i 1.000 euro, dovranno così valutare se rimanere in servizio ancora, fino alla soglia dei 75 anni.

Per venire incontro ai lavoratori entrati nella terza età, ma con prospettive pensionistiche pessime, la soluzione non può essere, di certo, quella prodotta nell’ultimo periodo dal Governo Renzi con l’anticipo pensionistico Ape fino a 3 anni e mezzo rispetto alla soglia dei 67 anni e 7 mesi: l’adesione volontaria, infatti, rimane impraticabile perchè prevede la riduzione dell’assegno di quiescenza per vent’anni pari a circa 400 euro mensili. Mentre l’Ape ‘social’, che prevede solo qualche decina di euro di restituzione al mese (poiché si supera la soglia di reddito di 1.500 euro lordi), è stata illogicamente concessa solo ai maestri della scuola dell’infanzia, dal momento che tutta la professione è ad altissimo rischio burnout.

Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario confederale Cisal occorre “attivare un patto generazionale che salvi i nostri cittadini lavoratori più giovani dalla beffa previdenziale cui sono destinati dopo 43 anni di contributi versati nelle casse dello Stato: il nuovo sistema di calcolo, abbinato agli innalzamenti della soglia di età pensionabile, ha determinato un trattamento, sotto forma di assegno di quiescenza, davvero inammissibile. Se fino ad oggi si è andati a lavorare anche per garantirsi una pensione dignitosa, con questo modello normativo si lavorerà una vita per assicurarsi quello che lo Stato assegna ad un disoccupato, ledendo, in questo modo, il principio della parità retributiva, perché la pensione, è bene ricordarlo, non è altro che una retribuzione differita che non può essere pari a quella di chi non ha mai prodotto assegni previdenziali”.
Anief ricorda al Governo che nell’ultimo quinquennio le riforme pensionistiche, per via dell’aspettativa di vita, hanno allungato di dieci anni l’età pensionabile. Mentre in Germania un insegnante continua ad andare in pensione dopo 27 anni di contributi e senza penalizzazioni. Il fatto che l’Inps sia in difficoltà, non può giustificare un gap così alto rispetto al passato. Certamente, se proprio si deve andare a tagliare, allora si inizi dagli assegni pensionistici di quei politici che a fronte di pochi anni, a volte giorni, di mandato parlamentare percepiscono vitalizi altisonanti. Non è più accettabile che la nostra classe politica si dimostri celere nel tagliare gli assegni dei cittadini lavoratori, mentre continui a rimanere restia a ridurre i propri, derivanti da leggi anacronistiche che non ha più alcun senso mantenere in vita”.

Per il sindacato, la questione della previdenza va rivista in modo sistematico: “lo Stato – continua Pacifico – non paghi ai suoi dipendenti soltanto contributi figurativi, come avviene oggi, obbligandoli nel contempo a trattenere una quota nelle buste paga per corrispondergli pensioni da fame. In parallelo, occorre eliminare dal bilancio Inps tutto lo stato sociale, che pesa tantissimo, per oltre due terzi dalle uscite dell’ente nazionale di previdenza. Non è possibile, ad esempio, che i fondi Inps vengano assorbiti in larga parte dalla cassa integrazione in deroga, destinata peraltro in netta prevalenza a lavoratori privati. Con i dipendenti pubblici, il cui contratto è fermo da sei anni e sotto l’inflazione di 20 punti percentuali”, conclude il presidente Anief.

10 gennaio 2017

Uffiico Stampa Anief

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