Argomenti Guide

Tutti gli argomenti

Pensioni 2022: stop quota 100 e ipotesi nuove uscite a 63 e 64 anni

Stampa

Al posto di quota 100 sembrano due i campi di intervento possibili per il 2022, un potenziamento dell’Ape Sociale e una estensione della pensione anticipata contributiva.

Uscire a 62 anni di età anagrafica ed a 38 anni di età contributiva non sarà più possibile dal primo gennaio 2022. Questa l’unica certezza vera per quanto riguarda il sistema previdenziale.

Per il resto tutto in alto mare, con proposte, ipotesi e previsioni di interventi che man mano che passano i giorni appaiono sempre più complicati da produrre.
E senza voli pindarici o autentiche chimere, per le pensioni dal 2022 si dovrebbe tornare in pieno alle uscite previste dall’ultima vera riforma delle pensioni di cui di ha memoria.

Parliamo della riforma Fornero. Al massimo si arriverà ad intervenire con estensioni e potenziamenti di misure già esistenti, allargando magari le platee degli aventi diritto ma prevedendo alcune penalizzazioni.

Tutti i problemi che rendono la riforma delle pensioni difficile

Rifirmare un sistema previdenziale che ha la necessità di essere riformato è quanto di più difficile da fare. Se ne stanno rendendo conto al governo in queste settimane.
I sindacati e i lavoratori spingono verso misure che consentano di accedere alle quiescenze in maniera più favorevole, sua come requisiti di uscita che come importi delle pensioni.

Ed ecco che continuano a fuoriuscire la quota 41 per tutti, la pensione flessibile dai 62 anni con 20 anni di contributi versati e le pensioni di garanzia.
Le chimere di cui parlavamo prima.

Eppure viene meno una misura di pensionamento flessibile e anticipato come la quota 100. Uno stop dal 2022 che espone moltissimi lavoratori ad uno scalone di 5 anni.
Perché tanto devono aspettare i lavoratori che per età (non hanno compiuto 62 anni entro il 2021) o per contribuzione (non hanno completato i 38 anni di contributi entro il 2021), sono usciti fuori dai tre anni di sperimentazione della quota 100.

Il governo sembra avere le mani legate, ecco perché

Se sindacati e lavoratori possono operare in libertà nel proporre soluzioni al nodo riforma delle pensioni, il governo non può farlo.
E questo, insieme ai tempi ristretti a disposizione, ciò che mina qualsiasi sogno relativo alla riforma del sistema previdenziale.

All’Italia è toccata la fetta più grossa dei fondi del piano europeo per l’emergenza pandemica, il Next Generato Eu.
Soldi utili alla ripresa dopo la gravissima crisi economica per via del Coronavirus.
Ma bisogna fare i bravi e rispettare i diktat europei. E in materia pensionistica come sempre, la UE non vede di buon occhio novità che vadano nell’indirizzo di anticipare le uscite ed aumentare la spesa previdenziale.

Questo è solo uno dei problemi che minano la riforma delle pensioni.
Il nostro sistema è basato da una evidente anomalia. Nel considerare la spesa per le casse statali, si considerano come provenienti da un unico capitolo sia l’assistenza che la previdenza.

Due aree differenti che erroneamente sono cumulate e che da tempo si vorrebbero divise, senza mai arrivare a farlo.
In seno al governo poi, ci sono forze politiche che vedevano un errore la quota 100, figuriamoci quindi se possono mai assecondare proposte simili o addirittura migliorative come i sindacati per esempio propongono.

E infine la questione temporale. La legge di Bilancio come prassi, va presentata entro ottobre.
Poi di passa al “ping pong” tra le Camere, per gli emendamenti. E poi, il passaggio alle varie Commissioni parlamentari, alla Ragioneria Generale dello Stato, alla Corte dei Conti, alla Commissione Europea e così via.

Tutto questo per entrare in vigore nel 2022, dal primo gennaio dopo i vari decreti attuativi successivi alla pubblicazione della manovra in Gazzetta Ufficiale.
Pochi i giorni a disposizione per completare una manovra che dovrebbe essere molto approfondita.

Ape sociale estesa e potenziata

Più facile, per tutte le problema prima esposte, andare solo a ritoccare misure già in funzione.
Ecco perché si parla di prorogare due misure oggi in vigore che scadono il prossimo 31 dicembre.
Si tratta sostanzialmente della Opzione donna e dell’Ape sociale. E per quest’ultima si pensa ad un potenziamento della platea dei beneficiari.

Se invalidi, caregivers e disoccupati resterebbero i medesimi oggi coperti dalla misura, con 63 anni di età e 30 di contributi, naturalmente rispettando tutte le altre condizioni, l’allargamento riguarderebbe i lavori gravosi.

Oggi sono 15 le categorie di lavoratori che grazie all’Ape sociale possono accedere allo scivolo a 63 anni con 36 di contributi, comprese le maestre della scuola dell’infanzia e gli educatori degli asili nido.

Potrebbe venire allargata la misura ad altri laboratori, magari, estendendola anche ad altri insegnanti delle scuole per esempio.
Vs ricordato che l’Ape sociale è una misura temporanea, di accompagnamento alla vera pensione. Infatti si percepisce un assegno pari alla ipotetica pensione maturata alla data di uscita, per tutti gli anni di anticipo fino ai 67 anni di età, quando gli interessati dovranno presentare domanda di pensione di vecchiaia.
L’assegno non prevede tredicesima, non è reversibile, non da diritto alle maggiorazioni e nemmeno agli assegni familiari.

A 64 anni in pensione tutti i lavoratori, ma con il taglio di assegno

Altra misura che potrebbe arrivare ad essere estesa a tutti è la pensione anticipata contributiva.
La misura consente di andare in pensione dai 64 anni di età con almeno 20 anni di contributi.

Oggi si tratta di una misura limitata come platea.
Infatti riguarda chi non ha contributi antecedenti il 1996. E per uscire dal lavoro serve che l’assegno pensionistico sia pari ad almeno 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale in vigore alla data di uscita.

Sono questi i due vincoli che potrebbero essere depennati per allargare la misura.
Si arriverebbe a concederla a tutti, anche a chi ha versamenti antecedenti il 1996 e avrebbe diritto ad un calcolo della pensione più favorevole, con il sistema misto.
Infatti, se per i contributivi puri non cambia nulla, essendo la loro pensione calcolata comunque col sistema contributivo, per chi ha versamenti al 31 dicembre 1995, occorrerebbe fare i conti con un taglio di assegno.

E si potrebbe valutare l’idea di abbassare la soglia delle 2,8 volte l’assegno sociale, portandola magari a 1,5.
Tanto, per via del già citato taglio, alla lunga a rimetterci sarebbe il pensionato, con notevoli risparmi per le casse dello Stato.

Stampa

Corso di perfezionamento in Metodologia CLIL: acquisisci i 60 CFU con Mnemosine, Ente accreditato Miur