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Pensione anticipata a 64 anni: quanto si perde sull’assegno?

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Con la pensione a 64 anni quanto si perde? Esaminiamo i casi della quota 102 e della pensione anticipata contributiva.

Scaduta la quota 100 il tormentone previdenziale diventa la pensione a 64 anni. Ma non solo riferita alla quota 102 visto che anche la pensione anticipata contributiva richiede la stessa età per l’accesso e considerando che alla stessa si può accedere anche con computo in Gestione Separata. Cerchiamo di capire quanto costa ad un lavoratore accedere alla pensione 3 anni prima.

Pensione a 64 anni con quota 102

Per chi sceglie di pensionarsi con la quota 102, al raggiungimento dei 64 anni, non subisce alcuna penalizzazione anche se, come sempre accade, l’anticipo ha un costo. Andare in pensione prima, infatti, comporta due cose che vanno ad abbassare l’assegno previdenziale spettante:

  • versare 3 anni di contributi in meno (rispetto ai 67 anni) e quando avere meno contributi su cui calcolare l’importo della pensione ed avere, di fatto un assegno più basso
  • vedersi applicare un coefficiente di trasformazione meno conveniente visto che quello corrispondente ai 64 anni è più basso di quello applicato a 67 anni. Di fatto la pensione spettante sarà lievemente più bassa.

Ma a parte questi due fattori non sono previste penalizzazioni sull’assegno.

Stesso discorso si applica a coloro che scelgono, invece della quota 102, di andare in pensione con la pensione anticipata contributiva che richiede 64 anni di età e 20 anni di contributi versati a partire dal 1996 (a patto di avere un assegno spettante che sia di almeno 2,8 volte l’assegno sociale INPS). Per chi non ha contributi versati prima del 1996, quindi, l’anticipo a 64 anni comporta lo stesso “costo” che affrontano coloro che accedono alla quota 102. Discorso diverso, invece, a chi ricorre al computo in Gestione Separata per avere la pensione a 64 anni.

Pensione a 64 anni con computo in Gestione Separata

Per chi sceglie di pensionarsi a 64 anni con il computo in Gestione Separata, avendo contributi versati prima del 1996, il costo è maggiore: in questo caso, infatti, tutta la pensione sarà calcolata con il sistema contributivo (anche gli anni di contributi versati prima del 1996 che ricadrebbero nel sistema retributivo più conveniente).

Nel caso di computo, quindi, oltre al costo che abbia già visto, imputabile al minor numero di contributi versati e al coefficiente di trasformazione più basso, si deve considerare anche la differenza di calcolo per le quote di contributi accreditati prima del 1996.

Mentre il sistema contributivo si basa su tutti i versamenti contributivi della carriera e sull’età pensionabile, il sistema retributivo è più vantaggioso visto che si basa sugli ultimi anni di lavoro che saranno rivalutati in base al tasso di inflazione.

Non è possibile quantificare, in ogni caso, la perdita che si potrebbe subire scegliendo un calcolo interamente contributivo rispetto al retributivo. Non è detto neanche che la perdita ci sia, in effetti. L’eventuale penalizzazione deve essere ricercata  sulla media dei redditi che, generalmente, più sono elevati nell’ultima parte della vita lavorativa rispetto a quelli di inizio e metà carriera, più scegliendo il calcolo contributivo si andrà a perdere.

In una carriera con crescita costante, senza picchi a fine carriera, la penalizzazione che si regista scegliendo il calcolo contributivo rispetto al retributivo è di circa il 20/25%. Ma se a fine carriera di registrano dei picchi retributivi la perdita può arrivare anche al 50%.

Di contro, però, in caso di guadagni che a fine carriera si riducono ( poniamo il caso di un licenziamento e riassunzione altrove con condizione meno favorevoli) scegliere il sistema contributivo al posto del retributivo rappresenta addirittura un guadagno sulla pensione per il lavoratore.

Proprio per questo motivo questo non è un aspetta che può essere generalizzato e valutare la convenienza o meno del sistema contributivo rispetto al retributivo va valutata caso per caso in base alla carriera lavorativa.

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