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Pensiero democratico e pensiero oligarchico, INTERVISTA a Gianfranco Mosconi

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Stabilire quale corpo sociale possieda le migliori competenze e condizioni per assicurare il bene della comunità; appurare la capacità della massa di poterlo perseguire in maniera compiuta; far convivere il principio maggioritario e la giustezza delle deliberazioni: sono questi i principali nodi lungo cui si dipana il plurisecolare dibattito tra pensiero democratico e pensiero oligarchico e che oggi troviamo riassunti e commentati nel nuovo saggio di Gianfranco Mosconi su “Democrazia e buon governo. Cinque tesi democratiche nell’Atene del V secolo” (Milano, Led, 2021, versione online liberamente consultabile).

Studioso del pensiero democratico antico e docente al Liceo Classico “Vivona” di Roma e all’Università di Cassino, Mosconi fa emergere un quadro dialettico molto vivace e una riflessione politologica a tutto campo che non tralascia nessun punto di vista, da quello psico-antropologico a quello socio-economico, in un confronto continuo e attento con la bibliografia degli ultimi anni.

Dietro la facile formula che in democrazia vince la maggioranza, in questa intervista l’Autore ci aiuta a mettere a fuoco una serie di punti di contatto tra passato e presente di eccezionale valore per tutti coloro che desiderano interrogarsi sul tema della sovranità popolare e sui gravi rischi a cui ci espone il suo indebolimento.

I discorsi che oggi ruotano intorno alla democrazia riproducono a distanza di secoli, e in modo indipendente, schemi concettuali simili a quelli che tu analizzi in questo saggio. Tuttavia forse oggi assistiamo a una contaminazione maggiore tra le tesi del pensiero oligarchico e quelle del pensiero democratico (giustamente a p. 101 citi Eugenio Scalfari, un intellettuale ‘di sinistra’ sulla cui coscienza democratica non si dovrebbe dubitare, che pure arriva a scrivere che non è vero che gli oligarchi fanno sempre e solo i loro interessi). Ciò è dovuto semplicemente alla maggiore complessità della democrazia rappresentativa rispetto a quella diretta o c’è altro?

“E’ una domanda molto stimolante e, come tale, richiede una risposta articolata. Partiamo da un punto: è vero, hai ragione, c’è una diffusa tendenza ad una visione ‘oligarchica’ della democrazia, una visione che esalta il ruolo dell’élite (ritenuta essa sola capace di concepire il ‘bene comune’) rispetto alla massa degli elettori alla quale non viene negato certo il diritto di voto nelle elezioni, ma il cui ruolo viene però delimitato appunto alla sola scelta fra élites contrapposte. Movimenti come i Partiti dei Pirati nei paesi scandinavi, gli Indignados in Spagna, i CinqueStelle in Italia sono stati una reazione a tale situazione (per fare un esempio: il limite dei due mandati propugnato dai CinqueStelle nasce proprio dal desiderio di stroncare la nascita di una élite politica…. salvo che poi la tendenza a farsi élite è così forte e connaturata che il limite autoimposto tende ad essere eroso). Si tratta in realtà di un fenomeno che è da lungo tempo noto (e, in certi casi, gradito) alla riflessione politologica: esiste, già dall’inizio del XX secolo, quella che è stata definita ‘teoria elitista della democrazia’, secondo cui, nei fatti, la politica in democrazia è sempre e soltanto, alla fin fine, determinata dal confronto/scontro fra élites (siano esse economiche o intellettuali o le due cose insieme) che si contendono il governo, attraverso la conquista del consenso degli elettori. A questi ultimi spetta, in una democrazia così concepita (cioè vista solo come ‘democrazia elettorale’), un unico compito: esprimere consenso o dissenso rispetto alla élite di volta in volta dominante (con una precisazione: sia il gruppo vincente che quello perdente sono o possono essere semplicemente una partizione interna ad un unico gruppo sociale egemone).

Da questo punto di vista, il fenomeno ha le sue radici nella logica stessa della democrazia rappresentativa, che si fonda su una ‘scelta’ fra candidati (dal latino eligere ‘scegliere’, viene sia ‘eletto’ che l’élite, che è la ‘scelta’), che – vale la pena ricordarlo – era vista, ai tempi della Rivoluzione americana e poi di quella francese, come un correttivo aristocratico al predominio della massa che si sarebbe avuto con una democrazia più o meno diretta, non mediata (almeno non in toto) da rappresentanti eletti.

Eppure, sbaglieremmo a pensare che una democrazia rappresentativa sia condannata ad assumere un carattere oligarchico (come appunto arrivò a sostenere, con apprezzamento, Scalfari nell’articolo del 2016 ricordato nella domanda): la nostra stessa Costituzione prevede correttivi a tale tendenza attraverso le leggi di iniziativa popolare e il referendum; altri meccanismi non costituzionali come ad esempio i bilanci partecipati a livello locale puntano nella stessa direzione; le primarie possono essere viste (con molti limiti) come parte del medesimo processo. Alcune esperienze riflettono la ricerca di soluzioni al problema, e mi limito a due esempi: in Islanda la Costituzione (sottolineo: la Costituzione!) è stata riscritta attraverso una capillare e ben organizzata partecipazione popolare; in Francia Macron ha istituito una “Convention citoyenne pour le climat” composta da cittadini comuni, incaricata di elaborare proposte legislative sulla questione climatica (salvo poi non dar grande seguito alle indicazioni ricevute…). E poi, ancora, ci sarebbero (c’erano una volta) tutta una serie di ‘luoghi di incontro e discussione’ in cui, pur in assenza di un potere decisionale (il kratos della democrazia), le istanze dal basso (il demos della democrazia) potevano non solo essere espresse (il che è poco), ma anche discusse ed elaborate: le sezioni di partito, le assemblee sindacali, le altre forme di associazionismo.

Infine: vale la pena notare che anche nel pensiero politico greco ci si pone il problema di una miscela fra democrazia e aristocrazia (intesa come regime affidato ad una élite). Non mi dilungo oltre, ma ricordo che Aristotele individua ben cinque gradi di democrazia a seconda del maggiore o minore coinvolgimento del popolo nella diretta gestione degli affari pubblici, e che egli propone come il migliore ordinamento politico (politeia) una equilibrata fusione di democrazia e aristocrazia, che egli definisce con il termine di ‘politeiatout court”.

I gruppi ristretti di cui parli trovano la loro giustificazione nel principio del merito e della competenza individuale; in un punto del libro fai però un riferimento che mi è parso polemico alla meritocrazia, parlando di fede acritica in essa.

“Vorrei chiarire: che il merito vada valorizzato e costituisca un criterio di accesso al governo non è in discussione. Pericle, nell’Epitafio del 431 a.C. (il discorso per i caduti ateniesi nel primo anno della guerra del Peloponneso) in cui illustra i valori e gli atteggiamenti della democrazia ateniese, non nega affatto, anzi rivendica che in democrazia “chi si distingue in qualche campo viene prescelto per occuparsi del bene comune”, con il corollario che si doveva essere preferiti “sulla base del merito, non dell’appartenenza ad un gruppo sociale” (Tucidide 2, 37, 1). E lo stesso principio vale nelle democrazie contemporanee. Insomma: il merito individuale è sicuramente un criterio di cui occorre tener conto, per il buon governo stesso delle democrazie. Il problema sorge quando il merito di cui si parla viene considerato esclusivamente un merito dell’individuo (come tale innalzato al di sopra degli immeritevoli), e non invece il risultato di una somma di fattori (salute, condizioni personali, status sociale, spesso opportunità dettate dal caso) e, peggio, quando si trascura che spesso il ‘merito’ (intendo: la carriera, i successi professionali) finisce in realtà per trasmettersi come patrimonio familiare (e dunque, da elemento di eguaglianza diventa strumento per la giustificazione delle discriminazioni sociali): su ciò è uscito il trascinante saggio di Sandel, contro “La tirannia del merito”.

Sul piano specifico dell’eguaglianza politica, poi, il problema sorge quando il merito ottenuto in un determinato campo diviene una sorta di credenziale indiscutibile per vantare un primato delle proprie opinioni anche nel campo delle decisioni politiche, in cui viceversa ogni decisione richiede un complesso intreccio non solo di competenze tecniche, ma anche di opzioni propriamente politiche e di sensibilità alla molteplicità del reale. C’è stato (lo sappiamo!) più di un imprenditore che, sulla base delle proprie indubbie (non sempre indubbie!) capacità di imprenditore ha vantato il diritto a poter decidere per tutti… E sappiamo com’è finita, qui e altrove. Neppure essere stati apprezzati governatori della Banca Centrale Europa garantisce la capacità di sfuggire ai condizionamenti della propria parzialità di visione, così connaturata all’essere umano: un aspetto al quale i Greci erano sensibilissimi, consapevoli della finitezza dell’essere umano. Si aggiunga il grande insegnamento di una delle tesi democratiche circolanti nel mondo greco del V secolo a.C. che ho provato a far riemergere nel volume: che talvolta il merito acceca, cioè l’eccessiva fiducia nelle proprie doti rende paradossalmente incapaci di cogliere i limiti delle proprie idee e proposte. Conducendo all’errore. Un errore che però pagano tutti, non solo il singolo decisore. Questo vuol dire che la competenza e che il merito non contano? Contano, certamente: ma appunto purché, in politica, non ci si abbandoni alla fede acritica nel ‘governo dei migliori’, che sbagliano talvolta perfino peggio dei molti, proprio perché riposano su una indiscussa superiorità intellettuale che, umanamente, li rende incapaci di coglierne i limiti intrinseci”.

Proprio nel timore delle derive che hai appena evocato, sappiamo che ad Atene la pratica dell’ostracismo colpiva duramente quanti si attiravano addosso l’accusa di ‘filotimìa’, la ricerca del prestigio personale. Potremmo rileggere la vicenda di Socrate da questo punto di vista?

“Sì, non ci avevo pensato: al di là delle specifiche accuse con cui fu portato a processo (non credere negli dei, corrompere i giovani) Socrate poté essere visto come un individuo che si poneva in una posizione di superiorità intellettuale rispetto al sentire comune. Il che ci ricorda che anche le democrazie, sia chiaro, sbagliano: come diceva Churchill, ‘la democrazia è la peggior forma di governo, eccettuate tutte le altre’. Però, a parziale discolpa degli Ateniesi che votarono per la condanna a morte di Socrate, vanno ricordate varie cose: che fino all’età di settant’anni, in realtà, Socrate fu libero di esercitare la sua corrosiva critica, che il suo processo si colloca in un contesto storico molto particolare per Atene (dopo la disastrosa sconfitta alla fine della guerra del Peloponneso e soprattutto dopo il regime del terrore dei cosiddetti Trenta Tiranni, il cui capofila poteva essere considerato allievo di Socrate), e soprattutto che fu in parte lo stesso Socrate a forzare la sua condanna a morte, rifiutando come pena un esilio e chiedendo invece di essere ‘punito’ con pubblici onori per i suoi meriti verso la comunità”.

Socrate sacrifica la vita in nome del bene comune, un principio che la democrazia antica contempla sempre in tensione con quello dell’uguaglianza tra i cittadini. Ogni docente sa bene di dover utilizzare molta cautela nell’esplicazione di quest’ultimo, per non retrodatare di oltre venti secoli la vera rivoluzione egualitaria che sarà quella illuministica. Ma come rispondi alla domanda sul perché i Greci non abbiano compiuto quel passo ulteriore? Ci erano andati così vicini…

“Una domanda anche questa fondamentale, a cui cerco di rispondere in breve. La concezione che ogni individuo sia depositario di diritti inviolabili appare frutto dell’eredità biblico-cristiana, secondo cui tutti gli uomini sono ‘fratelli’ (in quanto tutti creature dell’unico Dio, discendenti di Adamo), eredità arricchita dell’apporto dello stoicismo, secondo cui gli uomini sono, in primo luogo, ‘kosmopolitai’, ‘cittadini del mondo’. Non casualmente, tanto la “Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti” (1776) tanto la francese “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” (1789) fanno appello proprio ad una sanzione divina (del tutto assente nell’Epitafio di Pericle!) allorché parlano di diritti inalienabili. Al contrario i diritti del cittadino ateniese non sono concepiti neppure da Pericle come diritti universali, come «diritti dell’uomo e del cittadino», ma come il risultato dell’evoluzione di una singola comunità (Atene, caso eccezionale e modello per tutti gli altri Greci). Perciò il campo d’applicazione di tali diritti è tendenzialmente limitato alla comunità che li ha formulati (o a quelle più vicine: gli alleati greci). Essi sono diritti del “cittadino ateniese”: libero, maschio, adulto. In questo contesto, la schiavitù o l’esclusione delle donne non era un problema (un problema di coerenza) neppure potenziale”.

Tornando ad Aristotele, dedichi molto spazio alle sue giustificazioni circa la saggezza della massa e la sua piena idoneità al governo della polis, e noti che già nell’epitafio di Pericle c’è l’affermazione rivoluzionaria che nessuno è inutile per natura al dibattito pubblico (p. 120). Nel confronto costante con la bibliografia attuale, sottolinei che i vantaggi della ‘epistemic diversity’ vengono evidenziati ancora oggi: “gruppi ampi di cittadini informati decidono meglio di ristrette élite di esperti” (Sintomer 2021). È una consapevolezza che la pandemia ha messo a dura prova nei sistemi democratici come il nostro.

“A mio parere, la pandemia ha solo accentuato un fenomeno che è in corso da tempo: la frammentazione progressiva della società in gruppi fra loro separati, privi di occasioni di incontro reciproco e privi, quindi, di contatto con fonti molteplici di informazione. In questo contesto, la pandemia ha messo in moto meccanismi emotivi di negazione della realtà e di rabbia di fronte ad una situazione dolorosa, i quali hanno potuto trovare alimento nella possibilità di attingere selettivamente solo a fonti informative (intendo: specifici gruppi nei social, specifici siti unidirezionali, specifiche testate giornalistiche molto orientate) che fornivano le giustificazioni ‘razionali’ (in realtà infondate) ad atteggiamenti in realtà motivati solo dalle esigenze della psiche”.

Questi meccanismi di cui parli mi pare abbiano una qualche consonanza con una delle principali argomentazioni contro l’inadeguatezza del demos a ricoprire ruoli deliberativi: la supposta incapacità del popolo di decidere per il proprio bene vista l’“insufficienza ontologica” della massa (priva delle occasioni per formarsi all’idea del bello e dell’utile), la difettosa istruzione e la mancanza di occasioni sociali per venire a contatto con le idee filosofiche. Le democrazie di oggi hanno puntato sui sistemi di istruzione di massa, che sono nati quindi come correttivi alla ‘amathia’ e alla ‘apaideusia’ dei più e che invece vengono messi sotto stress e sotto accusa da comparazioni internazionali, rendicontazione di sistema etc. Posso chiederti una riflessione su questo?

“Credo che una qualche forma di valutazione dei risultati dell’istruzione serva ad evitare derive graduali, con un progressivo abbassamento del livello della preparazione come quello a cui abbiamo assistito e che incide, in prospettiva, sulla qualità delle nostre democrazie (nonché sul ruolo dell’istruzione come ascensore sociale: ne hanno parlato L. Ricolfi e P. Mastrocola ne ‘Il danno scolastico). D’altra parte, come spesso avviene, il rischio è che poi la misurazione diventi non strumento per la qualità del sistema, ma l’unico obiettivo del sistema stesso. Eppure qualche correttivo si può ben trovare; e d’altra parte basterebbe intanto agire su quei perversi meccanismi (impliciti nella normativa) che incentivano docenti e dirigenti ad abbassare progressivamente l’asticella. Ma qui il discorso entrerebbe nello specifico della politica scolastica: discorso che, da docente, genitore e cittadino, trovo appassionante, ma che meriterebbe ben altro spazio.

In ogni caso, la qualità dell’istruzione è un fondamento della democrazia, che non è solo ‘potere del demos’, ma ‘potere del demos messo nelle condizioni di decidere consapevolmente’. Diceva Calamandrei che la scuola è un “organo costituzionale”, “organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente”. Classe dirigente però “aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie”. Aggiungo che è organo costituzionale anche in un senso più ampio, perché solo la scuola permette ai futuri cittadini di partecipare in modo consapevole alla deliberazione politica. L’abbassamento della qualità dell’istruzione, insomma, incide anche sulla qualità delle nostre democrazie future: in termini di apertura della classe dirigente, in termini di maturità della cittadinanza”.

Un altro elemento portato a disconferma dell’adeguatezza del demos al governo della polis è la mancanza di tempo per poter raccogliere informazioni e poter, quindi, diventare cosciente dei suoi problemi. Nelle democrazie moderne lo strumento attraverso cui il popolo esercita la sovranità è il voto, ma anch’esso dovrebbe essere espresso solo dopo un’attenta disamina della realtà e delle proposte dei partiti, o comunque dei partecipanti all’agone politico. Come giudichi il ruolo assunto oggi dall’informazione? Fino a che punto facilita o rende più difficoltoso un confronto pubblico che dovrebbe essere il più possibile sano e aperto?

“Stavolta (‘finalmente!’, si dirà) sarò brevissimo. L’informazione non facilita affatto (oppure molto di rado) un confronto pubblico sano e aperto: non è casuale il termine ‘talkshow’, cioè ‘spettacolo di chiacchiere’: ogni contendente cita dati fattuali che il giornalista di turno non sottopone mai a verifica, o di cui non chiede mai la fonte (eppure sarebbe ormai facilmente possibile effettuare un controllo in diretta, e una conseguente smentita); allo stesso modo, il giornalista di turno lascia passare paralogismi e stratagemmi retorici (è tale anche il ricorso all’insulto o all’attacco personale), o perché non se ne accorge egli stesso, o meglio ancora perché proprio questi elementi servono a fare lo show. Del resto, anche nelle assemblee ateniesi c’era lo stesso problema: un leader democratico ateniese quale Cleone accusava i cittadini ateniesi di assistere ai dibattiti come fossero “spettatori” di una “competizione”, tutti compiaciuti di saper prevedere le varie mosse dialettiche (Tucidide, 3, 37-38). Fatto sta che proprio Cleone era il primo a ricorrere a tali tecniche!”.

Ci fai riflettere anche su un’altra cosa, che ha sorpreso i commentatori antichi e soprattutto quelli moderni: nel governo democratico di Atene delle decisioni sbagliate, che avevano conseguenze nefaste per la vita della città, non erano incolpati i messaggeri o gli ambasciatori (che avevano fornito informazioni erronee o incomplete), ma i ‘rhetores’ che avevano preso parola in assemblea e avevano formulato la loro proposta. Potremmo dire che il ruolo del messaggero antico è oggi assolto dai media? Le informazioni aiutano a dirimere il vero dal falso, o almeno l’improbabile dal verisimile, e concorrono alla formazione di quella coscienza dei fatti alla base dell’espressione della sovranità popolare, cioè il voto. Tuttavia la critica più ovvia ai media è oggi proprio quella di inquinare il dibattito pubblico, di dipendere da interessi di parte.

“Sì, è vero: i mezzi di informazione delle assemblee democratiche antiche erano proprio gli oratori che avanzavano proposte e che, nel farlo, richiamavano le informazioni utili all’approvazione della propria proposta. Ma non senza contraddittorio: le informazioni fornite potevano essere contestate dagli oppositori. Il che non garantiva certo la veridicità delle informazioni fornite dagli uni o dagli altri, ma comunque costituiva un correttivo potenziale a macroscopiche falsificazioni. C’era, però, anche un altro ‘momento’ di informazione ‘civica’: le conversazioni fra cittadini, sia durante che intorno alle riunioni assembleari, sia in generale nella vita quotidiana. Ricordiamo che ogni anno 500 cittadini (circa l’1-2 % della cittadinanza) facevano parte del Consiglio (Boulè), che si riuniva quotidianamente, ed acquisivano con ciò una conoscenza minuta di molte questioni; conoscenza che, potremmo dire, via via filtrava, percolava attraverso le molteplici occasioni della vita sociale. Con tutti i limiti, certo, del ‘passaparola’, ma anche con l’effetto positivo di una molteplicità di voci e fonti. Al contrario, i nostri mass media sono tendenzialmente unidirezionali e, quindi, anche molto più soggetti al controllo di pochi centri di potere (nel talkshow televisivo intervengono solo gli ospiti invitati, e solo nei tempi e nelle forme decise dal conduttore o, peggio, dal proprietario dell’emittente). E’ per questo che la difesa della libertà e molteplicità (e, meglio, della neutralità) dei mezzi di informazione è centrale”.

A proposito della ineludibilità dei momenti di formazione civica per i cittadini ateniesi, a p. 161 scrivi: “E se non si era direttamente buleuti, era inevitabile avere un buleuta tra i propri contatti sociali, da cui era possibile ricavare un’idea abbastanza diretta delle questioni politiche, non mediata o deformata da organi di stampa e/o dalla propaganda di partiti organizzati” (p. 161). Uno degli scopi dei media oggi è anche proprio quello di accentuare la prossimità, di far scattare l’immedesimazione.

“Ho accennato al carattere ontologicamente unidirezionale dei mezzi di comunicazione di massa. Ora avremmo, è vero, i cosiddetti social, che invece potrebbero essere non unidirezionali e in cui infatti molti vedevano uno strumento di libertà; ma anche lì vediamo come un centro di potere possa intervenire producendo contenuti falsi e promuovendone la diffusione (quello che sta facendo da anni il regime putiniano, in patria e all’estero). Peggio ancora, i social non sono l’agorà o l’Assemblea di Atene, in cui per forza di cose si parlava con molte persone diverse: ci si può comodamente rinchiudere nelle cosiddette ‘bolle informative’. Dalle quali sono nati episodi gravi come l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021”.

Scivolare nell’attualità significa inevitabilmente correre alla guerra tra Russia e Ucraina. Una riflessione conclusiva su questo.

“Sappiamo quanti, in Italia, abbiano subito il fascino dell’uomo forte, o dei regimi autoritari, che, con il loro decisionismo, appaiono (appaiono!) più efficienti ed efficaci: un argomento, quello della maggiore efficienza, che spesso regimi non-democratici come quello cinese e quello putiniano ostentano come modello. Ed ecco che la guerra di aggressione mossa dal regime putinista contro l’Ucraina mostra in modo pieno come la democrazia è davvero “il peggiore dei regimi possibili eccettuati tutti gli altri”, come ricordava Churchill: perché, sicuramente, le democrazie sono spesso incerte, litigiose al loro interno, inefficienti e ondivaghe, ma poi, proprio la molteplicità di voci al loro interno garantisce che siano evitati errori potenzialmente catastrofici o comunque assicura la possibilità di cambiamenti di rotta. Cosa che è impossibile nel momento in cui tutte le leve del potere sono in mano ad un unico individuo o ad un unico gruppo di potere comunque chiuso, in cui non c’è spazio per opinioni alternative. Ed allora ecco che quell’efficienza e rapidità delle decisioni (ottenute solo con una concentrazione del potere) diventano strumento di scelte disastrose per la comunità intera, ostaggio delle ossessioni e delle pulsioni emotive di pochi, tanto più ciechi, tanto più miopi, quanto più pochi. Cosa che Aristotele sapeva benissimo, quando diceva che anche il migliore degli uomini ha un’anima soggetta alle passioni. Per chi avesse dimenticato l’esempio drammatico del regime fascista e quello tragico della Germania condotta all’autodistruzione da Hitler e dai suoi fedelissimi, ora, purtroppo, si offre una nuova e dolorosa occasione di riflessione. Come dicevano i Greci, pathei mathos, che potremmo rendere come ‘si impara facendo dolorosamente esperienza’”.

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