Peggio di una guerra tra poveri: come in poco più di tre mesi si è precarizzata la precarietà. Lettera

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Inviata da Fabrizio Gesuelli – Il filosofo francese Jacque Derrida in una sua citazione dice che “i mostri non possono mai veramente essere annunciati. Uno non può dire: ‘Qui ci sono i nostri mostri!’ Senza immediatamente trasformarli in animali domestici”. Ed è sul filo di questa citazione che ho pensato di scrivervi, con l’auspicio che non solo altri colleghi si possano riconoscere nei ragionamenti ed esperienze che mi preme riportare in questa lettera. Piuttosto mi auguro che anche le personalità del mondo scolastico possano trarne i dovuti ed auspicati ragionamenti.

Se lo sfondo di questa lettera è la citazione qui sopra, occorre anche preannunciare che l’argomento mostruoso di cui vorrei parlare è la precarietà. Parola, che in questi ultimi mesi (e probabilmente anni) è tornata in auge rispetto alle decisioni tanto del Ministro Bianchi sui nuovi arruolamenti nella scuola che dei sindacati ed esponenti politici. Non nego inoltre che il motivo per cui mi trovo a scrivere sia fondamentalmente nata da una paura, divenuta ormai certezza che, purtroppo, al contrario del mostro descritto da Derrida, il mostro del precariato non sia stato ancora addomesticato. Anzi, guardando alle proposte politiche fatte, chi si trova nella mia situazione è ancora più precario dei precari.

Questa paura infatti nasce da due considerazioni: la prima verte sulla paura che nei tanti discorsi e dibattiti ascoltati, infarciti di buone intenzioni, si è palesato quell’atteggiamento tipicamente italiano per cui, da tempi immemori, la forma prevale sulla sostanza- a competenze reali e concrete si preferiscono competenze basate sull’etichetta, che mai come in questo caso non fa da cornice a competenze reali.

La seconda considerazione nasce dalla paura che la parola precarietà venga fondamentalmente abusata, quasi strumentalizzata. Ed in questo processo non si riesca mai ad addomesticare il mostro. Al contrario, la precarietà viene svuotata del suo vero significato ed usata quale strumento per costruire una scuola fondata sull’ansia anziché sul merito.

Vengo dunque al punto relativo alla parola precarietà. Secondo la filosofa Judith Butler, la precarietà ha a che fare con un’assenza di reti sociali, di tutele che possano prevenire una persona dalla possibilità di scomparire completamente. In un certo senso, la parola precarietà va di pari passo con sopravvivenza. In condizioni di precarietà, reale e concreta, una persona ha poche possibilità di scelta; né può permettersi la possibilità di scegliere, né può fare molto per cambiare la
sua circostanza. Se da un lato, la precarietà in tal senso può essere intesa come quella scelta, obbligata (molti colleghi mi capiranno) di andare ad insegnare a chilometri di distanza da casa, addirittura in altre regioni, lasciando affetti e vita sociale. Una condizione che, ad essere onesto, se mi fosse offerta su base indeterminata, non esiterei a prendere ma che porta con se una serie di considerazioni ulteriori che tra poco elaborerò.

Dall’altro lato, se la precarietà è assenza di tutele e rappresentatività, l’aspetto più truce che la politica sta mettendo in campo in questi ultimi giorni è sulla modalità stessa con la quale sta agendo sul precariato e quello che queste modalità ingenerano.

Le scelte che sono state fatte sinora, presentate ed attualmente in discussione, infatti, non solo non rivelano alcuna tutela nei confronti di docenti che, come me, non arrivano a tre annualità.

Piuttosto, ritornando alla parola precarietà ed al suo avere a che fare con un’assenza di tutele, che si riflette anche in un’assenza di orizzonte- io personalmente non avverto alcuna tutela nei mie confronti, è possibile immaginare che in condizioni di precarietà, come scriveva un’altra filosofa Hannah Arendt, si debba assistere a due atteggiamenti distinti. Da un lato, quello che può verificarsi è un’atteggiamento solidaristico tra pari, che condividono condizioni di precarietà. Al
contrario, si può assistere ad atteggiamenti di forte egoismo, dove chi condivide la precarietà, cessa di pensare al bene comune e guarda solo al suo piccolo orticello. Nel primo caso, la precarietà sarà inserita in una logica condivisa che assume la forma di un ecosistema. Nel secondo caso, la precarietà sarà condannata a logiche di scarsità all’interno delle quali la coperta,
purtroppo, sarà sempre troppo corta.

Nei dibattiti fin qui seguiti e nelle proposte di legge in discussione, sembra, purtroppo, prevalere proprio questa seconda condizione, dove il discorso assume sempre i connotati di una sorta di guerra tra poveri. Gli esiti di questo primo ragionamento dovrebbero essere rimandati a riflessioni più ampie circa le condizioni di lavoro in Italia e più in generale a quell’immenso vuoto che esiste tra lavoro pubblico e lavoro privato (l’Italia, al contrario delle altre grandi economie Europee,
sembra effettivamente essere l’unica a non offrire posti di lavoro stabili se non nell’Amministrazione Pubblica). Ad ogni modo, quando la precarietà si lega a logiche di scarsità, tutto il dibattito sulle nuove assunzioni e le future scelte politiche che si assumeranno, comportano notevoli delusioni per i soggetti, professori e professoresse che in maniera del tutto passiva, sono
coinvolti. In altre parole, all’interno delle logiche di scarsità, ci sarà sempre qualche collega che risulta essere più precario di qualcun’altra. Tornando all’esempio sopra espresso di non avere problemi nell’accettare un contratto a tempo indeterminato anche se questo fosse a migliaia di chilometri da casa, capirei e condividerei se qualche collega osteggiasse tale ipotesi, avendo
magari famiglia o un famigliare stretto di cui occuparsi. Io per primo nel 2017, dopo anni trascorsi in Scozia, a causa di questioni famigliari molto personali, ho dovuto lasciare quanto avevo costruito all’estero per tornare in Italia. Ma soprattutto mi preme scrivere che la precarietà delle supplenze, soprattutto se non si sono scelte le scuole giuste, per un certo periodo, non me la sono proprio potuta permettere.

Quello che mi sarei voluto trovare davanti quindi, non era il solito bailamme politico che ingenera la solita guerra tra poveri, ma un rinnovato atteggiamento che, letteralmente entrasse nel merito delle questioni e dei titoli dei docenti.

Un primo ragionamento che occorreva fare in tal senso era relativo al dato che si è palesato dagli esiti del concorso straordinario. Quello che sembra apparire quanto mai vero è che anni di servizio non equivale sempre ad anni di competenze e che queste, nella scuola del 2021 e per i prossimi anni a venire, non si acquisiscono più semplicemente insegnando per qualche anno.

Al di là delle sterili polemiche che tutti noi abbiamo sentito e letto (il concorso è stato tenuto in condizioni ai limiti della legalità, durante una pandemia, che il tempo a disposizione era poco…) il motivo di tale affermazione è presto detto. La verità (nota a tutti) è che gli anni di servizio che un docente può accumulare, anche immediatamente dopo il percorso di laurea, non avvengono tramite procedure di selezione. Bensì, sulla carta, tramite il conteggio dei titoli presentati. La chiamata avviene chiaramente sulla base di tale punteggio ma anche e soprattutto in funzione delle scuole selezionate. In altre parole, il meccanismo di chiamata sembra più legato all’aleatorietà che non alle effettive competenze. In questo meccanismo agonistico (da agone e quindi agonia) il paradosso è che certamente esisteranno docenti validissimi (come esistono differenze tra studenti, ne esistono tra docenti) che non insegnano e docenti meno competenti che hanno avuto semplicemente la fortuna di scegliere la scuola giusta, con graduatorie meno intasate. Può mai questo meccanismo essere chiamato merito?

Sulla scorta di quanto scritto, non pare quindi eticamente accettabile che candidati risultati NON IDONEI ad una prova concorsuale possano essere miracolosamente ripescati (vedi l’arruolamento da GPS) ed inseriti in percorsi di stabilizzazione. Altrettanto non eticamente accettabile, pare essere la scelta insensata e del tutto discriminatoria che i partecipanti
iscritti ad un concorso ordinario stiano ad aspettare da più di un anno lo svolgimento di tale concorso e debbano leggere che entro dicembre 2021 sarà bandito un nuovo concorso straordinario (aperto evidentemente ai NON IDONEI del precedente) che escluderà molti di noi iscritti all’ordinario.

Tornando al meccanismo con il quale i docenti sono inseriti nelle GPS, occorre anche dire che le modalità di calcolo sono assolutamente superficiali. Come scrivevo precedentemente, non si entra mai davvero nel merito ma si rimane sempre sulla superficie; ci si attiene all’etichetta.
Qui mi preme riportare il mio caso personale: posseggo un dottorato di ricerca ottenuto in UK. Il MIUR, per tale dottorato mi ha obbligato a richiedere un decreto di equipollenza (che nel caso inverso non esiste e comunque con buona pace dei discorsi circa il rientro dei cervelli). L’aspetto paradossale di tutto ciò è che il mio titolo, conseguito in UK, pubblicato in inglese, svolto in lingua non è riconosciuto al pari di uno in italiano. Non solo, il mio lavoro di ricerca è stato pubblicato (in lingua inglese) su riviste scientifiche, presentato in conferenze internazionali (sempre in inglese) e attraverso l’organizzazione di workshop e la direzione di seminari ed eppure questi titoli non hanno alcun valore. Al contrario, l’aver partecipato ad un assegno di ricerca, i cui esiti (anche alla luce di tutti gli scandali giudiziari che caratterizzano l’Università Italiana) il più delle volte sono del tutto
inesistenti – vale a dire non si pubblica nulla del lavoro svolto, quello si, ha punteggio.

Sempre sul tema, si riconoscono punteggi per corsi a pagamento circa le certificazioni linguistiche nel insegnamento, sulle cui difficoltà e competenze acquisite mi sorgono non pochi dubbi, ma non mi si riconoscono tre anni e mezzo di docenza in lingua inglese per una media di 14h settimanali a classi di studenti universitari di 15/20 studenti, dove, oltre a sviluppare gli argomenti delle varie lezioni ed essere chiamato a valutare la prova finale, ottenni il posto in virtù di un colloquio di
lavoro basato, quello si, sul merito e le competenze.

Voglio concludere questa lettera ponendo una serie di domande alle quali chiedo sin da ora di ricevere risposte serie, perché qui per molti, moltissimi di noi, ci si trova alla precarizzazione del precariato, la svalutazione del merito e l’assenza di tutele.
La prima domanda è: quando si farà e che fine ha fatto il Concorso Ordinario? È possibile avere date certe sul suo svolgimento?

Perché nel concorso straordinario di dicembre non si da la possibilità anche a docenti che hanno avuto almeno un’annualità sulla materia di poter concorrere?
Come è possibile rendere la valutazione titoli efficace ed effettiva così che i titoli non siano solo mere etichette a cornice di contenitori vuoti ma, al contrario, diventino competenze concretamente acquisite?
Ringrazio fin da ora per l’attenzione.

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