Pedagogista a scuola, figura assente ma di fondamentale importanza. Lettera alla Fedeli

di redazione
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inviato da Dr.ssa Tiziana Cristofari – Gentile Ministra Valeria Fedeli, mi chiamo Tiziana Cristofari e sono una pedagogista-insegnante.

Non so se Lei ha mai avuto modo di leggere i libri dei pedagogisti Aldo Visalberghi, Francesco De Bartolomeis o Giovanni Genovesi o, andando più indietro nel tempo, di Maria Montessori. O se trovando il momento per approfondire altre letture ha avuto modo di conoscere autori meravigliosi come John Dewey o Edgar Morin, tutti impegnanti in una ricerca scientifica pedagogica sul miglioramento delle qualità fisiche-intellettuali-morali-comunicative dell’essere umano. Uomini e donne che hanno tentato con i loro studi di rendere sempre migliore la realtà individuale di ogni studente nella relazione con il docente, nonché nell’ambiente di apprendimento attraverso lo studio del metodo, della didattica e quindi della cultura scientifica per eccellenza denominata appunto Pedagogia.

Suppongo Signora Ministra che tutto ciò Lei lo conosca bene, dato il ruolo di primaria importanza che ricopre nel settore educativo. Se così è, comprenderà l’importanza in ambito scolastico della pedagogia, ovvero della teoria e prassi che l’insegnante dovrebbe conoscere e usare per la formazione non solo nozionistica dei bambini, delle bambine e degli adolescenti, ma anche perché possano viversi degnamente la propria umanità e la propria personale unicità nella formazione. Ma ahimè tutti sappiamo bene quanto la conoscenza e l’uso della pedagogia sia carente nel programma del percorso accademico dei docenti prima e nella prassi poi (dove purtroppo anche la nuova legge sulla Buona scuola e i suoi successivi decreti, non ne compensano minimamente la carenza), e soprattutto quanto inaccettabile sia il fatto che nelle scuole, la figura per eccellenza ovvero quella del professionista in Pedagogia, sia completamente assente e quella di educatore ancora troppo facilmente bypassata.

Non si parla d’altro invece, sui giornali, in televisione e sul web, ma anche nelle scuole stesse, che di psicologia e della figura dello psicologo nell’istituzione scolastica, e di come “valutare” e “normalizzare” lo studente: quasi a livellare indegnamente la figura umana a “manichino” prestabilito, ottimizzato e conforme ai bisogni della didattica e dell’insegnante. Dove con la parola “normalizzare”, ovvero far rientrare nella “norma”, si fa riferimento a una statistica di quantità, non certo di qualità e non certo per cogliere le singole e rispettabilissime individualità degli scolari.

Ministra, pensa davvero che la normalità sia ciò che i nostri studenti devono conquistare? Che l’uguaglianza di cui spesso ci si riempie la bocca e che rende appunto “normali” o vorrebbe farlo, possa essere migliore dell’equità che sviluppa e permette una propria individualità e pertanto la crescita delle specifiche competenze?

Ministra, pensa davvero che l’utilizzo della piattaforma Dislessia 2.0 sia la soluzione meccanica e pertanto inumana, ma idonea a sviluppare competenze cognitive umane? O piuttosto, conoscendo il valore della pedagogia, non pensa che dovremmo dare ai nostri studenti (dalla primissima infanzia e fino alla maturità) un personale docente formato alla scienza pedagogica, ovvero alla teoria, metodo e prassi pedagogica-didattica, per una adeguata comunicazione e pertanto una crescita umana sana dei nostri figli e studenti? Dove per “umano” intendo l’individuazione e il rispetto delle singole potenzialità dell’individuo e del loro sviluppo, la comprensione delle difficoltà oggettive, ambientali e familiari, nonché didattiche e relazionali, che sono le principali, se non forse le uniche cause dei “cosiddetti disturbi dell’apprendimento”.

Sicuramente Signora Ministra Lei conoscerà gli ultimi studi sulla genetica i quali dicono solo ciò che è in una persona e in un dato periodo di tempo e non ciò che sarà (trasmissibilità); o sulla neurobiologia che ha dimostrato attraverso l’MRI (risonanza magnetica) come le scansioni cerebrali effettuate in soggetti che indicano stati di tristezza normali, evidenziano cambiamenti biologici paragonabili a quelli che si riscontrano nelle persone con disturbi depressivi, dimostrando così l’assoluta inattendibilità di questi accertamenti, di cui ancora però si continua a dar credito impropriamente e impunemente riguardo la provenienza dei “disturbi dell’apprendimento”; ma avrà sicuramente saputo anche di come soprattutto l’epigenetica abbia avvalorato l’ipotesi che la provenienza delle difficoltà scolastiche (erroneamente chiamate “disturbi” dell’apprendimento) sia ambientale, familiare, in una parola antropologica. Avrà letto di quanta poca scientificità e attendibilità ci sia in tutti quei “disturbi” a cui fa riferimento il DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) e di cui moltissimi medici anche specializzati nel settore psichiatrico e non solo, ne hanno preso da tempo le distanze. Avrà sicuramente letto di come la ricerca scientifica psichiatrica abbia dimostrato che il bambino nasce sano (M. Fagioli, psichiatra), come del resto la sua potenzialità di apprendere, e come invece tale potenzialità possa essere ostacolata o addirittura “annientata” dall’ambiente antropologico in cui vive.

Inoltre si sarà sicuramente documentata di come questi presunti DSA vengano molto spesso risolti con un efficace metodo pedagogico-didattico. Già la Montessori più di cent’anni fa affermava:

«…io però a differenza dei miei colleghi, ebbi l’intuizione che la questione dei deficienti fosse prevalentemente pedagogica, anziché prevalentemente medica; e mentre molti parlavano nei congressi medici del medico-pedagogico per la cura e l’educazione dei fanciulli frenastenici, io ne feci argomento di educazione morale al congresso Pedagogico di Torino nel 1898; e credo di aver toccato una corda molto vibrante poiché l’idea, passata dai medici ai maestri elementari, si diffuse in un baleno come questione viva interessante la scuola».

Signora Ministra, lei saprà molto bene quanta importanza ha la pedagogia nell’affrontare la questione del bullismo, o pensiamo forse che anche qui entri in gioco la genetica? E se non lo pensiamo, perché non considerare che la risoluzione sta nella formazione dei giovani attraverso la pedagogia, ovvero l’educazione (l’oggetto della pedagogia), e pertanto con una corretta teoria e prassi educativa che possa far crescere gli studenti senza violenza, rivalità, egocentrismo ed esibizionismo? De Bartolomeis già nel 1963 scriveva: “Il metodo pedagogico […] è l’educazione in atto. Se il metodo è l’immutabile routine della spiegazione, dell’interrogazione e dell’assegnazione dei compiti in base a un programma oggettivo, del lavoro rigidamente individuale avremo come conseguenza un apprendimento al di fuori dei bisogni, dei problemi, dell’iniziativa dell’allievo, un apprendimento cioè incapace di produrre rilevanti trasformazioni culturali e una generale maturazione personale.

Quindi a niente vale proporsi fini elevati, presentare i classici del pensiero, della poesia e dell’arte, esaltare la virtù e stigmatizzare il vizio se la nostra preoccupazione principale non si accentra sul modo in cui tutto questo possa dar luogo a processi di effettivo apprendimento dell’allievo. Ciò che decide è il metodo pedagogico, ossia il fatto che gli allievi compiano o no certe esperienze, soddisfino o no le loro esigenze, esercitino o no responsabilità e iniziativa”.

Infine gentile Ministra, come Lei ben sa, attualmente in discussione in Parlamento c’è una legge che dovrebbe prevedere il riconoscimento e il valore in ambito scolastico del ruolo e della figura del Pedagogista e dell’Educatore. La proposta di legge è nata perché se ne sente disperatamente l’esigenza: gli studenti, perché possano crescere a scuola con personale veramente preparato, capace di “vedere” il proprio studente da tutti i punti di vista e non solo da quello nozionistico; e la famiglia perché possa scegliere di avere un punto di riferimento sul quale contare nella gestione della relazione e crescita dei propri figli, senza doverli necessariamente medicalizzare e normalizzare a tutti i costi. Ecco, gentile Ministra, questa conoscenza per lo sviluppo dei futuri cittadini è frutto della cultura umanistica (pedagogica, antropologica, sociologica, storica, filosofica, psicologica) del corso di studi in Pedagogia, non certo di quella medica.

Mi chiedo dunque, come possa essere espressa tutta questa realtà pedagogica umana nelle “valutazioni” dei processi cognitivi attraverso test banalmente nozionistici medico-psicologici altamente selettivi, meccanici e privi di una consapevolezza oggettiva dell’ambiente pedagogico-antropologico in cui lo studente è inserito, ma soprattutto valutazioni e didattica espressi e conseguiti da realtà virtuali fredde e inumane come la piattaforma Dislessia 2.0.

Gentile Ministra Fedeli, sono certa Lei saprà che solo la relazione umana può comprendere come una realtà cognitiva (DSA) o una difficoltà affettiva ed emotiva (bullismo), si muova e si possa modificare, allorché trasformare in qualcosa di migliore rispetto a ciò che al momento appare.

Cordiali saluti

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