Pedagogista e psicologo: due figure a rischio sovrapposizione. Lettera

di redazione
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Inviato da Maura Perez – Gentilissimi, scrivo per esprimere alcune riflessioni in merito all’articolo del Professor Andrea Guerrini, circa il rischio di sovrapposizione tra le figure dello psicologo e quella del pedagogista.

Pur concordando pienamente sulla necessità di operare una distinzione tra i differenti ruoli e le specifiche funzioni di sostegno che questi contengono in termini di ascolto, accoglienza, facilitazione ed, eventualmente, riabilitazione, mi chiedo quale sia il preciso limite di demarcazione tra l’area pedagogica e psicologica, ben sapendo che è proprio sulla labilità di questo confine che si gioca il possibile impossessarsi di una funzione professionale impropria.
Mi spiego meglio: è possibile addentrarsi nel vastissimo, complicatissimo, interrelato e storicamente (in termini autobiografici, per come i vissuti genitoriali influenzano il modo e gli stili dell’apprendimento dei figli, per come le funzioni di controllo o di legittimazione all’autonomia influiscano sul senso di sé, da un punto di vista prettamente operativo e costruttivo del sapere etc.) multiconnotato mondo degli apprendimenti, senza tener presente, ascoltare ed accogliere i vissuti psicologici? E accogliere il disagio psicologico conseguente al fallimento di un compito o confrontarsi con un senso di inadeguatezza didattica afferisce a quale area: psicologica o pedagogica?

È possibile parlare di percorsi di apprendimento personaluzzati senza operare un’attenta osservazione del vissuto degli alunni? Cosa facciamo, chiediamo “quale senti essere la tua difficoltà nello svolgere questo compito?” E se il bambino ci risponde “mi sento solo” chiamiamo lo psicologo senza capire se quella dimensione di solitudine si riferisca ad un piano didattico – in termini di bisogno di aiuto e condivisione – socio-relazionale o altro?

Non solo, a quale categoria professionale facciamo risalire, appunto, le difficoltà socio-relazionali e adattive proprie del contesto scolastico, nel momento in cui si leggono strettamente collegate ad aspetti di confronto/interazione/ e, necessariamente inclusione/esclusione sul piano didattico? La predisposizione di un percorso di didattica inclusiva non è forse un’operazione impostata su precise riflessioni di tipo psico-pedagogico che necessitano di un osservazione attenta e complessa che, dalla risposta, e quindi dalla lettura psicologica del singolo alunno, porta alla visione dell’intero gruppo classe? E le reazioni dei bambini – di partecipazione, reattività, spavento, rifiuto, disponibilità e via dicendo – non sono necessariamente riconducibili ad una lettura integrata tra i diversi aspetti?

Altra riflessione spetta alla continuità con le famiglie e al ruolo formativo (sicuramente da rivedere, a favore di un ribilanciamento dei contributi e di una restituzione ai genitori delle loro storiche competenze genitoriali) che chiedono alla scuola su aspetti propri del percorso evolutivo e socio-adattivi dei loro figli alla scuola e alla vita stessa: a chi spetta, formalmente, questo compito? E la continuità tra scuola famiglia da quale figura di sistema viene coordinata solitamente? Mi sentirei di dire che questi compiti spettino maggiormente al pedagogista, meglio se formatore (non tutti i percorsi formativi afferenti all’area pedagogica sono uguali) che ad uno psicologo: lungi da me, però, proporre una competizione tra i due ruoli che, per essere svolti al meglio, hanno necessariamente bisogno di contributi plurimi, preferibilmente integrati, anche a livello formativo, in un’ottica di corresponsabilitá progettuale ed operativa ed alleanza continue: nessun pedagogista penserebbe di sottrarre allo psicologo aspetti valutativi per ciò che riguarda l’area educativa o didattica.

Detto ciò, lungi da me, negare il fatto che un buon pedagogista deve, in funzione di precisi principi e criteri etici e deontologici, essere in grado di capire tempestivamente quando la competenza richiesta non è la propria e il sui compito finisce (o si limita a specifici aspetti) e chiedere l’intervento valutativo e partecipativo di altre figure, ma, onestamente, credo che nelle nostre scuole servano, oltre al nome, seppur importantissimo, che diamo agli interventi, formazione, aggiornamento continuo e contestuale, senso di responsabilità, correttezza e raccordo, preferibilmente flessibile e scevro da eccessivi formalismi, tra tutte le istanze educative, famiglie in primis, che concorrono ad un armonico sviluppo – prima ancora che ad un’acquisizione di competenze disciplinari – di ogni alunno presente a scuola.

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