Pause ogni 45 minuti di lezione, classi con area relax, utilizzo di molta tecnologia e approccio olistico all’insegnamento: “Ecco la nostra esperienza in Finlandia”. INTERVISTA al Dirigente Cristiano Rossi

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I fatti di cronaca hanno riacceso il dibattito sul modello scolastico della Finlandia dopo che una famiglia finlandese ha deciso di lasciare il nostro paese perché riteneva che il sistema scolastico non fosse adeguato alle loro aspettative. Ma qual è la realtà della scuola finlandese? Ne abbiamo parlato con il professor Cristiano Rossi, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo di Lucignano, che con alcuni alunni e docenti del suo Istituto ha di recente vissuto una settimana in Finlandia all’interno di un progetto Erasmus di scambi culturali.

Professor Rossi, ci può raccontare com’è stata la vostra esperienza scolastica in Finlandia?

La nostra è stata un’esperienza di mobilità internazionale dove una nostra delegazione, formata da un gruppo di 8 studenti della scuola secondaria di primo grado, quindi di circa 12-13 anni, accompagnati da due insegnanti, a cui mi sono aggiunto anche io in qualità di dirigente dell’Istituto, è andata per una settimana nella città finlandese di Turku, dal 25 di settembre al primo di ottobre, per conoscere quel modello di scuola. Il progetto al quale abbiamo partecipato vedeva coinvolte diverse scuole europee tra cui, oltre la nostra, quella finlandese che abbiamo visitato, una scuola francese ed una scuola belga. Quella vissuta in Finlandia è stata la seconda mobilità dopo quella realizzata da noi a Lucignano nel maggio dello scorso anno.

I ragazzi sono stati accolti all’interno di famiglie finlandesi ed hanno vissuto una serie di esperienze scolastiche legate alla nostra progettualità, che si basava sull’Agenda 2030, e quindi ai temi legati all’ecosostenibilità, all’ecologia e allo sviluppo sostenibile. Sono state realizzate tutta una serie di attività che ci hanno permesso di conoscere in maniera molto intensiva quello che è il sistema finlandese. Arrivare in Finlandia è stata un po’ una sorpresa per tutti noi, in particolare per i ragazzi, perché le esperienze fatte ci hanno permesso di capire quali siano le differenze di questo paese rispetto ai paesi del Mediterraneo o a quelli dell’Europa continentale. Un aspetto che ci ha molto colpito è stato il profondo senso civico presente in questo paese.

Ad esempio, durante la nostra settimana di permanenza, abbiamo incontrato per caso tre o quattro manifestazioni, una legata ai temi ecologici, una contro la guerra in Ucraina, un’altra sulla questione delle donne iraniane, e tutte erano organizzate in una maniera molto inclusiva, con la partecipazione di bambini, con una modalità molto pacifica ma anche radicale allo stesso tempo, e questo aspetto ha colpito molto i nostri ragazzi perché è stato evidente il profondo senso di attenzione ai temi della mondialità, che è un aspetto che caratterizza un po’ tutto il sistema finlandese e anche l’aspetto scolastico risente di questa attenzione. Appena arrivati ad Helsinki abbiamo avuto la possibilità di girare la città in autonomia e abbiamo avuto l’occasione di visitare una biblioteca straordinaria situata al centro della città che si chiama Oodi.

È una biblioteca pubblica costruita in legno e vetro che ospita anche spazi di creatività come ad esempio sale di registrazione musicale, di produzione e di editing video, di realizzazione di manufatti, in generale tutti aspetti legati alla creatività. Questo ci ha sorpreso perché anche in questo caso ci ha fatto capire come ci sia una forte attenzione a tutto campo, e quindi non solo a livello della scuola, nel promuovere la creatività e permettere ai ragazzi di incontrarsi, perché questi sono soprattutto luoghi di aggregazione, e mettere insieme delle idee per poi realizzare nuove progettualità.

Cosa vi ha colpito, in particolare, della vostra esperienza in Finlandia dal punto di vista scolastico?

Per certi versi, ovviamente, l’organizzazione è simile a quella di tutti gli altri paesi, anche il tempo scuola sono 30 ore, però ci sono alcuni aspetti che sono sicuramente interessanti da prendere in considerazione. Uno, per esempio, è l’utilizzo delle pause, in pratica l’ora di lezione è formate da 45 minuti di lezione e 15 minuti di pausa, questo consente ai bambini ed ai ragazzi di poter alleggerire anche la concentrazione e l’attenzione alla lezione, all’attività, e permette di rendere sicuramente in maniera più efficace. Appena suonava la campanella tutti i bambini e i ragazzi andavano in classe in maniera istantanea e ordinata, questo consentiva di rendere efficace questo tipo di organizzazione.

Certo ci vuole un senso civico importante perché se questo aspetto venisse adottato da noi, senza prima un percorso di consapevolezza, rischieremmo che da un quarto d’ora di ricreazione ogni 45 minuti diventerebbe mezz’ora. Poi ci sono due aspetti che mi hanno e ci hanno colpito molto nella visita che abbiamo fatto alla scuola: voi sapete che la scuola finlandese è strutturata su un ciclo unico che parte dai 7 fino ai 16 anni, quindi da quella che è la nostra seconda classe della primaria fino alla seconda classe della secondaria di secondo grado, nella parte terminale di questo ciclo, più o meno dai 12-13 anni, i ragazzi frequentano laboratori di tecnologia che sono estremamente strutturati e ricchi di strumenti, come ad esempio plotter, stampanti 3D, saldatori e tutta una serie di strumenti di falegnameria e di meccanica che i ragazzi sanno usare e sono seguiti da insegnanti, che in quel caso era un ingegnere con competenze nella materia ma anche pedagogiche, didattiche e funzionali, che interagisce con gruppi adeguatamente strutturati e formati da una decina di studenti.

Questo docente ci ha raccontato che la sfida per i ragazzi, una volta che sapevano utilizzare gli strumenti, era quella di invitarli a costruire e progettare degli oggetti. In quel momento, ad esempio, stavano realizzando una lampada e gli studenti dovevano realizzare un piccolo circuito elettrico e tutta la parte del design della lampada stessa. L’aspetto significativo è che all’interno di questo contesto c’erano ragazzi e ragazze di tutte le etnie, ben integrati, in una nazione dove c’è un livello di immigrazione importante e molto ben gestita anche all’interno del sistema scolastico.

Questo ci ha dato anche un segno di quel superamento degli stereotipi di genere che invece da noi spesso impediscono, ad esempio, alle ragazze di sperimentare attività di questo tipo già dalla scuola secondaria di primo grado e che potrebbero essere di supporto per qualsiasi ragazzo che abbia delle competenze legate alla creatività, alle nuove tecnologie, o alle discipline STEM in generale, per la scelta dell’indirizzo scolastico successivo, che potrebbe essere quello di tipo tecnologico. Una scelta che può essere viziata semplicemente perché non hanno avuto la possibilità di sperimentare queste caratteristiche, così come hanno fatto i ragazzi finlandesi all’interno della scuola dell’obbligo.

Un altro aspetto sempre legato allo stereotipo di genere, che non sembra esistere in Finlandia, riguarda l’attività indicata con il termine di economia domestica, che è un aspetto straordinario. Abbiamo partecipato con i nostri studenti ad attività all’interno di un ambiente della scuola in cui erano presenti 8 cucine complete più tutta una serie di strumenti che sono presenti all’interno di una casa, come lavatrici, ferri da stiro letti da rifare, materiali di pulizia, dove gli studenti imparavano a gestire l’economia e la gestione di una casa in autonomia.

Questo significa che gli studenti, anche i maschi, contrapponendolo alla nostra situazione culturale più mediterranea, imparano già dai 14-15 anni a fare la spesa, a cucinare, a pulire e gestire la casa, e quindi avranno sicuramente una maggiore capacità di poter scegliere un percorso in autonomia nella giusta età, anche se da noi può sembrare precoce. In Italia questo aspetto è totalmente capovolto in cui i ragazzi stanno in casa con i propri genitori fino a 25-30 anni e fino a che magari non ci si sposa o si va a convivere con il proprio compagno. Quindi questi due aspetti, secondo me, sono paradigmatici rispetto al superamento dello stereotipo di genere. Questo ci ha molto colpito e nella nostra scuola abbiamo cercato di capire come poter ottimizzare queste esperienze nel nostro contesto.

Professor Rossi, in Finlandia tutti gli alunni hanno a disposizione un tablet o uno smartphone, argomento molto dibattuto anche da noi di recente. Qual è stata la vostra esperienza su questo aspetto.

Quello che abbiamo avuto modo di vedere è che all’interno di tutte le classi sono presenti dispositivi sia analogici che digitali. In pratica abbiamo trovato pianoforti, divani, aree relax ma anche Chromebook, computer e tablet, in particolare utilizzavano degli iPad perché probabilmente garantiscono anche un acceso, attraverso una serie di applicativi, alla creatività e quindi alla costruzione di percorsi di comunicazione e di restituzione legati ad aspetti di creatività. Credo che la scuola debba assolutamente essere in grado di gestire le innovazioni, ci sono sempre state. Magari qualche anno fa poteva essere la lavagna luminosa o il proiettore, oppure il ciclostile, come ai tempi di Mario Lodi che era uno strumento innovativo e che sapeva utilizzare efficacemente realizzando il giornalino di classe. Lo stesso si può dire di don Milani attraverso l’uso dei rapporti epistolari che oggi ci potremmo immaginare con le e-mail o i blog.

Noi come scuola dobbiamo essere in grado di aiutare i nostri ragazzi a utilizzare la tecnologia nella maniera più funzionale possibile, è una nostra competenza, quindi i tablet, le LIM e gli strumenti tecnologici in generale sono di supporto, complementari, alla didattica tradizionale. Prima di essere dirigente scolastico sono stato maestro elementare per 20 anni ed ho sempre fatto attenzione all’insegnamento delle discipline, all’utilizzo del corpo così come all’utilizzo degli strumenti tecnologici come, ad esempio, l’utilizzo di applicativi del tipo di GeoGebra, che i bambini sono in grado di utilizzare con la giusta gradualità e anche con la giusta competenza.

A volte può essere anche utile utilizzare tablet o anche smartphone per fare magari delle attività di verifica, penso ad esempio a Kahoot che è un programma che molti insegnanti utilizzano per fare delle verifiche con un approccio stimolante per gli studenti perché utilizza una modalità a loro vicina. Poi dobbiamo aiutarli, questo è fondamentale, a gestire anche gli aspetti sociali che afferiscono alla tecnologia, che sono nello smartphone e nei social in generale, come la gestione delle chat e la gestione dei social media, ovvero l’aspetto legato alle forme di comunicazioni, di prestazione, di bullismo o di violenza mediatica. È un aspetto sul quale la scuola non può esimersi.

Di contro avere il cellulare in classe per telefonare o per riprendere l’insegnante sono usi che devono essere vietati, ma questo già esiste. La nota del Ministro dice un’ovvietà che la scuola ha sempre fatto, non esiste una scuola in cui è consentito l’utilizzo attivo del cellulare in classe, magari ci sono alcune scuole, penso in particolare alla secondaria di secondo grado, in cui è consentito poter portare il cellulare in classe ma tenendolo spento oppure lasciandolo all’ingresso o sulla cattedra. Però questa demonizzazione, da una parte e dall’altra, diventa un aspetto più ideologico che non pragmatico. Dobbiamo essere consapevoli che questo è un nostro compito, è un compito della scuola così come lo sono tanti altri di carattere sociale, come i rapporti con le famiglie e con la comunità educante. È un compito molto complesso, quello della scuola, che non si limita all’insegnamento delle materie curricolari.

Professor Rossi, parlando proprio delle materie, una caratteristica della scuola finlandese è l’approccio olistico dell’insegnamento che va al di là delle singole materie. Un po’ quello che diceva Edgar Morin quando parlava della società complessa e che la scuola, per semplicità, la spacchetta in materie. Voi avete avuto modo di apprezzare questo approccio metodologico?

Hai citati un sociologo e filosofo molto significativo, Morin richiama in maniera pragmatica e competente quello di cui dobbiamo essere consapevoli. Noi purtroppo parcellizziamo troppo le materie, le spacchettiamo, le suddividiamo in discipline e sottodiscipline. Se nella scuola primaria riusciamo ancora un po’ a mantenere una parvenza di approccio olistico è perché abbiamo meno insegnanti e quindi c’è un po’ più di trasversatilità e comunque le materie sono più ambiti culturali. Già dalla scuola secondaria di primo grado si fa fatica a far capire ai ragazzi che quando si studia la storia si studia anche la tecnologia, la geografia e tanti altri aspetti che sono collegati tra loro.

Questo aspetto olistico noi non abbiamo avuto modo di percepirlo in un periodo così breve. La scuola finlandese è sicuramente efficiente per quanto riguarda il primo ciclo, i risultati sono evidenti, ma anche loro iniziano ad avere problemi. L’ultimo giorno della nostra esperienza in Finlandia abbiamo incontrato un parlamentare che ci raccontava appunto di come negli ultimi anni anche il ciclo di formazione primario è un po’ in difficoltà, anche perché dal punto di vista economico tutto quell’investimento che è stato fatto fino a cinque/dieci anni fa, nell’ultimo periodo è un po’ in crisi. Nel secondo ciclo, invece, non si raggiunge quel livello di efficienza visto in precedenza. La Finlandia se è eccellente nel settore primario non lo è nel settore secondario. Mi preme dire però, che un aspetto importante nel passaggio dal primo al secondo ciclo è che i ragazzi riescono a poter scegliere un percorso professionale o di studio con la prospettiva universitaria a sedici anni. Un aspetto che è invece un grosso limite del sistema scolastico italiano, ma in generale dei sistemi scolastici del sud Europa, dove la scelta viene effettuata all’età di 14 anni.

Quindi ritorna quel discorso legato alla creatività e alla tecnologia sperimentate nei laboratori e ci fa capire come questa visione olistica possa essere messa a valore all’interno del sistema scolastico finlandese. Nel momento in cui offri agli studenti la possibilità di creare e di sperimentare, sono loro stessi che raccolgono le competenze dai vari ambiti disciplinari e ne fanno una sintesi attraverso un prodotto, un lavoro, un’idea o un progetto. Un altro aspetto di Morin che mi preme ricordare è che non bisogna riempire la testa di nozioni, lui affermava, citando Montaigne, che è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena, in cui non si inseriscono nozioni. Questo per dire che dobbiamo superare questo aspetto che è tipico della scuola italiana di stampo gentiliano, in cui si inseriscono nozioni che oggi si possono trovare tranquillamente, e in un istante, attraverso i dispositivi mobili.

Dobbiamo acquisire le competenze, come la capacità di saper ricercare le informazioni a cui abbiamo accesso e di saperle utilizzare. Oggi le enciclopedie non esistono più perché ce l’abbiamo nel telefonino. Oggi abbiamo ancora più bisogno di questa visione olistica, cioè di saper utilizzare le nostre conoscenze attraverso le competenze che la scuola ci deve offrire, questa è sicuramente la sfida.

Forse la nostra generazione di cinquantenni è ancora un po’ ancorata a questo retaggio culturale di scuola dove se non si insegnano nozioni sembra che non si insegni nulla. Ma questi apprendimenti sono effimeri perché poi la memoria li fa sparire nel limbo del nostro cervello e tutto quell’investimento di studio mnemonico che abbiamo fatto viene a perdersi. Invece una competenza strutturata, fatta anche a livello pratico, laboratoriale, operativo e anche emozionale, come la Lucangeli spesso ci ricorda, sono quegli elementi che ci rendono duraturo e permanente quella competenza che rimane per tutta la vita. Allora se dobbiamo formare gli studenti, i cittadini, dobbiamo formarli affinché la loro formazione duri per tutta la vita e quindi dobbiamo utilizzare gli strumenti più efficaci.

Chiudiamo con un’ultima domanda. La Finlandia ha investito molto anche sull’edilizia scolastica costruendo scuole legate alla concezione olistica, noi, invece, soprattutto in molte realtà, abbiamo scuole vecchie e un po’ obsolete. Detto ciò, secondo lei è possibile replicare l’esperienza finlandese anche in Italia o quantomeno prendere spunto da questa esperienza per migliorare il nostro modo di fare scuola?

 In realtà lo stiamo già facendo, lo abbiamo sempre fatto. È ovvio che a livello sistemico non è facile perché non ci sono le risorse che ci sono in Finlandia e soprattutto non c’è quella cultura civica che c’è nei paesi scandinavi, questo è forse un po’ il nostro limite, quindi non è possibile replicare. È doveroso, invece, mettersi in relazione e queste esperienze di Erasmus, che facciamo anche come docenti, sono proprio occasioni in cui ci incontriamo, ci scambiamo buone pratiche da poter realizzare, così come nell’esempio fatto in precedenza di questi due aspetti di laboratorio, quello tecnologico accessibile anche alle ragazze e di attività di economia domestica offerta agli studenti; oppure delle pause attive, come pause che si possono svolgere all’interno della classe però come momento di riposo, di stacco, perché questo è un momento di necessità.

Ogni scuola, poi, deve declinare queste nuove pratiche nel proprio contesto. Non esiste un modello unico perché, come dicevi, ci sono scuole magari strutturalmente più adeguate, che hanno anche degli ambienti già strutturati, mentre altre non li hanno. La creatività del dirigente scolastico e degli insegnanti e quella di valorizzare al massimo quelli che sono gli ambienti e le risorse a disposizione per replicare alcuni aspetti dell’esperienza finlandese. Magari nei prossimi anni andremo in Spagna, in Francia, in Belgio, a Malta, in Irlanda o in altri paesi europei e magari scopriremo altri aspetti interessanti che potrebbero essere replicati nella nostra scuola. Concludo con una osservazione legata all’inclusione. Quando il gruppo finlandese è venuto in Italia, a maggio dello scorso anno, durante la visita alla nostra scuola è rimasto sorpreso del livello di inclusione.

Nelle nostre scuole abbiamo bambini con diverse criticità, anche con gravi disabilità, che partecipano all’interno della classe con attività di inclusione attraverso un insegnante di sostegno, ma anche attraverso la relazione con gli altri bambini del gruppo classe. È un aspetto che in Finlandia, ma in generale in molti paesi europei, non esiste. Questo per dire che la nostra legislazione e la nostra cultura dell’inclusione per la disabilità credo che sia un’eccellenza del nostro sistema scolastico.

Certamente ci sono aspetti di criticità, come ad esempio la valorizzazione degli insegnanti con il fondo d’istituto, che è una cifra ridicola. Quando parliamo di valorizzare gli insegnanti se non ci sono risorse per consentire a chi magari fa il vicepreside, il fiduciario o il coordinatore di classe di avere un giusto riconoscimento, e non quella cifra simbolica che viene distribuita attraverso questo fondo, certo non si può fare nulla. Però sull’inclusione dobbiamo essere orgogliosi di avere un sistema che può fare scuola.

In Finlandia, ad esempio, hanno delle classi di sostegno in cui vanno i bambini e i ragazzi che hanno bisogno di un aiuto, di un supporto, anche temporaneo, prima di rientrare in classe. Quindi c’è una sorta di lavoro in esclusione, in piccolo gruppo o individuale, che da noi invece è residuale come azione. Di solito lavoriamo in un sistema mediante il quale si possa lavorare all’interno della classe, perché diventa un’opportunità formativa straordinaria anche per i bambini che sono in classe con i bambini con diverse abilità, perché imparano e acquisiscono competenze relazionali che poi formano loro stessi.

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