Patrick Zaki è libero: in arrivo in Italia

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Il ricercatore Patrick Zaki, graziato ieri dal presidente egiziano al-Sisi e di cui è previsto oggi il ritorno in Italia, è stato rilasciato dal carcere in cui era detenuto al Cairo.

Appena liberato, dopo aver stretto la mano a un uomo della sicurezza in maglietta a righe al limitare di una serie di transenne, Patrick Zaki ha abbracciato per vari secondi la madre Hala, poi la fidanzata Reny Iskander, la sorella Marise e il padre George.

“Sono finalmente libero, sono impaziente di tornare a vivere e spero presto di tornare in Italia”. Così ai microfoni della Rai Patrick Zaki, dopo il suo rilascio dalla stazione di polizia di Mansoura all’indomani della grazia concessa dal presidente egiziano Abdel Fatah al Aisi. Dopo la condanna a tre anni di carcere “ero un po’ depresso – ha detto – sono stati giorni intensi, ma per fortuna ora sono libero”. Zaki ha ringraziato “la città di Bologna, il rettore dell’Università, i cittadini di Bologna, una comunità di cui mi sento fortunato a fare parte, perché sono ormai anni che si occupano” del caso. E poi ha ringraziato “i diplomatici per il dialogo a livello internazionale che hanno intavolato e tutti coloro che in questi giorni mi sono rimasti accanto, facendo grande sforzi per ridarmi la libertà”.

Il caso

Patrick Zaki era uno studente egiziano, ora laureato in studi di genere all’Università di Bologna, quando è stato fermato il 7 febbraio 2020 (con formalizzazione dell’arresto il giorno dopo) all’aeroporto del Cairo mentre rientrava in Egitto per una vacanza. Anche se la circostanza è stata smentita dalla procura, le modalità del fermo sarebbero state illegali: gli avvocati di Zaki hanno denunciato che agenti dell’Agenzia di sicurezza nazionale (la temuta Nsa) l’hanno tenuto bendato e ammanettato per 17 ore durante il suo interrogatorio allo scalo cairota.

L’attivista, inoltre, sarebbe stato picchiato e torturato con scosse elettriche. Durante il periodo pre-processuale, tra il febbraio 2020 e il settembre 2021, Zaki ha dovuto affrontare 18 udienze in cui sono stati decisi prolungamenti della sua custodia cautelare: l’ha passata quasi tutta nel carcere di Tora al Cairo, dopo meno di un mese trascorso nelle celle di due commissariati e di una prigione di Mansura, la sua città natale sul delta del Nilo. Soprattutto durante il primo periodo della pandemia, nella primavera 2020, la sua vicenda giudiziaria è stata connotata da nove slittamenti delle udienze per il rinnovo della custodia cautelare.

A Tora Zaki ha dormito sempre per terra, usando coperte come materasso e patendo forti dolori alla schiena. Ha ricevuto la prima visita dei parenti dopo cinque mesi e mezzo di reclusione. L’allora solo studente dell’Alma Mater ha rischiato 25 anni di carcere per una fantomatica serie di dieci post pubblicati su Facebook che istigavano alla sovversione ma che lui ha sempre negato di aver scritto: sarebbero apparsi su un account che porta due (Patrick George) dei suoi tre nomi principali, ma non sono stati mai resi noti o consegnati alla difesa. I testi erano stati usati per accusarlo di “diffusione di notizie false”, “incitamento alla protesta” e “istigazione alla violenza e a crimini terroristici”, reati che in Egitto possono costare anche il carcere a vita. Zaki era tornato a piede libero nel dicembre di due anni fa.

L’accusa di “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese”, al centro del processo che si è concluso nei giorni scorsi e per la quale erano comminabili fino a 5 anni di carcere, si basa su un articolo che il cristiano Zaki ha scritto nel 2019 su attentati dell’Isis e due casi di presunte discriminazioni di copti, i cristiani d’Egitto.

Il 18 luglio 2023, quindi, Zaki è stato condannato a tre anni di carcere. Il giorno dopo, l’annuncio della grazia e la conclusione di un incubo durato tre anni e mezzo.

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