Parola chiave Concorso 2016: tagliare! Lettera

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Si susseguono da più giorni, ormai da mesi, le notizie intorno al concorso della scuola 2016. Presentato come il punto più alto dell’azione democratica e riformatrice del Miur, la seconda panacea del mondo dell’istruzione- la prima è stata l’epurazione parziale delle Gae- , il concorso 2016 al contrario è la manifestazione lampante che la Buona Scuola non guarda al futuro, né si rivolge al passato, ma ristagna in un eterno presente in cui l’esigenza primaria è quella di tagliare.

Si susseguono da più giorni, ormai da mesi, le notizie intorno al concorso della scuola 2016. Presentato come il punto più alto dell’azione democratica e riformatrice del Miur, la seconda panacea del mondo dell’istruzione- la prima è stata l’epurazione parziale delle Gae- , il concorso 2016 al contrario è la manifestazione lampante che la Buona Scuola non guarda al futuro, né si rivolge al passato, ma ristagna in un eterno presente in cui l’esigenza primaria è quella di tagliare.

Il ministero, seguendo il criterio oggettivo della selezione, mostra all’opinione pubblica di voler tagliare i ponti con il modello retrò del passato, la cosiddetta supplentite renziana, cercando di realizzare una nuova forma di organico scolastico basata sull’efficienza. Stabilità, competenze metodologiche e didattiche, docenti under 40, sono alcune delle parole ad effetto che gli organi di stampa di Viale Trastevere impiegano per motivare le buone ragioni del nuovo concorso. Considerata la situazione da questo versante, il taglio ministeriale sarebbe, non solo giusto, ma addirittura provvidenziale. In ogni caso, Il trucco dov’è?

Come testimonia la lingua italiana, il verbo tagliare possiede diversi significati. L’atto del tagliare, del recidere, varia in base ai campi semantici di riferimento, agli ambiti di applicazione e al grado di competenza con cui lo si compie. Non possiamo dire che tagliare una mela equivale a tagliare un albero, né tantomeno è possibile pensare che tagliare i posti di lavoro e tagliare i ponti con il passato sono la stessa cosa. Una cosa è certa: il Miur sta cercando di prendere così tanta confidenza con questo tipo di azione che a breve la inserirà nel novero delle nuove classi di concorso, dato che quelle testé approvate dovranno essere di lì a poco modificate.

Vediamo cosa il Miur ha deciso di tagliare. Per cominciare, il concorso non sancirà solamente la vittoria di un candidato su tre o su cinque – questo dipenderà dalla decisione del Tar di ammettere o meno l’esercito degli esclusi-, ma determinerà anche l’eliminazione indiscriminata degli sconfitti. Quest’ultimi, infatti, non solo dovranno digerire il boccone amaro dell’esito infausto, ma dovranno anche fronteggiare la loro situazione lavorativa nell’immediato futuro. Ad esempio, se un candidato non supera il concorso per la regione in cui è iscritto anche in GI, dalla quale abitualmente riceve incarichi annuali, correrà il rischio nel giro dei prossimi due anni di starsene a casa, poiché la totalità delle cattedre vacanti sarà occupata. Lo sconfitto sarà degradato a supplente semplice ed entrerà in campo solo all’occorrenza – può darsi che mandando MAD in tutt’Italia potrà nutrire qualche speranza in più oppure, dato che i posti liberi sul sostegno sono ancora molti, farà il docente di sostegno per ripiego. I diplomi del tfa e del pas, considerati sotto questa luce, perdono di qualsiasi efficacia, acquistando soltanto una valenza onorifica – simile a quella dei certificati di araldica che compriamo durante le fiere per vantare agli altri qualche bisnonno barone! C’è da aggiungere, però, che la normativa parlava chiaro: Tfa e Pas non danno diritto al ruolo né all’accesso in Gae. Quindi, di per sé, questi percorsi di abilitazione non sono stati concepiti con lo scopo manifesto del raggiro. Ciò almeno fino all’emanazione della legge 107. Essa infatti ha fatto sfumare, sia il sogno del posto fisso, sia la precaria stabilità derivante dalle supplenze di seconda fascia.

In realtà, il Miur perfezionerà le sue competenze “di taglio” anche sulle persone che l’abilitazione non la possiedono. I neolaureati, gli sconfitti degli scorsi Tfa- i docenti di terza fascia insomma-, saranno un altro gruppo promettente di cavie . Il concorso infatti, da un lato li esclude per mancanza di requisiti –l’abilitazione-, dall’altro lato, invece, gli chiude le porte della scuola . La nuova generazione di docenti o meglio, di aspiranti docenti – fascia d’età 25-30 anni-, sarà di fatto esclusa dal mondo della scuola almeno sino al 2019. Con la programmazione e la ripartizione triennale dei posti messi a concorso e con il progressivo svuotamento delle Gae, le giovani leve sono state completamente tagliate fuori. Inoltre, considerando che la legge Fornero sta rallentando fortemente il ricambio generazionale – si pensi che quest’anno le domande di pensionamento sono state appena 13000 -, coloro che avrebbero realmente la possibilità di rinnovare la scuola, saranno costretti, prima ad invecchiare e poi, nel caso, ad insegnare. Forse il ricorso che richiedono è legittimo: lo è nella misura in cui potrebbe essere l’ultimo tentativo di inserimento nel mondo della scuola. In alternativa ci sono due possibilità: aspettare o cercare un altro lavoro. Un passo indietro: le possibilità sono tre. Il Miur sta preparando per loro il terzo ciclo di tfa! Di fatto, il miglior modo per superare la fase transitoria è un bel tfa: le università avranno la possibilità di recuperare le perdite derivanti dal calo delle iscrizioni, il malcontento generale sarà anestetizzato dall’illusione dell’acquisizione di un titolo che possiede una valenza simbolico-sociale e non reale, alcuni baroni potranno dare il contentino ai loro assistenti, ricompensandoli per il lavoro che svolgono – così, per gioco, cercate i nomi dei vincitori degli scorsi tfa nei dipartimenti universitari di appartenenza e magicamente spunteranno nell’elenco dei dottori di ricerca, ricercatori, cultori della materia e collaboratori. Per quanto concerne quest’ultimo punto, mi sento di fare una precisazione: lungi da me la generalizzazione. Ci sono molti docenti e ricercatori che il tfa lo hanno vinto per merito personale, supportati da commissioni imparziali. Purtroppo, però, l’imparzialità è un po’ come la giustizia: non appartiene a questo mondo, o meglio, alberga solo in poche coscienze.

Ora, se questa è la situazione, che fare?

Si potrebbero prospettare delle soluzioni utopiche. Chiariamo una cosa: l’utopia non è fantasia, né immaginazione – anche se abbiamo bisogno di loro per vivere -, ma è il tentativo di pensare ad una situazione migliore della presente, con il fine di realizzarla nei fatti in futuro. Elencherò per punti delle soluzioni utopiche che possano riconoscere a ciascun comparto dei precari valore, dignità e lavoro.

– Modificare la legge Fornero, così da assicurare il ricambio generazionale.

Questa cosa gioverebbe ai docenti giovani, a quelli anziani, agli studenti.

– Riconoscere a docenti Tfa e Pas il diritto d’accesso alle Gae.

– Annullare il concorso e prevederne uno nuovo per i non abilitati che assicuri, nel contempo, abilitazione e lavoro stabile – secondo una scansione biennale e su posti realmente disponibili.

– Modificare il meccanismo delle classi di concorso, pedissequo nella rigida corrispondenza: laurea-crediti caratterizzanti- materia d’insegnamento. Chi ha conseguito un percorso di laurea quinquennale, in Storia, Italiano, Filosofia, Matematica, etc… non sarebbe anche in grado di insegnare altre materie, previa corsi di rafforzamento contenutistici e metodologico- didattici? Tale soluzione guarda alla possibilità di inserire nel mondo della scuola anche coloro che appartengono a classi di concorso da sempre sature. Insomma: per insegnare le espressioni alle medie bisogna essere matematici o per spiegare un capitolo di storia bisogna essere storici?

– Sciogliere il vincolo abilitazione ordinaria/specializzazione sul sostegno: l’una o l’altra oppure l’una e l’altra. Per insegnare ai diversamente abili bisogna essere portati, essere forti. Il meccanismo attuale ha portato solo ad una scelta di convenienza, dettata dalla necessità.

Mi si dirà: “Sono soluzioni utopiche”. E’ vero sono soluzioni utopiche, ma se vogliamo realizzarle dovremmo quantomeno provare ad essere uniti. La faziosità, la chiusura corporativistica –io sono un tfa, tu un pas, egli un laureato -, porta solo alla guerra tra poveretti. La contrapposizione tra insegnanti di categoria diversa è una costruzione statale e sindacale che va superata, se tutti noi insegnanti vogliamo essere tutelati in egual misura e assicurare alle generazioni future di docenti una situazione diversa da quella attuale. Solo con la nascita di un movimento culturale, comprendente “tutti i docenti”, è possibile far venire alla luce un’azione realmente riformatrice. Non dimenticate: la scuola per cambiare deve cambiare dal basso, altrimenti l’alternativa è unica: tagliare!

Ps: se il Ministro possiede soluzioni migliori, sono in ascolto.

Prof. Stefano Gargano,

docente precario di III fascia        

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