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Paola Mastrocola. Brevi note su “Togliamo il disturbo”.

Di Lalla
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di A. Lalomia – Paola Mastrocola (1) ha molti difetti. Il più grave è senza dubbio quello di scrivere in modo elegante ma chiaro, scorrevole, comprensibile. Si fa capire senza difficoltà, e questo per alcuni è intollerabile.

di A. Lalomia – Paola Mastrocola (1) ha molti difetti. Il più grave è senza dubbio quello di scrivere in modo elegante ma chiaro, scorrevole, comprensibile. Si fa capire senza difficoltà, e questo per alcuni è intollerabile.

Un altro limite è quello di riuscire ancora a stupirsi, a indignarsi, a dire quello che pensa, a chiamare con il loro nome realtà di degrado -materiale e psicologico- che ormai vengono considerate quasi inevitabili da molti docenti (vinti forse dallo sconforto e dalla rassegnazione) e purtroppo anche da qualche autorità. Il suo è un periodare garbato ma deciso, senza reticenze o concessioni al politicamente corretto.

Con premesse del genere, non sorprende che il suo ultimo libro abbia incontrato, accanto a numerosi e convinti consensi, anche delle critiche (2) .

Per quanto mi riguarda, trovo che gran parte delle osservazioni dell’A. siano più che concrete e riflettano uno stato di cose che si trascina da troppo tempo per essere ritenuto ancora sopportabile. Esse dovrebbero servire anzi a promuovere una profonda riflessione su una serie di temi che in genere si danno per scontati.

Cerchiamo di ricordare, in estrema sintesi, qualcuno dei punti più significativi del pensiero di Mastrocola.

Il primo è che l’obbligo scolastico dovrebbe durare fino a quattordici-quindici anni, ma dopo un percorso didattico decisamente più severo dell’attuale, in particolare sul piano dell’acquisizione delle conoscenze e delle competenze linguistiche, un settore a cui vanno riservati tempo e risorse molto più ampi rispetto a quanto non accada oggi, vista l’importanza che quei parametri rivestono nell’intero processo di crescita culturale e psicologica del ragazzo.

La proposta di concludere la fase dell’obbligo scolastico a quattordici-quindici anni, dopo i quali l’adolescente va lasciato libero di decidere in base alle sue inclinazioni, appare più che ragionevole. Se il ragazzo, dopo questo limite di età, ha voglia di studiare (anche se non è un genio), continui, aiutandolo magari con borse di studio (o altre forme di sostegno finanziario) nel caso in cui versi in condizioni economiche disagiate; altrimenti, vada a fare il barista, il cameriere, il fattorino, il commesso. È fuori da ogni logica -e oltretutto molto costoso- costringerlo ad un’attività -lo studio, appunto- che gli risulta del tutto estranea. Qui non si tratta di selezionare o di discriminare l’utenza in base al QI o all’estrazione sociale; qui si tratta semplicemente di prendere atto che per decine di migliaia di adolescenti lo studio rappresenta un’imposizione, un sopruso, a cui questi ragazzi rispondono spesso con l’apatia o, peggio, con comportamenti teppistici e con atti di vandalismo.

A mio parere, comunque, l’idea di investire soltanto su chi è veramente portato verso lo studio (evitando così di perdere tempo e denaro con i refrattari), dovrebbe accompagnarsi ad un poderoso potenziamento dei corsi per adulti, convogliando su questo settore grandi risorse, per consentire il rientro formativo -finalizzato al conseguimento di un titolo, nonché di conoscenze e di competenze spendibili sul mercato del lavoro- anche di quegli elementi che da giovanissimi non hanno capito l’importanza dell’impegno scolastico e non sono riusciti ad apprezzare il valore dello studio. Bisogna autorizzare nuovi corsi per adulti, attivandone anche in quei segmenti che finora sono stati trascurati.

È giusto smetterla di sprecare soldi con i soggetti che non hanno voglia di aprire un libro, indirizzandoli subito verso un percorso lavorativo; ma è altrettanto doveroso lasciare aperta la porta a questi stessi soggetti che magari, dopo anni di lontananza dalla scuola e dopo aver capito che cosa significhi affrontare la vita senza diploma, decidono spontaneamente di riprendere a frequentare, animati da ben altro spirito rispetto a quello che avevano quando erano adolescenti.

Il secondo punto riguarda i programmi di alcuni segmenti educativi.

Che senso ha accanirsi a far studiare, ad un allievo che frequenta un IPSIA, Ariosto, Manzoni, la Cattività Avignonese o la Guerra di Successione Austriaca ? Non sarebbe meglio, come ho ricordato io stesso in passato, togliere da certe scuole superiori tutte quelle materie (o quantomeno quegli argomenti) che non servono al ragazzo per la preparazione professionale?

Se io chiamo un elettricista, mi aspetto che sappia fare bene il suo mestiere e che sia onesto: tanto mi basta. Se poi lo stesso, finita la riparazione in casa, mi intrattiene con i suoi commenti sui “Promessi Sposi”, mi fa cosa gradita, ma non necessaria.

È evidente che questo nuovo modello di scuola presuppone anche il ridimensionamento di tutte quelle incombenze che spesso fanno sentire un docente più un burocrate che un professionista con compiti di formazione e di educazione. Meno riunioni (e meno chiacchiere) e più attività didattica in classe, quindi.

Un altro elemento di grande importanza su cui Mastrocola si sofferma, riguarda il look con cui troppi studenti si presentano a scuola, un look che talvolta autorizza l’uso di parole come spaventapasseri o zombie.

Anche su questa anomalia in passato io mi sono permesso di richiamare l’attenzione di chi potrebbe cambiare l’attuale scenario. Trovo squallido, indecente, vergognoso, offensivo nei confronti dell’istituzione scolastica il modo di presentarsi in classe di certi alunni e alunne. Il Ministero dovrebbe impartire ordini severissimi a tutti gli istituti per impedire l’accesso a quegli studenti che non sanno che cosa siano la cura della propria immagine, la pulizia, la decenza, la pudicizia, la verecondia, il rispetto per sé e per gli altri -un rispetto che si esprime anche nel modo in cui ci si presenta in pubblico e nel non sottoporre il proprio corpo ad autentiche sevizie, come ad esempio il piercing o i tatuaggi- .

Note

(1)L’A. insegna nel biennio del Liceo Statale “Augusto Monti” di Chieri (To). (www.liceomonti.it)

Per approfondire la sua conoscenza, v. la pagina su “Centopagine. Autori in Piemonte”, con una ricca bibliografia, nonché le interviste raccolte su “InfiniteStorie”.

Questa la pagina dedicatale dalla Casa Editrice Guanda.

Su Facebook esiste una pagina creata dai suoi fan, con centinaia e centinaia di giudizi lusingheri sull’A. .

Mastrocola è autrice anche del “Manifesto della parola bandita” (“Crediamo che oggi leggere sia l’unico gesto politico possibile, e che sia un gesto rivoluzionario.”), presente con altri articoli dell’A. qui ; inoltre è tra i soci fondatori di Readere , associazione che “immagina, progetta e realizza attività che aiutino a comprendere, accrescere, valorizzare, diffondere, raccontare la felicità di leggere”. ()

Ammirevole anche la sua difesa della lingua italiana, di fronte alla rutilante avanzata dell’inglese, che si vorrebbe addirittura imporre come lingua d’insegnamento principale anche nelle nostre scuole, relegando l’italiano a L2. Una scelta del genere, prima ancora che distruttiva, sarebbe demenziale, quando si pensi all’immenso patrimonio culturale in lingua italiana, un patrimonio che ci viene invidiato in tutto il mondo, a partire proprio dai paesi anglofoni.

Da alcuni docenti l’A. è giudicata di destra, ma vorrei ricordare che la stessa ha firmato l’appello a difesa della scuola pubblica promosso da “Repubblica” dopo le frasi del premier che hanno innescato le note reazioni. Inoltre, il 17-02-11, “l’Unità”, ha pubblicato un suo articolo che illustra le sue idee sulla scuola e che invito a leggere attentamente: “Sei uno studente W, C o K ? Ecco la scuola come io la sogno.” .

Per inciso, le sue proposte sulla scuola servirebbero anche a risolvere, sia pure in parte, il problema dei precari.

Molti dei libri di Mastrocola sono facilmente reperibili tramite IBS .

(2)Paola Mastrocola, “Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare.”, Guanda, 2011.
Su questo sito è possibile leggere alcune pagine dell’ opera.

Qui il booktrailer del libro.

Per le recensioni, cfr. Giorgio Israel, “Recensione dell’ultimo libro di Paola Mastrocola”, nonché gli articoli apparsi nello speciale dedicato dal “Sussidiario” all’ultima opera della scrittrice torinese.

V. inoltre:

Antonio Angeli, “La scuola? Meglio chiuderla.” ;

Togliamo il disturbo-Paola Mastrocola”, che offre anche il video dell’intervista all’A. durante la sua partecipazione a ‘Che tempo fa’ del 20-02-11 ;

Pietro Citati, “Perché ormai i nostri ragazzi pensano che studiare sia inutile”
(“Malgrado la passione di Paola Mastrocola, temo che il suo libro sia troppo ottimista.”) ;

Andrea Coccia, “Togliamo il disturbo” ;

Annalena Benini, “La Prof. Mastrocola propone di non studiare per salvare la cultura” ;

“Quando non studiare diventa una libera scelta dell’allievo”.

Soffermandomi sulle critiche a Mastrocola, vorrei osservare che solo chi non conosce veramente la realtà scolastica o chi ama polemizzare per partito preso, può smentire quanto l’A. sostiene, peraltro con tono tutt’altro che apodittico o rancoroso.

Si potrà discutere sul primato che Mastrocola attribuisce al liceo classico e a quello scientifico rispetto ad altri tipi di scuola (un primato che in diversi casi è tutto da dimostrare: v. il testo di Sergio Palazzi inserito nello speciale del “Sussidiario” citato sopra), ma è un fatto che le sue annotazioni costituiscono la fotografia autentica di una parte significativa dell’utenza scolastica. Del resto, la prima a chiamarsi in causa per la crisi della scuola italiana è proprio lei, in quanto espressione di una generazione che, forse, non è stata capace di produrre allievi meno amorfi e lontani dal messaggio educativo.

In realtà, forti responsabilità dovrebbero essere attribuite ai genitori degli alunni refrattari (soprattutto a quelli che obbligano i loro figli, animati da ben altre inclinazioni, a frequentare il liceo anziché un IT o un IP).
Anche la scuola media inferiore dovrebbe interrogarsi sui suoi limiti, in particolare a proposito delle indicazioni che fornisce al termine del ciclo di studio (“Si consiglia l’iscrizione a … ”). Sono troppi i ragazzi che si iscrivono ad una scuola superiore senza aver verificato attentamente se corrisponde ai loro interessi personali. I problemi legati alla scelta sbagliata delle superiori potrebbero essere superati fornendo a tutti gli allievi del biennio la possibilità di cambiare facilmente il tipo di scuola, consentendo loro di iscriversi al segmento educativo verso cui si sentono più portati.

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