Pandemia: finiremo nei libri di storia di domani, sempre che ci siano ancora dei libri a veicolare conoscenze e saperi

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Quale futuro ci attende? Quanto ci importa realmente di costruirne uno sufficientemente buono? Ci saranno robottini da ogni parte e macchine volanti? Le scene che vediamo oggi nei film di fantascienza, che peraltro ci affascinano, diventeranno realtà? Se avessi una sfera di cristallo sono certa che vedrei persone efficienti, produttive e soprattutto velocissime, ma ripiegate su sé stesse, invisibili in un mondo più che frenetico, affollato… un altro tempo. E la scuola? Chissà!

Niente banchi, computer elaboratissimi ovunque, giovani iper connessi, autonomi, fagocitati dalle prestazioni, selezionati e competitivi ma…soli, senza sguardo verso il cielo, perché il cielo non avrà stelle. A chi piacerebbe un simile scenario? Siamo sinceri, cerchiamo il coraggio di dire il vero. È la verità a renderci liberi, sappiamo bene che è il presente a disegnare il futuro di cui, ci piaccia o no, siamo responsabili. Quale futuro stiamo confezionando per i nostri giovani? Quali opportunità offriamo loro? È più semplice giudicarli, anche impietosamente, trovare le loro falle, rimproverarli delle mancanze. Ma non ci poniamo domande e, convintamente, crediamo di essere sempre e comunque nel giusto e di aver agito per il loro bene.

L’epidemia ha creato un indescrivibile trambusto, ha capovolto quei sistemi che apparentemente davano sicurezza, ha rotto degli equilibri, ha stravolto le nostre certezze, ha fatto traballare vistosamente la scuola, strutturalmente già in bilico e non sono più sufficienti gli interventi emergenziali, l’abbiamo rattoppata già mille volte. Va proprio riprogettata.

Siamo in crisi: è l’unica certezza. Eppure la crisi è una benedizione, aveva sostenuto A. Einstein, essa ci offre la possibilità di un’apertura al nuovo, un’alternativa migliore del prima. Ma occorre un rinnovato habitus mentale che abbia come primario e assoluto obiettivo la scuola e con essa l’istruzione, l’educazione, la formazione dei nostri giovani. Da qui bisogna ricominciare.

La costruzione del futuro comincia dalla scuola, la quale dopo e con la famiglia, permette ai giovani di delineare un progetto esistenziale. È qui che i nostri giovani imparano a giocare la vita, a sviluppare un pensiero critico e non omologato, è qui che forgiano il pensiero, imparano a confrontarsi con la diversità, a dialogare con gli altri, a comprendere il valore di una società democratica, a sentire che l’uguaglianza è un principio fondamentale dello stare al mondo, che la dignità dell’essere umano non va calpestata per nessuna ragione, che il rispetto e l’ascolto dell’altro sono la possibilità di vivere eticamente, che esistere significa stare dentro il mondo da protagonisti attivi e costruttivi, che ogni essere umano ha il diritto sacrosanto a progettarsi e tanto altro ancora. Sono tanti i maestri che si chiedono: che cosa fare? Ebbene, almeno utilizziamo questo tempo sospeso per ridisegnare un nuovo e macro progetto pedagogico – educativo per la scuola che sarà. Si dice in giro che “nulla sarà più come prima”. Bene, è un buon auspicio, perché la crisi proprio questo richiede: il cambiamento, la trasformazione e che sia migliorativa. Non perdiamo tempo! Incominciamo a ricostruire! Propongo, tra i tanti tavoli di lavoro, i tanti comitati tecnico-scientifici che pullulano ovunque, la costituzione di un tavolo pedagogico- educativo, dove esperti dell’educazione e della formazione, maestri, dirigenti scolastici, psicologi dell’educazione possano iniziare a gettare i semi di una scuola nuova. Chi abita la scuola, chi ascolta il detto e il non detto dei giovani studenti, chi sa cogliere il messaggio di ogni loro sguardo, chi ne conosce i problemi e le difficoltà o la sofferenza, può sapere, conoscere, fare e…porre le basi di un futuro buono, a misura d’uomo dove le pur necessarie tecnologie saranno tecno -umanizzate. Questa è la vera sfida.

Diversamente si andrà a porre un ulteriore rattoppo alla parete, al soffitto, si acquisteranno arredi più moderni ma non si sarà modificata l’idea di scuola e si rischierà la totale demolizione della sua funzione di sviluppo intellettuale. Demolire la scuola e le sue fondamenta significa non garantire il diritto alla vita, accettare che vi siano privilegiati e non, poveri e ricchi, far svanire nel nulla le conquiste di tutti quei maestri che hanno dedicato la vita all’Educazione, che con sacrificio e passione hanno affermato l’uguaglianza sociale, raggiunto traguardi estesi a tutti, dal primo all’ultimo dei propri alunni. No, non possiamo accettarlo. Per anni abbiamo insegnato ai nostri studenti che tra i bisogni fondamentali dell’uomo c’è l’autorealizzazione di sé che non si raggiunge garantendo un pasto – quando c’è – né trasmettendo nozioni. È la mente che bisogna nutrire.

E allora non c’è tempo da perdere, mentre i nostri ragazzi stanno collegati con la DaD, agli esperti della scuola il compito della ricostruzione, del rinnovamento, della trasformazione. Occorre un’azione di coralità educativa. Nel trambusto creato dall’epidemia si sono evidenziate tutte le crepe della nostra scuola e, non per niente, le fila dei “dispersi”, quelle degli hikikomori, quelle degli alunni con difficoltà o con disabilità, vanno a rimpinguarsi. La scuola pubblica va tutelata e garantita, per garantire l’uguaglianza sociale (art. 34 della nostra Costituzione). Penso con tristezza che nel terzo millennio, iperconnesso, ipertecnologico, iper in tanti settori, non abbiamo ancora, banalmente, risolto una questione all’apparenza elementare quanto secolare: la tutela dei diritti dell’uomo e primo fra tutti l’uguaglianza sociale appunto (art. 3 della nostra Costituzione).

L’educazione è il nostro passaporto per il futuro, poiché il domani appartiene a coloro che oggi si preparano ad affrontarlo.
(Malcom X)

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