Paghiamo bene i docenti e licenziamoli quando sono incapaci. Lettera

di redazione
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Prof. Giovanni Samperisi – Egregio Professor Bussetti, mi congratulo per la prestigiosa e impegnativa carica ministeriale cui è stato chiamato. Sono un docente con più di 30 anni di servizio e quindi in prossimità del pensionamento. Credo, almeno.

Premetto che da ora in poi la chiamerò semplicemente Ministro. Spero non me ne voglia per questa apparente manifestazione di non autorizzata confidenzialità che, appunto, appare solamente tale, ma che in realtà vuole sottolineare scientemente il significato etimologico del termine sperando che, letta in questi termini, possa farLe cosa gradita, rendendole l’onore dovuto ai servitori veri e autentici dello Stato che, poi, sono i Cittadini.

Ministro, sono stanco. No, non mi cestini, non aspiro di andare in pensione, che tra l’altro suppongo sarà assai magra, voglio solo potere continuare ad amare, come ho fatto fino a ieri, il mio meraviglioso lavoro.

Ministro, la scuola è un asset assolutamente strategico per il futuro del paese. Una scuola che funziona significa un paese che funziona. Ma non mi voglio dilungare su cose ovvie e da tutti, ritengo, condivise.

Intenderei, piuttosto, dare il mio piccolo contributo di riflessione, sulla visione complessiva della scuola che, a giudizio di questo minuscolo artigiano della formazione che Le scrive, così com’è non contribuisce appieno alla sua funzione di presidio dello sviluppo culturale ed economico dell’Italia, nonchè alla tutela dell’ossatura civica della nazione che nella mia visione significa giovani preparati, strutturati emotivamente, adattivi, consapevoli dell’importanza e, contestualmente, della fragilità dei processi della democrazia, affettivamente legati al Paese che sentono intimamente loro, responsabili co-costruttori del loro destino. Una fucina, insomma di virtù e passioni civili senza le quali un Paese non va lontano.

Ministro, la scuola pubblica, non tutta ma in misura significativa, è in forte sofferenza (e lei, ritengo, ne sarà bene a conoscenza visto che fino a pochi anni fa ne frequentava le aule e tutti i suoi protagonisti) e io sono in forte conflitto con la mia coscienza. “Cosa ci stai a fare lì?”. E’ la domanda a cui essa mi sottopone quotidianamente e a cui io non so più dare risposta. Io insieme alla folla di colleghi smarriti che solo una forte dose di senso del dovere, di responsabilità e onestà ci spinge fuori dal letto la mattina. Noi che infiliamo la chiave nel cruscotto dell’auto, accendiamo la radio e speriamo in un giorno di novità che, però non arriva. Noi che, poi, ci stampiamo sul volto un sorriso credibile (c’è quando l’inganno riesce e quando no) ed entriamo in classe, amando sempre i nostri ragazzi, ma guardando nel contempo l’orologio che sembra fermo. Noi che viaggiamo sul crinale tormentato del burnout, tenaci a mantenere una posizione difficile come soldati fedeli ad un ideale grande. “Cosa ci stai a fare lì?”. Accompagno ragazzi innocenti, crudeli e splendidi, carnefici e vittime verso una non-meta. Ed essa, la coscienza, mi incalza chiedendomi a cosa gli servirà quel diploma mentre assisto alla “spartenza” di questa folla dall’identità sbiadita verso ogni dove e che si disperde tra le foschie del rimanente mondo. Benedetta globalizzazione.

Ministro, difendiamoli questi nostri ragazzi. Noi adulti precedenti, gli abbiamo compromesso il futuro, diamogli almeno un sistema scolastico che li metta in condizione di potersi difendere nella vita. Facciamo una bella riforma, Ministro, che ne dice? Io ne ho una in testa. Diamo una scuola giusta e in cui credere a chi intende continuare con serietà gli studi e offriamo percorsi alternativi di seria specializzazione a chi vuole inserirsi nel mondo del lavoro. Diamo degli strumenti ai nostri figli perchè possano inseguire con libertà le loro aspirazioni. Senza costrizioni, senza le minacce di un voto negativo, senza guerre permanenti, senza sprechi di tempo, energie, nervi e denaro. Diamo ad ognuno secondo i suoi bisogni.

La butto subito lì, Ministro: non reggo più la demagogia della scuola obbligatoria. L’ho detto! Non serve a nulla obbligare qualcuno a fare qualcosa. Disponiamo sì per i nostri ragazzi un percorso di formazione obbligatoria fino al completamento del primo ciclo e poi offriamo un sistema duale serio. Non con l’alternanza scuola lavoro, no per carità. Diamo alle risorse umane fondamentali del nostro Bel Paese una scuola gratuita per tutti. Gratuita in tutti i sensi, dal corredo, ai libri, ai trasporti. Ma che sia una scuola giusta. Che accompagni davvero potenziali intelligenze, da un lato, e che formi, dall’altro, tecnici capaci di competere con chi si crede il migliore. Tutto gratis, al di là del reddito che spesso è bugiardo, in cambio di un atteggiamento responsabile verso il sacrificio che la comunità fa per loro. Diamo l’università gratuita a tutti coloro che vogliono frequentarla con profitto. Rivalutiamo le persone, non i numeri. Oggi contano i numeri. Quelli che dobbiamo all’Europa. Giriamo la frittata, Ministro, e facciamo contare le persone e le intelligenze.

Sì lo so, molto dipende dall’insegnante. Ma se l’insegnante è un elefante non gli possiamo imporre di volare, non riuscirà mai. Volete insegnanti bravi e competenti, che facciano vibrare di emozione gli alunni quando entrano in classe? Con i progetti? Libera nos Domine dalla scuola progettificio. Istituiamo ancora corsi di aggiornamento? Una inutile e noiosa fiera delle tecnologie didattiche che, almeno nella mia esperienza, è stata vissuta solo come un prezzo da pagare per non rischiare il banchetto che chiamiamo ancora cattedra. Nessun giovane investirà nella professione docente finchè rimarrà una professione tanto squalificata come lo è ora.

Paghiamo bene i nostri docenti e licenziamoli pure quando incapaci, attraverso un sistema valutativo serio, competente, non autoreferenziale. Vedrete come arriveranno i cervelli pure nella scuola. Vedrete come arriveranno i bravi. Vedrete la qualità dell’insegnamento che balzo in alto farà nel giro di dieci anni. Ma finchè la scuola sarà considerata dalla politica un problema o, peggio ancora, un salvadanaio, rimarrà un mediocre ripiego lavorativo.

Le risorse? Le risorse si trovano, ci sono, magari stornando denari da opere di guerra ad investimenti di pace. Lo so, ci vuole coraggio e lungimiranza.

Concludo prevenendo un’obiezione: ma così ritorniamo alla scuola di classe! E’ vero. Verissimo. Ma la scuola di classe è già il presente, ed è quella che c’è ora, dove le famiglie abbienti con figli motivati sono sempre più numerose e alla ricerca delle scuole “giuste” per i loro ragazzi. Gli altri, il resto, “l’armata industriale di riserva”, nelle classi pollaio della scuola pubblica. Magari a rispolverare ed invocare quello che i loro nonni chiamavano “sei politico”. No, non ci sto più.

Qualora dovesse leggermi, Le esprimo la mia gratitudine, Ministro, dell’onore concessomi. E la prego di non essere troppo severo con me, perchè, anche se con il sistema della buona scuola non riesco a raggiungere mai i punti per il bonus, sono stato pur sempre un buon e conveniente acquisto per il ministero. Sa, me la cavo discretamente con i miei “monelli” e mantengo una media di due giorni di assenze l’anno. E se i proff. verranno pagati meglio e la scuola vedrà giorni migliori, io certo non avrò il tempo per beneficiarne.

Auguri sinceri di buon lavoro per Lei e per tutti noi.

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